
LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

La mia assenza: una governanteDove sono le luci? Dove sono?
Non si accende il davanzale.
Mi si perde il cuore,
Tina,
sotto la nostra vecchia casa.
E' spento il passato,
spento il portico,
le mie gambe,
la chiave gialla.
Tua nipote sarà già una donna. Ed io,
che non sono ancora diventata bambina,
che non ne ho avuto ancora il tempo,
ho cambiato casa un'altra volta.
Tina, ho lavato le mie maglie stanotte,
non c'è centrifuga che vada,
non c'è cestello più desolato
del mio senza di te
più solo
del mio senza di te e senza di me.
Dove sono?
Volevo pensare a quando entravi nella mia stanza e ridevi.
Il mio disordine te lo impacchetterei ordinato, sul fondo di un brillante;
te lo metterei sulla soglia di casa, per farti sorridere e per fare di te
una donna con un gioiello.
Non sapevi come fare con me,
ti portavi le mani sulla fronte.
Io faccio finta di ridere adesso.
Quanti vestiti, Tina.
Mi hai detto "Che bene voglio alla Biri".
"La Biri" sono io.
Sono sempre stata io
e tu avevi il tuo buon ragù fra le mani, quando dicevi "Che bene che ti voglio,
Biri".
Io non so più dove andare.
Ti voglio bene anch'io,
perché mi manca la tua scopa a battere sugli stipiti,
mi manchi piegata sulla ribalta,
mi manca l'odore, che ti porti dietro tu, di cera d'api
e di legno.
Ti truccavi,
Tina,
nel bagno di servizio.
Io piango a pensare al tuo rossetto così rosso nella mia testa, con te davanti allo specchio,
prima di andartene.
Ti raccontavo dei miei dolori,
a volte.
I miei dolori sono pugnalate, sassi aguzzi nello stomaco.
Sono molto infelice
Tina, non avevo le mollette per stendere, stanotte.
Me ne sono accorta troppo tardi, con il mio sonno e il freddo che ti dà un ultimo piano così nudo.
Sono andata sul nuovo davanzale e ho legato le maglie per le maniche,
lungo i fili,
per non farle cadere.
Tina, tu non mi hai mai tinto
le maglie
di giallo.
Loredana sì.
Loredana, a volte, sì.
Ho perso tutto, sai?
Lo ripeto come una preghiera.
E' una bestemmia.
La mia bestemmia alla vita.
Ho perso tutto.
Forse non ho mai avuto niente,
solo questo grande dolore.
Non so a chi darlo.
Tieni, buttalo.
Buttalo tu per me.
E vorrei arrivassi con il tuo mazzo di chiavi,
mi chiamassi a gran voce,
appoggiassi la tua spesa.
Che vita, Tina,
è la nostra.
Una vita a mettere in ordine le mie cose.
Come hai fatto?
Io ti adoro per essere stata mia,
io adoro quei quindici anni passati con le tue pantofole in uno stanzino.
Tina, soffro molto questa vita.
La patisco in ogni accento,
mentre la ascolto,
la guardo,
la tocco.
Chissà dove sei finita,
chissà se tua nipote
si trucca già.
Anche lei.
La mia assenza: RESIDENZA E DOMICILIOSempre durante la mia latitanza dal vecchio blog e sempre mentre voi sguazzavate nella disperazione chiedendovi perché non tornassi, dove fossi, come mai fossi così desiderabile e l'assenza di me , viceversa, insopportabile e odiosa, proprio in quei giorni lì, me ne stavo al telefono a cercare -da Cagliari- un lavoro da fare in quel di Bologna una volta tornata. Infatti, in cima alla classifica delle cose da fare, oltre a quella di andare da uno psichiatra che mi facesse rassegnare all'idea che cadere inaspettatamente nella sventura e nella disperazione non fosse male, c'era quella di cercare una fonte di sopravvivenza. Così, nemmeno atterrato all'aeroporto di Bologna, il mio pensiero poteva già andare al suo primo, vero, ansiogeno colloquio di lavoro che si sarebbe tenuto pochissimi giorni dopo il suo arrivo nel capoluogo emiliano.
Quel giorno ricevo una telefonata dove mi si comunica di presentarmi immediatamente al colloquio con la signora R. A. , in via S.
Fuori ci sono 40°C , ma io, che provvisoriamente sono una sfollata, ho metà dei miei vestiti estivi nella vecchia casa e mi vedo costretta a mettermi una polo a manica lunga a righe bianco-blu-azzurre da sci. Arrivo al colloquio liquefatta. Mi accolgono due donne che mi fanno accomodare in una seggiolina e mi studiano. Mi fanno un sacco di domande e io devo urlare per rispondere perché sento la mia voce farsi i cazzi suoi all'altezza dei reni e non c'è modo di convincerla a raggiungere la gola. "Lasciami in pace, sto dormendo" mi dice. Le due donne mi fanno fare degli esercizi difficilissimi e trascendentali al computer tra cui: il copia-incolla. Poi mi dànno un foglio. E' in quell'occasione che iniziano i miei problemi con le leggendarie Residenza e Domicilio. Le due sorelle vivevano pacificamente in un angolo del cervello fino a quel momento, fino a che -insomma- non mi costringono, con la forza e le minacce, a compilare un modulo. Io sottoscritta____ (la so: BEA), nata il____ (la so la so: 17/1...millenovecentoeccetera) residente in via____... Residente in via____... Ho detto "RESIDENTE IN VIA____(?)" dice il modulo da compilare. Il vuoto.
Dove risiedo io? A Cagliari non ci sto più e quindi di sicuro non ci risiedo, a casa mia non ci torno e poi mica ci risiedo (mi sa), ci domiciliavo prima, ma adesso me ne sono andata e quindi non risiedo lì. Forse. La mia casa non era un albergo e, se tanto mi dà tanto, neppure un Residence. Figuriamoci. La mia casa era una casa, una "domus". Di sicuro era una domiciliosona e io ero la sua padrona e domiciliataria. Mentre faccio questi ragionamenti mi sale l'ansia, inizio a confondere le due gemelle omoziogoti. Residenza diventa Domicilio e Domicilio s'impone arrogante e prima di prendere il posto della sorella Residenza, la mette dentro un sacco e la butta in un pozzo nero. Compilo il modulo mettendo al posto della mia Residenza reale, la via dove invece risiede, domicilia e si fa recapitare l'amica che mi ospita provvisoriamente. Il modulo ora continua impertinente: "Domiciliata in ____(...)". Ho detto "DOMICILIATA IN____(???)". Non gli rispondo. Inizio a sudare perché capisco che ho fatto la cazzata e decido di mettere sempre l'indirizzo della mia amica, visto che il fatto che io sia domiciliata lì è l'unica cosa vera che c'è al mondo in quel momento. Ovviamente metto la via e non metto le magiche "C/O" , così non mi troveranno mai. Ormai è fatta. Non posso più tornare indietro e con gli occhi gonfi di vergogna, la voce nell'entrocoscia, la faccia violacea, deglutendo aria, sorrido disinvolta.
"Le faremo sapere", dicono ignare le due donne.
"Attendo", dico io mentre scappo e già sono lontana.
La mia assenza: LO STOPDurante la mia lunga assenza, me ne sono successe parecchie. Per esempio:
Alle sette e trenta di un mattino di fine luglio, mentre voi tutti stavate chiedendovi dove io fossi (in modo ossessivo e perverso per via della profonda mancanza che avevate di me, mancanza che, a dirla tutta, vi toglieva il sonno), insomma -dicevo- alle sette e trenta di un mattino di luglio, quando in macchina c'ero solo io in tutto il mondo con una mia amica accanto, vedo un parcheggio. Impossibile, mi dico: c'è da parcheggiare, a Bologna! Mentre sono tutta presa dall'entusiasmo e fisso il posto sapendo che lo farò mio, la mia amica sussurra un bea fiacco e rassegnato e mentre mi volto... BOOOOOM. "Ecco, questo ti stavo dicendo", mi dice. Davanti a me, una punto verde sfreccia con un testacoda. Mani sulla fronte. Gulp... Non ho rispettato lo stop, anzi: GLI stop, perché c'è scritto Stop anche per terra, ai lati, ne ho uno sicuramente anche tatuato su un gluteo, dappertutto. Niente. Non l'ho visto. La mia amica sorride dalla paura. Io pronuncio un porca put**na quasi cantato, le mie gambe si liquefanno. Scendo dalla macchina, tremante e mi ritrovo una signora sulla sessantaseina con la faccia della tipa de "l'esorcista". Sollevo le braccia, mi avvicino -con le mani in alto- e le dico mi scusi, mi scusi, lo so, è colpa mia, non si preoccupi, è colpa mia, è colpa mia, lo so. E vedo la sua macchina disintegrata. Si è fatta male?, le chiedo con la voce di Madre Teresa di Calcutta. "No , ma i mali saltano fuori DOPO" dice. Ecco, questa è una puttana, concludo (brutta stronza che vuoi fare la truffa ai danni della mia Assicurazione!). Taccio. Chiamo i carabinieri, dice lei. Faccia quello che vuole, come vuole, tutto quello che vuole, dico io. La mia amica inizia a telefonare: "tardiamo abbiamo avuto un incidente, Beatrice non si è fermata allo Stop". Beatrice? E chi cavolo è? Io realizzo che trattasi di me e mi caccio a piangere come un vitello. Mi scuso, se piango, ma sapesse signora che periodo sto passando. Lei mi dice che anche per lei è un brutto periodo infatti ha appena rifatto il motore"(...) Accidenti, signora, proprio un periodaccio. "Beh con 'sto incidente si rifà la macchina nuova", azzardo. Arriva il marito, in pigiama, con la sigaretta in bocca (7:40) che mi comunica che nel pomeriggio deve fare la visita dal cardiologo e "ORA COME FACCIO?!" dice. Chiedo scusa pure a lui, per non fare preferenze. La signora decide di fare la constatazione amichevole e mentre piango sul suo baule, le voglio bene solo perché mi passa un fazzolettino di carta che ha preso dalla borsa. E non è più una puttana e già penso "poi domani la chiamo, per sapere come sta". Continuo a chiederle scusa, di cuore, col cuore. Lei mi dice che si è solamente presa un grandissimo spavento. Io amo quella donna.
Qualche giorno dopo, mentre voi eravate lì a davanti al vostro computer e pensavate a bea, la rinnovatamente puttana ritira la constatazione amichevole, perché dice che si è sentita male. E' bellina la mia macchina con il muso verde. Quasi quasi mi faccio venire addosso dall'ambulanza, mi faccio travolgere dai pompieri e faccio la smart dell'Italia. PO POrompo Po pooom Pooooo.
IL CIMITEROL'altro giorno ero disperata e allora ho preso la macchina e me ne sono andata a Ferrara, ma non "Ferrara città". Quando sono disperata, vado in mezzo alla campagna ferrarese e voglio restarmene lì da sola. Forse per darmi un tono. Non c'è niente di più disperato di quelle pianure desolate e io ci faccio un figurone: spicco per solarità. Puzzano di cera di cupra e di cinghiale solo a guardarle. Mi rievocano infiniti sussegguirsi di zie Maria, infinite credenze marroni barocche. E centrini. Io nei fossi ci vedo centrini fatti a mano e vassoi pieni di pasticche Re Sole. Quando sono disperata com'ero disperata l'altro giorno -non c'è nulla da fare- vado a vedere quelle distese di campi pianureggianti beigiolini (leggi "bejolini"). Siccome c'è un limite alla disperazione, ma io non ce l'ho, sempre l'altro giorno, sul punto che quasi arrivavo in città, ho deciso di fare una cosa che ti strappa il cuore e ti dispera di più. Cimitero. Sono tornata indietro, ho lasciato Ferrara guardarmi mentre mi allontanavo con profonda determinazione. Era da anni che non vedevo un cimitero, ma io non sono andata in un cimitero qualunque. Sono andata a trovare la mia nonna. Perché la cosa era molto più triste e adatta a me. Dentro lo zaino scucito, avevo il mio ultimo pacchetto di sigarette rimasto mezzo pieno (quel giorno mezzo vuoto) e ho pensato che sarebbe stato carino da parte mia andare da mia nonna e al posto dei tre crisantemi colorati che son roba di tutti, portarle le mie sette (sette) sigarette infumate da tre,quattro, CINQUE(già?) mesi, che sono roba mia. Così, in lacrime, alle 19:30 ho varcato i cancelli. C'era tutto un silenzio intorno e io facevo quella che veniva da Ferrara ed era disperata e quindi camminavo trascinando le spalle e strisciando i piedi lungo il viale. Ho cercato fra le foto. Una folla di morti mi guardava e mi diceva "Povera ragazza disperata, guarda che vita. Che vita che è questa. Guarda noi". Io piangevo. In fondo ho visto mia nonna che rideva. Ho pianto a lungo mentre le dicevo nonna hai visto che ho smesso di fumare? ci tenevi tanto. Le ho lasciato il pacchetto lì davanti e me ne sono andata sempre più sconfitta. Mentre camminavo, ad un tratto ho alzato gli occhi e ho guardato in lontananza, a duecento metri da me. Cazzo. Puttana. Il cancello. Il cancello del Cimitero CHIUSO. Mani sulla faccia. Porca puttana. Puttana. Mi sono guardata intorno: tutti morti, nessun custode, NIENTE. Mi sono avviata lungo il viale con gli occhi sgranati. Quella che mi accompagnava era una colonna sonora di "Oh pporca pputtana no no no. Non posso crederci no no no." Sono rimasta chiusa dentro al cimitero. Ma si può? E mia nonna che rideva.
La mia assenza: anche i ricchi piangonoNon vi ho detto più niente, ma il motivo per cui ho smesso di scrivere è che ho perso tutto e per mesi anche il computer. Tutto tutto. Infatti una delle cose più belle di questi ultimi tempi è che non ho più niente(casa, persiana verde, cd, televisione con decoder, comodino personalizzato con mongolfiere dipinto dalla compagna di mio padre -nonché madre acquisita- appositamente per me, piccolo frigo dove giacevano cioccolatini scaduti dal 2002, libri, libreria, maxi stereo a forma di muso di automobile con fari che si illuminano, stereo cromato, stereo nero, stereo giallo, masterizzatore, cabina telefonica-porta-oggetti-vari, oggetti vari, scrivania con disordine, il mio cane). La seconda cosa bellissima che mi è capitata è che ho dovuto smettere di studiare e cercare una casa. La terza cosa -ed è una cosa meravigliosa- che mi è capitata è che ho trovato un lavoro nel mondo dello spettacolo: infatti lavoro in un posto dove c'è stata Striscia la Notizia per denunciare simpatici sfruttamenti. Comunque, date retta a me: la cosa più importante è la salute, del resto -in fin dei conti- anche i ricchi piangono.
Ho la febbre dal 3 agosto.
11 SETTEMBRE 2001Già 5 anni, ma ricordo perfettamente. Era l'anno della mia maturità, ero appena tornata dalla Scozia, stavo lavorando per la prima volta in vita mia, perché avevo litigato con i miei e nessuno mi dava più una lira. Mi ha chiamata una mia amica e mi ha detto che un aereo si era schiantato sulle due torri. Nel mio egoismo, ho pensato alle due torri di Bologna ed ero disperata perché pensavo che ci ero legata e sotto a quelle torri avevo passato buona parte della mia vita. Erano mie. Sono corsa nell'ufficio delle mie colleghe più grandi, ho raccontato quello che mi avevano detto, una di loro ha fatto una telefonata e si è fatta spiegare cos'era successo. Niente Garisenda, nessuna Asinelli. Abbiamo acceso la radio. Il mio cuore si è fermato, c'era una potenza nell'aria che non riuscivo a gestire. La potenza della vita, dell'inatteso, del non potere, dell'essere così piccoli e lontani, ovunque. Ho chiesto di andarmene; ho preso lo scooter, andavo adagio, confusa, e per strada c'era un silenzio che non dimenticherò mai. Era nostro. Ci si guardava, reciprocamente. C'era questo non sapere, una paura comune che ammutoliva la faccia. Ci si incontrava con gli occhi e nessuno diceva niente. Era un segreto di profonda tristezza e preoccupazione che vedevo in ogni sguardo. Nessuno aveva il coraggio di capire. Poi sono arrivata a casa e, dopo mesi che non gli rivolgevo la parola, trattenendo a fatica l'imbarazzo di aver bisogno di condividire proprio con lui un dolore, sono andata da mio padre gli ho chiesto se avesse sentito che schifo di vita è la nostra, morire per niente.
MITIGARE"Bohemian Rhapsody", QUEEN
Il suo traguardo non era, allora, resistere due ore e poi andare a fumare, fuggirsi; scandire, organizzare, dividere. Fra qualche anno si alzerà, metterà la giacca, sistemerà il colletto, attraverserà la stanza, la maniglia sarà il suo traguardo, se è così che si esce da qui. Ma il suo traguardo, allora, era stato svegliarsi, ritrovarsi al buio, le coperte ancora calde ed alzarsi.
Il suo traguardo era stato prepararsi e vestirsi fino ad un caffè davanti ad una nuova vita, alla sua nuova scuola. Tu non lo sai, non ti ha mai pensata, in quella fretta di vedere altra gente che non fossi tu, di essere grande. C’era nell’aria il colore delle possibilità, un brillare che lei respirava con la voglia di guardare, da sola. Tutto era davanti: non aveva senso che il traguardo fosse scappare, lei allora doveva raggiungere. E così si era svegliata.
Ogni cosa aveva in sé un divenire, attraversava corridoi larghi di vetrate ed archi e sentiva di avere due gambe da conquista. Non poteva fermarsi per pensarti, perché era ancora aprile e gli alberi avevano quei fiori che solo due occhi che hanno voglia di correre sanno vedere così belli.
Non c’era da fermarsi, da scrivere, da scandire, non prima di maggio. Non c’era tempo e dormiva poco perché c’era poco a cui pensare. Qui da noi il tempo è uno scherzo. Per questo è strano guardarla ora, com’è diversa, come senta, dopo anni, quella vecchia canzone e si accorga, proprio così, di non aver mai scritto di maggio, di non averlo scandito, di non averlo detto a te, di non avere avuto tempo per essere tua figlia. Si rende conto di come il tuo traguardo sia stato, forse, mancarlo.
Ma questa notte succede qualcosa e ti scandisce, come a cercartelo lei, dopo anni ed anni, dopo maggio.
Si alza, si mette la giacca, sistema il colletto, attraversa la stanza, la maniglia è il suo traguardo.
-Buonanotte- ti dice.
Non piange, è scorza dura. Si siede per pensarti.
È difficile riuscire a non dare niente, anche non volendo, qualcosa sfugge sempre. E allora, adesso che ha tempo, cerca se l' hai amata di sghembo, un gesto su un fornello, tu che stiri, tu che ti vesti. Una traccia di amore vero, un istante, a stirare. Ha cercato in tutti i posti dove tu non c'eri, solo per il sollievo di non trovarti, desiderato ogni cosa che non ti assomigliasse, amato tutto a patto che in tutto tu non ci fossi. Ma una volta ti ha chiamata con il cuore, lo ricorda.
Rivede maggio, riapre gli occhi al suo maggio. Vorrei prenderla per un braccio e spostarla, perché sia in tempo, ancora. Per gioco.
Ritorna a casa con non so quali gambe. È una povera cosa, un cane che muore. Ha i braccialetti di cotone ai polsi, attraversa la strada, la gente non sa niente. Non c'è nessuno al mondo che possa sapere, per poi capirlo, per un momento, che lei adesso sta morendo e non si vede. Per tutti si direbbe che sia viva, basta guardarle la felpa, com'è blu. Ma il mondo è un ronzio in un vuoto di immagini, forse continua a muoversi. Le sue cose, ogni cosa, sono povere cose, niente ha più un senso che non sia un ronzio.
C'è una miseria nell'atto tragico, irreversibile, che bisognerebbe mettersi dell’ erba in bocca e nascondersi la faccia di polvere. Non te lo aveva mai detto.
Il colore non è una qualità dell'oggetto. In realtà, prima, in un corridoio largo, fatto di archi e di vetrate, un uomo, che non ti assomigliava, l'ha fermata per amarla. Le mani di un vecchio, molte rughe, la bocca. Lei non sapeva scappare. Torna a casa, ora è il suo traguardo. Qualcosa succederà. Tu non ci sei, così lei dorme per due giorni e non si spoglia. Non c'è consolazione per un dolore che non si sa spiegare; la gente, da parte sua,non lo capisce. E anche lei è "la gente" e non lo sa che dolore ci sia nell'essere amati così, da bambini. Lo sente solamente. Perché c'è la vanità disperata che uno al mondo la ami. Forse è per questo che lei, alla fine, non muore sul serio, ma, presa da una frenesia di singhiozzi e di non saper che fare e che trema e non lo racconta, cammina per casa, guarda fuori se la inseguono e poi decide di ascoltare una canzone, come avrebbe potuto uccidersi o mangiare.
Non l’avrebbe mai ascoltata, ieri, perché lei ama le parole che conosce, vuole capire le cose; nella musica, cerca la parola che scavi e che trovi, ma questo è prima. Lei non conosce l'inglese, ma è talmente fatto di nulla il suo non saper che fare, che ascolta la canzone come a grattarsi. Potrebbe dire "gatto", non cambierebbe nulla, adesso, tanto nessuna parola potrebbe salvare, ridare, strappare, mitigare.
Si sdraia a terra, per sentire il fondo com'è, quello del pavimento... Si chiede, per la prima volta, come farà mai, domani, a svegliarsi. Appoggia la faccia calda di pianto sulle liste di legno. Aspetta che arrivi il momento… Il momento è quando si grida "Mamma". Lo si grida tutti insieme, ma lei in silenzio perché la voce è un ronzio: basta la musica. L'ululato. È un singhiozzo lungo che non cessa, il male che non finisce e corre, il pugnale che si infilza e in eterno è lì, nell'atto di infilzare, un calcio per sempre. Tu non la senti, mentre ti chiama. Lei forse non vuole nemmeno che tu la senta, fatto sta che ti chiama, non lo fa, ma urla. Si ritrova negli altri e in tutti, ora che uno l'ha smarrita. In quel grido ci sei tu, che non ci sei; c'è la soluzione, che non c'è; c'è desiderio di niente. C'è che se potesse aggrapparsi ad una nota che ti chiama, si lascerebbe sollevare, estirpare dal mondo.
Ora è seduta, inestirpata, pensa a te. Dov'eri? Il suo traguardo non era resistere due ore e scappare. Ti ha chiamata a lungo, per quanto è lunga la canzone. E la canzone non ha fine. "Mamma, salvami!", ieri.
Ora dormo.
MARTEDI'Ispirato alla canzone C'è tempo, Ivano Fossati.
Il sole è un male.
Vorrei la luce intera e i mattoni sotto, biciclette, finestre, chiodi, una zolla di terra, voglio le chiavi, il cemento, merli. Assorbire. Divorare. Ma ho solo questa canzone e mi dispera non avere tutto il mondo e così avere anche te. Un urlo, esploso dagli occhi, che ti risucchi. Averti. Ti piango senza una sola lacrima. Mi tortura il sole. Tutto questo mondo. Desiderarlo tutto, in fretta. La luce, tutta.
Ascolto cento volte, mille. Dove cento volte ti vedo che sorridi un giorno, mille volte non vieni mai.
E l’ho trovata, per caso, nell’amore di un altro che mi aspettava come io aspetto te. Ora è tua e ho fretta, per via della tua calma così muta che non ascolta canzoni.
Ma stavo seduta, di giorno, su un gradino, per strada. Aspettare significa polvere e stucco, il giallo dei muri e diversi sandali che non sei tu. Io, poi, conosco i tuoi capelli da aspettarli, due a due, in eterno, solo per rivederli, identici, un momento, dal gradino. Poi, in mezzo a un campo, guardavo in aria –perché è lì che sei, di sabato- e ascoltavo -questa canzone ti appartiene-. Te la passavo con il pensiero, a vedere se a dirti, in silenzio, che "è proprio tanto che piove", che "sono qui arruffato dentro la sala di aspetto di un tram che non viene", a vedere se, a dirti così, arrivavi. Perché è –la tua faccia- qualcosa di mio da sempre (nessuno immaginava). La rivoglio indietro, e non l’ho mai avuta. E voglio il tempo. Prenderlo per le spalle e piangergli addosso.
Io credevo che l’amore fosse uno scherzo da restarsi vicini e parlarsi con gli occhi in una recita ridicola. Ma sulle colline, di mattina, passeggiavo e ho visto molto verde e le case in fondo, con la loro vita da case, così silenziosa e grande, composte come un peso largo fra le tempie, il cielo più azzurro sopra il bosco e tre piccole more, in un rovo opaco, secco di calma. E c’era un "poi" negli odori che avrei voluto dirlo a te e se "c’è un tempo d’aspetto", ho aspettato, tanto volevo che tutta quella felicità di vivere con il suo tempo fosse piuttosto tua che mia. E per intero. È la musica che mi trattiene, quando sto per andarmene. Ché quando mi hanno detto che "c’è tempo" e ho capito che era il mio, per te, allora mi sono fermata. Ho preso la canzone come si scosta una tenda -per via del sole- e le ho chiesto cento volte, mille volte, se aspettarti ancora. Qualche volta (e fosse anche una), mi ha detto che vieni. Per questo ti aspetto.
L'AUTO IN PANNEIn aggiunta a tutte le disavventure di questi ultimi tre mesi -che ho deciso di snocciolarvi prossimamente, ho avuto, tanto per cambiare, diversi problemini con la macchina. Devo raccontarvi questa cosa, altrimenti poi mi dimentico.
Sabato 15 luglio 2006, verso le 18:00 e un po', mi appropinquo con una mia amica verso la macchina, innocentemente parcheggiata in un vicolo largo quanto una scapola di Ambra Angiolini. Spingo il pulsantino per aprire la macchina e la macchina non si scompone; ri-spingo e niente, non si apre. "Si sarà scaricata la batteria della chiave", azzardiamo noi. Torniamo indietro, rifacciamo 5 rampe di gradini bolognesi (quelli delle case antiche, alti solamente 90 cm), in una sorta di arrampicata. Prendiamo la copia delle chiavi, ritorniamo alla macchina: click, click e niente. Non si apre. Giro attorno alla macchina cercando di capire e... Le luci. Ho lasciato accese le luci. Cogliona. Ovviamente non ho sentito l'avviso perché, avendo parcheggiato ad un centimetro da un muro, sono scesa dal lato passeggero e col cavolo che mi sono accorta del "bi-bi-bi-bi-bip". Aggravante: la macchina va spostata perché comunque in quella strada non ci può stare dal momento che domenica notte devono, OVVIAMENTE e dopo 47 anni di menefreghismo totale, rifare tutta la strada e dintorni e NESSUNO può parcheggiare. Cartello grande come una casa: STRADA CHIUSA DAL 17/7/2006 (ore 24:00) a INFINITO. Divieto di sosta con doppio avvitamento, carpiato. Che poi il 16 è domenica... Panico. Ora come facciamo? La mia amica dice che ritorna in casa per chiamare il pronto intervento. Io mi rifiuto di spendere minimo 100 euro (pari a circa 200.000 delle vecchie lire) senza aver provato a ricaricarla con le mie mani esperte. Partono le telefonate in uscita a tutti gli automuniti della mia vita. Argomenti: dov'è la batteria? Come si carica una batteria? Cos'è una batteria? Tu ce li hai i cavi? Ma devo smontare il sedile del passeggero o basta il tappeto? Come faccio ad entrare in macchina se non si aprono gli sportelli? Chi ha una smart? Chiamalo! Partono le telefonate in entrata in cui mi si comunica che devo entrare dal baule. La mia amica insiste per tornare a casa a fare una ricerca su internet. Insisto per restare. Ho intenzione di interpretare le istruzioni della mia macchina che, naturalmente, sono in tedesco. Rimango da sola. Apro con la chiave il baule. Al momento del fatto indosso un paio di pantaloncini corti frikkettoni, a vita che dire "bassa" è fare un complimento. Sollevo la gamba fin sopra al mento in una spaccata da giapponese circense perché ovviamente il mio baule si apre come una ribalta Luigi XIV, non come un baule normale. Rimango crampizzata in mezzo alla strada, paralizzata dal pantalone con una gamba dentro al baule e l'altra cementizzata. La gente passa, passeggia, mi guarda. Che cazzo ha da guardare lei, mi scusi? Non ha mai visto una che non riesce più a togliere la propria gamba dal ripiano di un baule? Chiudo il baule. Ritorno a fare 5 rampe di gradini bolognesi. Elena! Chiamo Elena! Vecchia amica d'infanzia, ragazza capace e provvista di un mezzo proprio. Faccia amica. Bea, non posso entrare in macchina in centro perché c'è il blocco del traffico fino alle otto (!!!), comunque aspettami, ché arrivo. Prendo un mini seggiolino dell'Ikea posizionandolo come una baguette, stretto stretto a me, e percorrendo nuovamente le famose rampe, ritorno in strada. Riapro il baule, salgo sul seggiolino, entro dal baule. La gente mi guarda: no, non sto rubando, aspetto Elena... Arriva Elena. I cavi! "Più con più, meno con meno, mi raccomando. Altrimenti la macchina scoppia"- dice Stefano, il mio ellettrauto (che intanto ho chiamato sul cellulare). Elena parcheggia la macchina un po' più avanti, dall'altro lato della stradina. Dobbiamo spostare la mia macchina. La mia macchina non si sposta. Hai tolto il freno a mano? Certo. Hai messo in folle? Certo. Allora un, due, tre SPINGI! Un, due, tre, SPINGI! Niente. Mentre noi due pulzelle cerchiamo di spingere la macchina, si ferma un furgone con due ragazzi a bordo e uno mi chiede dov'è l'Università. "Se mi aiuti a spingere te lo dico" . Questo mi prende sul serio, parcheggia a 100 metri, torna indietro e 1,2,3 SPINGI. Niente. Gira chiave, tieni freno, metti in N, a ri-tieni il freno. Spingi! Niente. La macchina non si sposta. "Grazie, ragazzi, L'Università è a destra sinistra, sempre dritto, sinistra dritto destra dritto", ci salutiamo. Elena mi smonta la macchina, trova la batteria. Non resta che affiancare la macchina di Elena alla mia. La strada è stretta per cui decidiamo di organizzarci per ottimizzare i tempi e non bloccare eccessivamente il traffico: tu affianchi, io metto il triangolo, mentre fai retro, apro lo sportello passeggero della smart, tu ti avvicini col cofano, apri il cofano, mentre apri il cofano, io salgo e tu attacchi i cavi: "Ok." ;"Ok!". Monto il triangolo, mi avvio lungo la strada, posiziono il triangolo in mezzo al centro del vicolo. Elena fa retromarcia. Apro lo sportello. Arriva una macchina. Elena riparte in prima. Ritolgo il triangolo, richiudo lo sportello. Elena riparcheggia. La macchina passa. Elena ri-fà retromarcia, prendo triangolo, posiziono triangolo, apro sportello. Elena apre il cofano, attacca il cavo rosso. Arriva una fila di tre macchine. Elena stacca il cavo rosso, chiude il cofano, ri-sale in macchina, io ritorno a prendere il triangolo, chiudo lo sportello, Elena parte, riparcheggia. Passano le macchine. Nel frattempo mi viene la risarola. Perché mentre mi riavvicino alla mia macchina con il triangolo in mano, vedo il braccio di Elena, in lontananza, che si muove ritmicamente e capisco che lei sta ridendo da sola in macchina mentre parcheggia ed io - che rido anche perché la gente mi guarda e non sa che sto ridendo con un'altra persona e la cosa è ridicola- rido sempre di più, in mezzo alla strada, con il triangolo. Così per due ore. fino a quando Elena , fa retromarcia, si accosta alla mia macchina, io apro lo sportello, corro a mettere il triangolo, ritorno indietro mentre Elena apre il cofano, prende i cavi, cerca di attaccare i cavi e: è buio. Elena non vede più niente. Non vede il più e non vede il meno.Ho l'accendino, dico io. Lei non vuole saltare in aria, ma tanto poi passa un'altra macchina e io glielo dico a Elena che qualcuno prima o poi dovrà aspettare e se continuiamo così non ce la faremo mai, ma lei insiste per farlo passare così, mentre lei stacca il cavo, chiude il cofano, riparte, riparcheggia, io vado a prendere il triangolo, torno alla mia macchina, richiudo lo sportello e la macchina passa... E rido piegata in due in mezzo alla strada, perché penso al francese rimasto fermo dietro al mio triangolo, che, sceso dalla macchina per aiutarci, si mette a spingere... la macchina di Elena.
La mia assenza: IL FUMO...E una mattina mi sono svegliata con un po' di tosse così non ho fumato per tutto il giorno. Siccome poi il giorno dopo avevo mal di gola, non ho fumato nemmeno il giorno dopo. Siccome poi avevo il cuore pieno di dolore e i polmoni non lo so, ho resistito per una settimana. Proprio io. Io che con la sigaretta in mano, cercavo il pacchetto per accendermi una sigaretta, io che mi accendevo una sigaretta e poi dovevo spegnerla perché mi ricordavo, ad un tratto, che stavo mangiando. Io che tenevo i grissini tra l'indice e il medio e me li appoggiavo sulle labbra per aspirarli finché non capivo che erano solo pane , tutto pane e niente arrosto. Proprio io, che fumavo in bicicletta, sui pattini, sui pendii in salita, di corsa verso qualcosa. Poi una sera mi è passata la tosse e allora in una terrazza di un appartamento di Cagliari (è da lì che non vi scrivevo più, è da lì che non potevo più parlarvi) ho acceso una sigaretta e ho provato un senso di colpa verso di me, dei miei sacrifici, della mia rinuncia. L'ho spenta. Siccome continuavo a piangere in quei giorni, siccome non cambiava nulla un dolore in più o uno in meno, ho smesso di fumare. E' da tre mesi che non fumo. Siccome poi ero a Cagliari, avevo sostituito il fumo con il formaggio. Volevo fumare e prendevo un pezzo di pane carassau e ci spalmavo sopra il formaggio fuso. Volevo fumare e mi mangiavo un caprino. Volevo fumare e mi tagliavo una fetta di pecorino stagionato. Volevo fumare e via di gorgonzola. Volevo fumare e mi compravo gli antipastini Invernizzi con i mini formaggini alla Provenzale. Qualche volta, per spezzare, volevo fumare e mangiavo una banana. Colpo di scena. Poi sono tornata a Bologna e sono entrata in un centro di disintossicazione da formaggio, un centro dove apri il frigo e dentro c'è: un limone grigio deceduto con un barattolo di capperi che ne dà il triste annuncio e un tubo di triplo concentrato Mutti inconsolabile e... là in fondo... un pezzo di Parmigiano Reggiano con la muffa. Non ce l'ho fatta nemmeno lì, ma un po' mi sono disintossicata. Il fatto che io abbia smesso di fumare la dice lunga sulla mia disperazione. Questa è una seconda cosa che dovevo dirvi.