
LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

BOLOGNA, GLI SEI MANCATAIo da piccola Lucio Dalla lo ammiravo. Mi ero fatta un'idea su di lui tutta personale. Nel mio immaginario, Lucio Dalla era un omone alto con la barba, una specie di Babbo Natale castano. E cantava. Lucio Dalla non era di Bologna, secondo me. A dire il vero, io credevo che tutti fossimo di Bologna. Le elementari le facevo anch'io -è vero-, studiavo la geografia, si parlava di Lazio, Veneto, Sicilia, ma per me quello che si diceva in classe e quello che succedeva fuori erano due cose diverse. La vita vera -mica stavamo a pettinar le bambole- era che tutti eravamo di Bologna e non si stesse a discutere. Naturalmente, Lucio Dalla non poteva essere da meno, non era una mosca bianca. Lucio lo stimavo. Era quello cha cantava Anna e Marco, Quale allegria, Futura, per non parlare di quella che è la mia preferita ma ora non mi viene in mente il titolo (tu corri dietro al vento e sembri una farfalla eccetera). Lo stimavo. Era un cantante barbuto, cosmopolita, che cantava delle belle canzoni. Poi venne il tempo dell'album Attenti al lupo. Ecco. Proprio in quel tempo, ricordo che andavo in giro con mia nonna in macchina. Mia nonna in versione automobilista era fonte di grande imbarazzo. Difatti guidava ai 20 km/h, in mezzo alla strada, creando lunghi cortei di macchine che suonavano. Andare in macchina con lei era come andare ad un Matrimonio. Io mi vergognavo così tanto che mi mettevo tutta piegata sulla pedanina, sotto il sedile, in modo tale che quelli che la sorpassavano da destra, mentre si voltavano verso di noi -interrogativi- per dire "Chi cazzo è 'st'idiota che mette la freccia per fare una curva obbligatoria", non mi riconoscessero e non pensassero che io avessi dei legami di parentela con l'idiota. In questi nostri viaggi interminabili ascoltavamo la cassetta Attenti al Lupo. Fu allora che iniziai a far convivere due immagini profondamente distinte dello stesso uomo. Fu allora che raggiunsi la maturità emotiva. Possibile che quel Lucio Dalla là, quello di Anna e Marco, abbia scritto una canzone sull'amore che dice per 7 minuti -mentre mia nonna tenta una partenza in salita- "ah l'amore asdrubaldì-asdrubaldà, storunti-Nasdak, ah l'amore Euribor sdrabladidu'"? Possibile? Sì. Da allora la mia idea su di lui iniziò a mutare in peggio, seppure fomentata parzialmente da quel riflesso condizionato che era la guida di mia nonna. Poi arriva il 2006. Canzone su Bologna. Ora voglio dire: a distanza di anni ed anni, ho capito molte cose. Ho avuto tempo per scoprire -con l'esperienza- che Lucio Dalla è bolognese come me, che mi arriva all'incirca all'altezza del coccige (e ho il culo basso), che è biondo tinto e che -accostato alla Nannini- è più femminile lui, ma non ho avuto tempo per meditare sul suo nuovo lavoro. La canzone è ignobile, ma parla di Bologna e le devo voler bene per forza. Non fosse altro per mia nonna che "lungo l'autostrada" (cito la prima strofa), lei l'autostrada la prendeva al contrario. Cara nonna. Ma io penso al testo:
Io 'sta canzone, nonostante tutto, nonostante l'apparenza, non riesco ad odiarla. Però Dalla è proprio basso e biondo. Mia nonna è bionda, ma almeno è una bella sgnacchera alta. Sbaradu'- Sbaradu'- Sbaraduldidoblo'.
LA SORRELLASTRA (gennaio 2006)Riassunto: ci sono io che ho due tette grossissime, il sedere a mandolino, il gomito del tennista e una sorrellastra col ginocchio della lavandaia.
MISERICORDIA CON I GUANTIL'oggetto
Come di consueto, siccome facciamo sempre tutti finta di leggermi (me compresa), vi faccio il riassunto di quello che ho scritto. Così voi dite "Fico", "A pperò!" E non avete letto, ma tanto io non lo so e non me ne accorgo, grazie al magico
Riassunto: c'ero io che ero in campagna anche se non sono una bestia e c'erano pure le tette però pioveva pure.
Sentivo un raschiare continuo, un pianto, uno sbuffare. Ho fatto entrare un cane: c’erano i tuoni. C’erano i lampi. Che buio stare qui in campagna. Che umido stare sulla soglia della porta della tua casa di campagna. Il cane bruttissimo e magro tremava e aveva un pelo irsuto di nodi e di sporcizia randagia, tanto che abbiamo riso. Ma il cane piangeva a suo modo, con il terrore sotto la coda.
Potevo io non amare la sua tristezza di bestia? Ho amato tristezze più trascurabili. E allora mi sono commossa, mentre ridevo. Volevo amarlo così che mi vedesse, che lo sentisse e capisse, ma puzzava tanto e altrettanto temevo le zecche che mi sono messa i guanti per accarezzarlo, ché sentisse che lo amavo. Ridevamo come piangendo perché il cane era brutto, puzzava ma -ad un tempo- tremava. Ridevo disperata. Mi faceva ridere di riflesso pensare che a te per prima facesse ridere quella mia misericordia con i guanti, quella mia crudeltà piena di carezze. Ridevo di tristezza. E ho continuato e ho cercato guanti da giardino per ridere di più di quella bestia. Ed era sempre più una pena ridere così. Sentivo la disperazione ed il riso divorarmi, perché –capisci- volevo salvarlo con i guanti. Ridevi ridevi ridevi anche tu.
Il cane si è nascosto in un angolo accanto al divano: tuonava ancora. Sentivamo l’odore forte di un animale sporco e bagnato. Che guanti che servono per amarci tutti.
Il cane non voleva più uscire. Sono rimasta con lui davanti al camino e tu te ne sei andata a fare un bagno solo per averlo amato a mani nude.
Rimasti da soli, non ridevo più. Si era sistemato tremante, con gli occhi sgranati, davanti ad una pila di dischi di quando eri ragazza. Così, ricordandomene, ho provato un improvviso desiderio di musica, di musica tua, per aspettarti. Volevo si spostasse. Gli ho detto vieni, per allontanarlo. Non si muoveva, dalla paura. Mi sono incantata a guardare, dietro l’ispido dei peli, un disco abbandonato a testa in giù: due seni nudi, un bambino, piume, ed un uomo avvolto nella carta di giornale, sotto un cielo d’erba. Il cane sporco e bagnato.
Rimasti da soli, avevo paura. Rimasti da soli, non volevo avvicinarmi più. Due seni nudi, carta di giornale, piume.
Che silenzio la tua casa di campagna. Il cane tremava e mi guardava. Non avevo il coraggio di avvicinarmi ai tuoi dischi, perché fuori tuonava anche per me. Allora ho pensato, per averlo scoperto, che quando ci sei ho più coraggio. Quando ci sei, ogni cane spaventato può sbranarmi, mentre lo accarezzo, compatisco e derido.
Sentivo rimbombare l’acqua nella vasca. Pensavo alla tua pelle che cambia e alla tua età, a quanto tempo c’è voluto per non farti avere più gli anni che ho io: ci sono voluti venti anni. Una nuvola di capelli, due seni nudi, carta di giornale, l’ispido dei peli, il cane.
Ti ho aspettata, con la furia di coprire quella solitudine con il coraggio.
La mia musica era sentire il cane che tremava, l’acqua della tua vasca e la copertina capovolta che chissà quante volte tu hai guardato diritta. Ascoltavo musica a modo mio, con l’odore del cane nelle narici. Perché immaginavo potesse essere un cantante lontano, biondo e folle, figlio dei fiori, che ti faceva da sfondo mentre fumavi spinelli, vent’anni fa. Due seni nudi, dietro l’ispido dei peli di un randagio. Inclinavo un po’ la testa, a vedere se capivo chi fosse a cantare così muto.
Rimasti da soli -il cane ed io-, la musica era non poterla ascoltare, per paura di niente: non ho paura dei cani, infatti. Ho paura dei gatti, quando sei con me, ma mentre tu ti immergevi nel sapone e tuonava, ho scoperto che con certi randagi non ho voglia di rischiare, che preferisco che tu ritorni comunque.
Il cane si è spostato: lingua fuori (di angoscia), unghie a strisciare sul pavimento, gli occhi da bestia sperduta incosciente. “Il nostro caro angelo” ho letto. E ha cantato. Il tuo disco, dentro al cartone, ha cantato. L’ho sentito e non parlava e non fiatava. Due seni, carta di giornale, peli randagi, piume, l’acqua del tuo bagno. Niente a che vedere con le tue canne di ragazza, nulla di lontano, nulla di biondo: Lucio Battisti, dentro al cartone rivoltato a testa in giù. Il ritornello sulla carta di giornale, sul bambino nudo, sui peli del cane mi ha seguita e ha suonato per farti tornare ragazza. Mi ha seguita e ha suonato finché non sei tornata da me, quarantenne, davanti al tuo camino e hai detto, come a svegliarmi, “facciamolo uscire”. Il cane, intendevi. E ha smesso di cantare. Il disco ha smesso di cantare, le piume hanno smesso di cantare, ha smesso di cantare l’uomo avvolto nella carta di giornale. Ho sentito tornare il dolore e la pietà del tuo giardino oltre la porta. È tornato il coraggio. Mentre tu ti portavi addosso una scia di mirra e di calore, ho risentito l’odore del cane che ci faceva ridere. Non è tornato il riso. Che tristezza e coraggio servono per amarsi meno, a volte. E che umido stare sulla soglia della porta della tua casa di campagna. Fallo uscire, mi hai detto, non piove più.
IL TONO SU TONOIo lo sapevo, lo sapevo quando dicevo che mi andavo bene ugualmente, quando dicevo che faceva lo stesso, che io sono così e che se mi vuoi, prendimi così, altrimenti vaffanculo. Io lo sapevo che era meglio una ciocca sfacciata di capelli bianchi e che più la rimescolavi, più puzzava. Perché li ho tinti? Non era meglio un lungo ciuffo bianco che mi ingrigiva la faccia piuttosto che un'ipocrita e subdola ricrescita che se uno mi vede dice "quella si è tinta" e non è nemmeno del tutto vero, dato che trattasi -per la precisione- di TONO SU TONO? Io voglio tornare indietro. Mi sento schiava, tradita dal mio stesso corpo, beffeggiata dai millimetri di biancore che ogni mese, avanzando in centimetri, mi divorano il capello dalla cute alla punta, finché non faccio così schifo che mi tocca prendere in mano il telefono, chiamare il parrucchiere e dire che vado -sì, che ci vado- e che, mi raccomando, voglio la Simona perché così me li spunto pure. E scalo. Che poi la Simona s'incazza quando mi mette il Tono su Tono perché io non voglio che me lo metta dappertutto, ma solo sulla ciocca e a lei le dà fastidio che io voglia fare così, perché dice che poi faccio mille colori e invece non è vero e poi -che te frega?- son fatti miei. Non ne posso più di pagare l'errore del Tono su Tono. Non ne posso più di vedere il frutto della mia superficialità, davanti allo specchio, che cresce e poi no. Cresce e poi no. Cresce e poi -se Simona c'è- no. Ma a volte è in ferie.
Eh... Belli i tempi in cui ancora avevo la possibilità di scegliere:
SPLINDER MANUTENZITOIn questo preciso momento, Splinder va.Sì, hai capito bene, non hai sbagliato sito, non hai sbagliato blog. E' che per un errore della piattaforma può capitare che ogni tanto Splinder vada. Non preoccuparti, fra meno di un minuto, ritornerà in manutenzione. "Manutenzione de che, se non si manutenzisce mai ( non c'è una volta che vada)?", dirai.
Non si sa.
Ci scusiamo con i blogger e i loro lettori se ora va. Il solito disagio tornerà tra breve e nessuno potrà più postare, commentare, visualizzare la pagina: NIENTE. Ti preghiamo di riprovare tra un po', vedrai che tutto tornerà nella normalità.
E ancora scusa se ogni tanto Splinder va. ![]()
FIORELLA MISCELLANEAE' con ponderata copia-incollatura che oggi, 21 ottobre 2006, riesumo un testo del 2003 e lo metto qui, perché credevo di averlo già fatto e invece no e poi qui dentro ci metto tutto perché a volte sono come il maiale e non mi butto via per niente. Trattasi di una specie di recensione sulla voce di Fiorella Mannoia. Ehm ehm.
Voglio capire cosa mi piace della tua voce. Voglio decifrarla, schematizzarla, categorizzarla, spogliarla, scarnificarla. Hai una voce ferma. Questo mi piace: la fermezza, ma una fermezza che vibra, scossa intimamente da una sorta di languore. Sì, mi piace che non sia assolutamente ferma, come invece la sua fermezza starebbe a dimostrare. E' solida, irremovibilmente solida, tuttavia estremamente lasciva nel farsi modellabile e sinuosa, sì: "sinuosa". Ed è profonda: un baratro, un abisso; trapassa la terra, la penetra come un tuffo. E' la notte, è l' Oscuro la tua voce: soave e trasparente. E quanto più s' oscura, tanto più fa mostra dei suoi stessi bagliori. Perché è notte fonda la tua voce, le due di notte, per l' esattezza, di notte assolata. Mi piace la tua voce perché conserva un mistero e nostalgia e, soprattutto, rimpianto - "rimorso" no!- "rimpianto", malinconia; nasconde lacrime e un lamento e non ha nulla da nascondere, fa mostra di sé, senza pudore, perché è decisa la tua voce, è dispotica, ferrea, non transige, ma umilissimevolmente non si dà vanto, peso, importanza. La tua voce democratica. La tua voce è tonda ed è blu. Mi piace perché è vasta, s'espande (a macchia d' olio?!) eppure rimane circoscritta, spessa, si incanala, per seguire, senza scampo, il binario più dritto. Praticamente è una linea retta ed è rossa. E' un qualche infinito la tua voce, ma non dura mai abbastanza. E' una disperazione, struggente, dolorosa, folle come la pace dei sensi, un dormire senza sogni. La tua voce fa sognare. E' dura la tua voce, ma ci sbatterei la faccia, e sarebbe come sprofondare in un pantano. O in una nuvola, di quelle bianche.
IL NUOVO SINGOLO...Ché poi ti alzi un mattino che è il 20 di ottobre e, oltre al fatto che in quella data ti daranno la busta paga(?) di 9 euro (lordi) con cui potrai finalmente comprarti un Cristo in legno di abete da baciare al posto di mangiare, esce il singolo della tua cantante preferita e allora è proprio una bella giornata. Suona la sveglia che hai puntato appositamente per fare l'invasata che si appassiona di musica, ti metti seduta sul letto, prendi la spinta con le braccia, ti erigi in tutta la tua statura e accendi la radio con gli occhi sbarluccichini di speranza. In che stazione potranno mai trasmettere Fiorella Mannoia? Fai mente locale finché non ti dici "bea, ti ricordi di una volta che eri ad un concerto e uno ti ha avvicinata per porgerti uno yo-yo con su scritto Radio Capital?" Certo che te lo ricordi. "E che l'hai schifato indignata -girandogli alla larga facendo no con la testa- per poi ricercarlo disperatamente tra la folla quando hai letto sullo yo-yo di un altro che dietro c'era scritto anche Fiorella Mannoia, ma tanto poi erano finiti?" Te lo ricordi sì, son cose che rimangono. "Prova con Radio Capital, no?" Quale stazione, in effetti, più di Radio Capital, può trasmettere Fiorella, se proprio Radio Capital la mette persino sui suoi yo-yo? E allora ti sintonizzi su Radio Capital e ogni volta che parte una canzone, ricolleghi la prima nota alle nozioni che hai sul singolo che cerchi: Brasile, duetto, Fiorella, nuovo. Stai lì un'ora, di cui mezza a chinino come una disperata e mezza seduta per terra, cambiando stazione solo quando proprio hai un ampio margine di tempo per poi ritornarvici (si-ti-mi-ci-li); svolazzi zigzagando leggiadra da Radio Italia anni 60 a Radio KissKiss, da Radio deejay a Radio Maria, ma niente. Poi è tardi e bisogna mangiare, ti allontani diffidente appropinquandoti verso la cucina, apri il frigo e opti per una jocca che è veloce e che, per festeggiare, riporrai in un piatto vero e mangerai accompagnata da una fetta di salame. E' lì che, siccome sei in cucina e lo stereo è lontano, inizi ad avere le tue prime allucinazioni uditive. Hai paura che trasmettano Fiorella proprio mentre sei mezza sorda, piegata sul cacciatorino, allora stai tutta tesa. Di là senti che dicono blablablaMONDO e allora subito ti inventi retroattivamente la frase finché non diventa "Fiorella Mannoia si sposta dall'Italia, viaggia per il MONDO, arriva in Brasile: ecco il singolo". Corri come una pazza lungo il corridoio, arrivi allo stereo con un filo di fiato e: niente. Ritorni in cucina, ti ripieghi sulla vastità del piatto, nel frattempo ri-tendi le orecchie e senti che di là dicono blablablablablaFINITOblabla, allora ti ri-inventi retroattivamente la frase misteriosa finché non diventa "Fiorella Mannoia ha FINITO di cantare solo in italiano ora canta anche in portoghese: ecco il singolo". Ri-corri come una pazza lungo il corridoio, ri-arrivi davanti allo stereo e: niente. Poi torni in cucina e per un momento ti distrai sulla linguetta della CocaCola e allora ad un certo punto dicono blablablablablaATTRICE e siccome sei con la testa tra le nuvole ti rialzi e scappi di là perché hai capito BeATRICE e poi quando ti trovi davanti allo stereo ti ricordi che la parola magica doveva essere Fiorella Mannoia e non Beatrice. Beatrice sei tu. Fai così per un'ora buona, finché non ti viene il famoso "abbiocco post-prandiale" e -siccome stai dormendo tre ore circa per notte- decidi di approfittare del pomeriggio libero per sprofondare in quella metafora della perdizione che è Il Piumone. Ma metti la sveglia, altrimenti hai paura che non ti risvegli mai più. La radio non la spegni, per sicurezza. Ad un certo punto suona la sveglia e: blablablaCravo e Canela IL NUOVO SINGOLO DI FIORELLA MANNOIA e... Il miracolo si compie, la sua voce è tornata, Fiorella esiste, è lì, è lei con la sua voce blu, rossa, democratica, dispotica, intransignete, vasta, che s'incanala, che è spessa, che è un baratro, un abisso, che è fango, che è le due di notte, che segue la linea più dritta, ma si espande a macchia d'olio e: è lei, sì. E' anche ironica ed esplosiva e ha voglia di saltare. Ma la canzone? Ci devi pensare, l'hai sentita una volta sola. E adesso puoi anche andare a farti la doccia, toglierti quella specie di pigiama con cui hai traumatizzato il ragazzo dell'SDA e ritornare nel mondo, come fanno tutte le personcine a modo.
La mia assenza: MEMPHIS, MILANO, MACERATA, AGOSTO 2006A voi non piace quando scrivo le cose serie, ma per punirvi ve ne scriverò una lunghissima. Tie'. Voi passerete oltre fingendo che la Telecom vi abbia staccato la connessione o leggerete qualche parola qua e là, un po' all'inizio, un po' in mezzo. Vi conosco. Magari uno solo tra voi leggerà il testo per intero, lascerà un commento e gli altri spereranno di trovare nel commento stesso l'essenza di quello che ho scritto e invece niente. Qui di seguito, ve lo dico io, troverete un testo a sfondo FETICISTA. Un testo che parla di scarpe e che voglio dedicare a quella fanatica delle scarpe che è La Pimpra.
M. dice che le mie scarpe parlano, che le mie scarpe hanno gli occhi, hanno la bocca. Ogni tanto viene a casa mia, mi prende le scarpe e me le lava. Decine di paia di scarpe ad asciugare con la carta del giornale; io M. la adoro. Afferra la scarpa, toglie i lacci, prende il sapone da bucato e insapona, con una spazzola strofina, lei che è mezzo dirigente di una banca. Mi innervosisco, perché le dico che deve lasciare stare le mie cose, ma lei mi dice che altrimenti chi ci pensa a me?
Chi?
Ha delle mani bellissime, con le dita lunghe, con la pelle che non le daresti 20 anni e invece ne ha più di 40. M. è in America, dovevo viaggiare con lei, quest’estate, vedere gli Stati Uniti con lei, mica alzarmi alle 6 del mattino, e andare a lavorare con i capelli legati e le scarpe pulite. Chi l’avrebbe mai detto?! M. prima di partire mi ha chiesto se le scaricavo la musica sull’ iPod per il viaggio in aereo, ho sbuffato e le ho copiato 15 cd in virtù del fatto che tante volte lei mi ha lavato le scarpe. Per quando torna devo aver trovato l’incipit per un libro -mi ha scritto in un biglietto che ha lasciato sotto al computer. E allora chissà come si incavola quando torna. Avevo paura quando è partita, avevo paura le succedesse qualcosa e non vedo l’ora che torni perché ho ancora paura che le succeda qualcosa. Le dicevo “torni, eh?!” e piangevo, “torni, eh?!” e piangevo. Lo so che torna, ma quando la guardo mi commuovo a pensare che senza di lei nessuno mi laverebbe le scarpe e, triste come sono a volte io, che guardo giù, vedrei le scarpe piene di polvere e penserei a lei. Torna, eh?! E piango. Torna, eh?! E piango. I viaggi più belli li ho fatti con lei. Lei è l’emblema della mia selettività, l’ho scelta con una lanterna, tra milioni, lei è l’amica che vale un tesoro, è l’amica del momento del bisogno, è lei l’amica dei proverbi e dei luoghi comuni e li calza tutti e ad un tempo li supera ed esorbita, per perfezione. Non ha nulla a che fare con un luogo comune, poi. A volte mi viene da dirle “ma non sei contenta che ti voglio bene?”. Lei dice di sì, ma non capisce il senso. Il senso è che a volte penso che il mio bene sia prezioso solo per il fatto che non lo do a tutti. Magari è semplicemente che sono un po’ arida e non c’è nulla di prezioso nel mio bene, solo rarità e avarizia, fatto sta che se devo, con coscienza, dire a qualcuno “ti voglio bene”, lo dico per prima a lei che si commuove davanti alle mie scarpe. E io davanti alle sue. A quest’ora dovrei essere nella Valle della Morte con lei, in macchina ascolteremmo insieme Rosie Vela e faremmo venire a piovere. Ogni volta che abbiamo ascoltato, in viaggio, Rosie Vela o ne abbiamo semplicemente pronunciato il nome, ha iniziato a piovere. Se dico “Rosie Vela” ora, piove. È una nostra magia, dei nostri viaggi.
Chissà cosa ci faccio io qui, quando dovrei starmene in quei posti, come era chiaro, stabilito, progettato tempo fa. Il viaggio negli Stati Uniti con M. e R. e Giò, inevitabile: volere, potere. La vita era questa, andare là. Della vita non ci si può fidare, ti prende le scarpe e te le butta in un fosso o ti manda qualcuno a pestarti un piede. Quando M. mi lava le scarpe, secondo me, pensa a quante ne combino io, al cane che mi ha mangiato i lacci, alla morchia che non viene più via, come ho fatto a sporcarle proprio lì, se sono entrata con un piede dentro una marmitta. Pensa ai miei viaggi. Si diverte con le mie scarpe parlanti. Io invece mi commuovo se penso a come sono stanche e che ora mi stanno guardando, una dritta davanti a me, di punta, e l’altra a quattro metri, ribaltata in mezzo alla stanza. Mi commuovo a vederle inermi, tanto più che M. è negli Stati Uniti con le sue scarpe comode e le mancherà non avere me che le racconto le cose. La penultima volta che le ho portate, la volta prima di oggi, stavo andando ad un concerto, proprio con lei.
In autostrada, verso Milano, Elisabetta guidava ed io, appoggiata al finestrino con la testa, sollevavo le gambe, di tanto in tanto, perché non volevo dirle che l'aria mi congelava i polpacci. Di fianco a me, M. sollevava le gambe anche lei, ogni tanto.
E già allora pensavo… Guardavo il nostro viaggio, come siamo ridicoli sulle automobili, a lasciarci trasportare da una scatola; ridicoli a guardarci, ciascuno rinchiuso nel suo "da fare". Ed io ero rinchiusa nel mio, a pensare che Elisabetta aveva fatto male a portare con noi, adulte, sua nipote, che aveva la mia età, meno adulta, e che quindi ci si aspettava che le parlassi io, per via degli anni, che la intrattenessi. Non avevo voglia e mi ero scusata se chiudevo gli occhi un attimo per dormire, ma ero tanto stanca che era meglio così. Ma non dormivo, pensavo ad occhi chiusi. A M. che di lì a poco sarebbe partita per l’America, senza di me, che avrebbe fatto lei il mio viaggio. O, meglio, che lo avrebbe fatto lei anche per me. E pensavo a quel breve viaggio che stavamo consumando allora, dovuto alla Musica, alla storia, all'evento, a quel viaggio che si faceva noi quattro a Milano per i Rolling Stones in concerto. Un pezzo della nostra vita, in parte, parzialmente un pezzo del nostro viaggio, quello vero. E mi dicevo: fra due ore, che evento vederli così vecchi anche loro, così vivi, così pieni di rughe, così nostri, con M. che "me li ha insegnati" col fatto che sono parte di un percorso solo suo, col fatto che mi anticipa, nel viaggio, di 20 anni. Ma pensavo: è roba nostra. E lo sappiamo tutti o quasi chi sono e dietro ai nostri occhi, sotto alle mie scarpe e ai capelli di M., c'è una traccia di Rolling Stones anche se non ci pensiamo, anche se ognuno ci ha il suo viaggio per i fatti suoi.
Arrivate a San Siro, San Siro era grande tanto che avrei potuto portare tutte quante le mie scarpe, sedermi con i miei pensieri, camminare lungo il perimetro, impolverarmi nell’attesa fino alle caviglie. M. mi ha comprato dei calzettini come piacciono a me, con le righe colorate, mi ha riempito i cassetti curva su di sé e, curva su di sé, mi ha svuotato una valigia quando volevo andarmene e non tornare più. Chissà se si ricorda. Chissà se si ricorda che poi erano arrivati anche loro, i ROLLING STONES ed eravamo tutti lì, a "viaggiarci insieme, a viaggiarci insieme ciecamente" (avrebbe detto Suzanne a tutte e due).
Eravamo piccole là dentro, con quelle luci laggiù, con quell'urlare e ballare e quell'ansia di muoversi e di sputare l'anima. La musica è come il ricordo, qualche volta, di qualcosa che non c'è mai stato. Come a Milano, che eravamo tutti lì, coi Rolling Stones, a ricordare niente. Eravamo tutti insieme senza saperlo: i Rolling Stones erano stati, da qualche parte, nello spazio-tempo assoluti, roba di tutti, il viaggio di tutti.
O come l’America, che c’è M. laggiù e quello che avrei dovuto essere io e che non sono… Forse sono insieme a lei adesso, nel nostro viaggio, e lei non lo sa che io non sono rimasta tutta qui e che un po’ del mio cuore è con lei, magari a Memphis, sotto una pioggia magica.
A Milano, ché tanto avevo con me M., mi portavo dietro altri viaggi, solo miei. A studiare Mick Jagger, mi era venuto da portarmi dietro pure un viaggio con G. , un viaggio diverso, un'altra musica che mi capitava – ascoltando- di accostare a quei Miti indiavolati, antropomorfi per via dei solchi in faccia: un viaggio a Macerata, tempo prima, che non sapevo nemmeno dove fosse. E quello era un altro concerto, un viaggio solo mio (anche se c'era altra gente) e nemmeno a M. avevo detto niente. Perché tanto ci sono certi viaggi che anche se li facciamo insieme, non ci si incontra mai. E quello era Macerata.
In macchina guidavo io e arrivata all’anfiteatro, l'anfiteatro era così grande che M. ci avrebbe messo tutte le mie scarpe ad asciugare, con la carta del giornale e G. l’avrebbe aiutata. Poi era arrivata la voce che piace a me e persino Mick Jagger, indiavolato com’è, si sarebbe fermato a studiarla. L’avrebbe presa, pure lui, come si beve ad una fonte, così piano. Come scalzo.
Credo che ascoltare certa musica, certa bellezza, sia sentire, d’un tratto, la dolcezza delle scarpe. La dolcezza di proteggere la vita dietro le cose. La voce che piace a me ha la bellezza disarmante di certe scarpe parlanti. E io la capisco M. quando si prende cura delle mie e resta ferma, piegata sul sapone. Ed è sempre una specie di miracolo, la bellezza all’improvviso di non saper più viaggiare la bellezza, girarci su, fermarsi. A Macerata, mi viaggiavo da sola, da sola ciecamente (avrebbe detto Suzanne, solo a me). Ed ero stanca, per via dei miei viaggi così tristi, a volte. E avevo voglia di fermarmi lì sulla salita, a mezza strada con la mia stanchezza, ma poi pensavo a M. che mi avrebbe detto Torni?! E avrebbe pianto. Torni?! E avrebbe pianto, forse, anche lei.
IL PUZZO-TESTIo mi vanto perché a me -a periodi- nessuno mi considera. Si vede che faccio schifo e che -sempre a periodi- puzzo. Passo giorni -se non settimane, se non mesi- che torno a casa, faccio quella disinvolta che se ne frega se qualcuno si ricorda che esiste e apro con trepidazione tutte le mie varie caselle di posta, sperando di trovare un'anima che abbia avuto la pietà di scrivermi e non importa cosa, dico "scrivermi" e basta, anche un vaffanculo; basta il pensiero. Niente. A periodi, faccio schifo al mondo. In quei periodi funziona così: apro prima la casella di posta che ho su Infinito e cerco messaggi lì -ché è il posto dove è più probabile trovarne- poi, dopo un primo momento in cui un barlume di speranza mi cattura (quando leggo che ho 25 messaggi nuovi da scartare ), ricasco nella disillusione. E' lì che sento il mio cuore sgretolarsi al cospetto di una schermata tutta di indirizzi òè+ò+èò+ (così) oppure @è'ù????@@??? (così). Dopo aver cancellato 23 messaggi in cui mi si offre l'acquisto del Viagra a basso costo e 2 in cui mi si spiega che devo inoltrare il messaggio a tutti quelli che non mi considerano e potrebbero farlo, altrimenti la bambina-cane rumena, perderà l'uso della coda, mi vedo costretta, ogni volta, ad abbandonare quella -solitamente florida- casella per passare alla seconda spiaggia: la casella di Libero. La casella di Libero segna, di norma, 0 messaggi non letti. Una sberla all'autostima. Zero. Ciò significa che -a periodi- Zero esseri umani mi scrivono sulla casella di Libero. Zero mi amano. A periodi, mi tocca cercare ancora nei meandri dei miei indirizzi, in ordine discendente di probabilità di trovare quel che cerco, finché non li finisco. Quando arrivo a controllare la posta di Splinder significa che sono proprio alla frutta, che nessuno mi vuole bene e che non solo faccio schifo, ma sono anche un essere immondo -c'è da dire che in altri momenti, invece, tutti mi amano e si fanno avanti in blocco, mi mandano decine di migliaia di e-mail su tutte le caselle (n.d.a.). Oggi me ne torno a casa e su Splinder trovo non dico zero, non dico 1, ma dico BEN 2 MESSAGGI. Uno di Ale (che ringrazio calorosamente e sono fatti nostri) e uno del curioso marmo e zucchero: trattasi di un messaggio pieno di domande (allora non puzzo. O sì?). Rispondo ora:
1 Quale odore di cucina preferivi quando eri bambino ? "Di cucina" dici?! Scavolini. Le ante avevano un odore piacevole di legno disinballato.
2 Quali sono gli odori (di cibo) che più ti stuzzicano l'appetito? Beh.. l'odore di pelo di cane bagnato. Ah "di cibo" dici?! Uhm. Ci devo pensare.
3 Quale odore evoca per te:
La primavera floreale con urina di cane e pastello da asilo
L’estate sabbia misto cocco e crema con carotene, con punte di Nivea
L’autunno odore di pozzanghera con foglia marcia
L’inverno naftalina
4. Qual è la tua spezia preferita? Devo scegliere adesso? Che te frega? Questa domanda mi indispettisce.
5 Qual è la tua erba aromatica preferita? Aspe', per "erba aromatica" intendi il basilico, il prezzemolo, quelle robe lì? Se sì, il prezzemolo. Non avevo mai pensato a lui come un'Erba Aromatica. Per me era il vecchio Prezzy, mi hai destabilizzata.
6 Quale profumo o dopobarba usi? A periodi, puzzo. L'ho detto prima. A periodi.
7 Qual è l’odore della casa dei tuoi sogni? In che senso? La casa dei miei sogni deve valere almeno 17 miliardi delle vecchie lire, poi puoi anche vomitarle dappertutto e "puzzarla" che non si respira.
8 Qual è l’odore che più detesti? Quello della casa dei miei sogni, mi sa.
9 Qual è l'aroma artificiale che più ti fa schifo ? Aroma artificiale? Io non ti capisco. Perché non parli serenamente?
10 Anticipando i tempi in cui , non avendo più petrolio, viaggeremo ad olio di colza (mandando in giro odore di fritto?) quale carburante commestibile e odoroso metteresti volentieri nel tuo motore? Nella smart? ...
Senti è da due ore che ci penso e non mi viene in mente niente, fai tu quel che vuoi, fammi un tris di minestre, quello che c'è.
P.S. Vado a mangiare, Marmo. Si faceva così il test?
LE COSEMie care cose, dette anche "ciclo", "marchese", "faccende",
eravate "mestruazioni" sulla linea tratteggiata dei documenti ufficiali, eravate "menopausa" decedute, "gravidanza" in coma vigile. Che brutto nome che avete. Mi fate vergognare solo a pronunciarvi. Io vengo, con questa mia, a dirvi solo: perché? Perché in 10 anni e passa di vita vostra, proprio questo mese e non -che so?- nel gennaio del 1999, vi siete presentate in ritardo di una settimana al mio cospetto? Bastarde. Siete sempre state puntuali. Dopo 28 giorni, sicure come la morte, siete sempre venute da me, dalla vostra mamma a dirle "ecco perché eri nervosa, l'altro giorno". Perché questo mese no? Perché questo mese siete arrivate solo ora con un ritardo di una settimana? Chi lo ha deciso? Vi ho fatto qualcosa? Vi dò fastidio? Io mi ricordo ancora oggi della vostra entrata nel mondo; mi ricordo quando avete fatto di me una donna. Siete così simpatiche che è stato proprio l'8 marzo, per la Festa della donna. Io avevo 12 anni. Mi sono svegliata ed eccovi lì. Vi ho viste e mi è venuto un accidente e ho pianto. Vostra nonna, che ha la delicatezza di una trebbiatrice, ha chiamato subito il nonno (a cui, ovviamente, non gliene poteva fregare di meno) e gli ha detto, con mille malizie e faccine, che c'era una sorpresina, che io ero diventata una donna e me lo ha passato al telefono (stronza): una delle più gorsse vergogne della mia vita, ché io a mio padre manco gli dicevo ciao, figuriamoci traumatizzarlo così e dirgli che non ero un maschio. Tse. Ma veniamo a noi: io mi fidavo. Regolavo l'orologio sulla vostra epifania, ogni mese; spiegavo al mio cervello che non si trattava di un miracolo la faccenda del seno bello grossettino e sodo, ma che eravate voi; vi compravo pure i vestitini con le ali. Questo mese vi siete comportate in modo scorretto verso la mamma che vi ha sempre trattate con premura (anche se provo spesso -confesso- il desiderio di soffocarvi nel sonno, di gettarvi in un cassonetto, di annegarvi). D'accordo che non c'è un patto tra di noi, ma almeno per rispetto della nostra convivenza forzata decennale, potevate fare come fate sempre, senza colpi di scena. Vi ricordate quelle volte che siete arrivate che io ero fuori e avevo paura ad alzarmi e che qualcuno vi vedesse e sono stata seduta con i sudori freddi per ore ed ore? E quelle che mi avete lasciata distesa su un letto a contorcermi nel dolore? Ricordate? Bene. Dopo tutti i sacrifici che faccio sempre per voi, vi sembra l'ora di arrivare? Questo corpo non è un albergo. Per punizione, quasi quasi, vi "incinto", così non vedete più la luce del sole. Almeno per un po'.