In comode rate

Anche i ricchi piangono


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La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



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Abbiamo rapinato

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Kira'stickers
mercoledì, 29 novembre 2006

L'UFFICIO DI COLLOCAMENTO

Passo le mie giornate a lavorare come una povera  disperata e nonostante tutto  mi capitano certe cose inspiegabili. Oggi, per esempio, mi sono fermata in un distributore automatico a fare benzina e mentre me ne stavo lì con la pistola in mano, alla pompa accanto c'era un ragazzo extracomunitario sulla trentina che mi fissava.  Ad un certo punto me lo sono ritrovata davanti.


X: << Tu sei ricca?>>


B: <<Cosa scusa?>> (???)


X: <<Tu ricca?>>


B: <<In che senso?>>


X: <<Io lavorare>>


B: <<Eh?>>


X: <<Cerca lavoro, tu hai azienda?>>


B:<<Azienda? Io un'azienda?>> (abbello ma mi hai guardata? sembro il terzo mondo) <<No, non ce l'ho. Mi spiace>>


X: <<Ma tu lavora? Io  cerca lavoro>>


B: <<Eh, no... Non lavoro>> (falsa)


X: <<Come fai con macchina?>> (ma perché tutte a me?) <<Tuo babbo?>>


(ecco bravo)B:  <<Sì>> (...)


X: <<Tuo babbo azienda?>>


B: <<...No>>


X: <<Io disoccupato manda lettera a babbo, ha azienda?>>


B: <<No-o>> 


X: <<Che lavoro  babbo?>>


B: <<Nessuno>> (qualcuno mi salvi. Signora venga qui)


X: << Ma io posso mandare lettera. No lavora babbo?>>


B. <<No>>


X: <<Tu lavora?>>


B: <<No-o, siamo tutti disoccupati, mi spiace>>


X: << E azienda?>>


B: <<Non ce l'ho un'azienda...>>


X: <<Tuo babbo paga macchina?>>


B: <<Sì...>> (seh)


X: <<Ha azienda?>>


B: <<No, guarda, mi spiace...>>


X: <<Ah...>>


B: <<!>>


X: <<...>>


X: <<No perché io manda lettera ad azienda>>


B: <<...>>


 

finanziato da: BEA alle ore 20:38 | link |commenti (23)
conto: vita, diario, lavoro, 02 conto aziende
venerdì, 10 novembre 2006

Mille ancora

Riassunto: ci sono io che ho le tette ancora più grosse rispetto allo scritto precedente. E più sode.


Cerco la fine del mondo. Bologna di sera mangia, non chiacchiera, è chiusa in casa. Io sto sul lato di un dirupo. Guardo e negli occhi ho l'amore di non vederti ma saperti laggiù, tra le case, a fare di me una che non hai. Non esisto nemmeno stasera. Mi dimentichi su un dirupo. Vorrei lo strappo al tedio, il dente che cade. Non ho più niente adesso. Non ho più nulla, e poi te che nient’altro mi dai che un’altra cosa da non avere. Ma cerco un inganno, una forza che scelga. Il bilancio è confuso, è veloce e –Dio- come scorre non avere più niente. 

Ho alla fine un divano di cuoio, con una, lì seduta, che mi amava. Mi porta via.

Dal nulla, in questa nebbia sopra i fari, subito ho dieci anni, è estate, il caldo sulla pelle, l'umido dei muri. E' vivida e terrena la villa dei dieci anni. Mi porta via.

Mi portano via i mici nati da cercare dentro un tubo, ché è lì che si nascondono. Ho ancora che mi hanno detto "forse". 

C’è una lavanderia oltre il pozzo, è fresco là dentro, l'ombra ed un fazzoletto ed il sapone giallo e l'asse per stirare mi portano via. 

Mi porta via che è allergica alle api, anche lei

Il laghetto.

La remata ampia e profonda mi porta via.

Dio, mi porta via svuotare la barca -non me lo ricordavo da qui. Ha piovuto. Prendere un bicchiere e chinarmi ed alzarmi e chinarmi, finché non rimaniamo solo io ed il legno.

E per giunta, questa sera, c' era una donna con i tacchi seduta sul cannone di una bicicletta. Tornavo a casa con la stanchezza sulle braccia, quella che non so più chi abbracciare. E ho visto uno straccio sul cavalcavia con scritto "Ti amo".

Mi portano via.

Posso avere tutto questo amore anch'io. L'amore sulla macchina gommata nuova, ho anch'io i ciclamini sul davanzale,

l'amore senza polvere sui libri,

l'amore nel miele,

l'amore di chiamare quando arrivo. Cosa voglio di più? Quanto perdo?

Mi porta via il ciclamino.

Mi porta via la macchia sulla maglia, provare a farla andare via anche lei. Cerco la fine del mondo, Bologna di sera lava i piatti.

Portami via, è facile.

Mi portano via, di giorno, gli occhi, quando mi guardi. Che sbaglio è guardarsi. E' veloce come la fine, è una privazione, un delitto così confuso. Così confuso e tanto sbaglio io a guardarti, sbaglio tanto che un errore così mi porta via per ore.

Ma ti avrei detto vieni, sali sul treno, ti faccio vedere che non è come dici tu. Non è ridere il mio, non è entusiasmo il mio, non è allegria, non sono giovane. Raramente qualcosa mi porta via. Non mi perdo più, non mi innamoro più di niente, qualche volta mi innamora -è vero- un sorriso perché guarda me, e qualche volta -è così poco- solamente perché è un sorriso.  

Su di un treno che è una spinta, ho detto ad un uomo un'età che non è la mia. Mi sono scontata due anni. Mi sono sentita che lo dicevo, due anni in meno. Non lo faccio mai più, per rispetto del fatto che io, i miei anni, li ho sofferti tutti. A rimanere, a farmi portare via. Quanti anni hai detto che hai? 

Cerco la fine del mondo. Dove mi porta un treno -là, guarda- io sono altrove. Là, io sono rapita. E’ che guardano proprio me, appena cerco il mio posto in un vagone. Non lo crederesti, ma se ci si incontra, con gli occhi, è perché siamo distanti e non ne ho voglia. E' perché non siamo mai gli altri. Anche quando passo e ti abbassi a non guardare. Siamo così soli col nostro cuore che sul dirupo, se mi porta via una musica, non mi trovi più. Quanto perdi? Non ti trovo mai.  

Ma mi portano via certe occhiate e il dito con l'anello, la sinistra, mi porta via la destra, toccarla. Mi portano via gli occhiali, l'orologio, mi portano via, sempre, le scarpe.

Scendi dal treno. Ti faccio vedere che non è come dici tu. Non è un lungo futuro il mio, non c'è così tanto tempo, non sono piena di possibilità. Tieni la mia mano, ti salvo. E poi tienila e salvami tu. Scendevo dal treno solo ieri, per salire sul dirupo. Qualcosa, nonostante tutto mi porta ancora via.

Dio, era la donna con i tacchi a portarmi via, per strada. Poi sto solamente dietro un parabrezza e resto più di tutti. Sto tornando, ho le mani crepate, poco amore, alcuni mi dimenticano.

Mi portasse via, all'improvviso, la musica. Mille anni al mondo, mille ancora, che bell'inganno sei, anima mia. Mi porta via la parola “bello”. Bello. E' più larga, da qui. E' più larga quando ho sperato, non ho avuto e torno a casa. E' così larga, detta così. Fa così male, è così dolce. Detta così a una che si perde dietro un tacco, a una che si perde sulla risata, che aspetta il suo nome per voltarsi, a una così. Fa così male accontentarsi, è così un dolore patire e fingere la bellezza; rimanere inchiodata. E' un chiodo come su di un bacio che non dò, sullo sforzo della leggerezza. Che bell'inganno sei anima mia. Un Nobel, un Nobel per la musica alla musica della parola "bello". Detta così, detta ad una che sta a lato del dirupo mentre Bologna mangia, ad una che la dimenticano. Bell'inganno. Anima. Un Nobel alle due "A" che aprono così tanto le braccia, mentre io sono un ramo secco e non so più chi vorrei mi abbracciasse. A questa tristezza che non sa nemmeno essere triste, che non è capace di niente e non chiede nient'altro che dire "bello". Un Nobel per questo verso che vorrei andarmene io, con le mie gambe; giù dal dirupo, sulla tua bocca. Un Nobel che rivorrei le braccia e correre come una vela. Quando torno. Un Nobel perché a volte vorrei tornare.

Ma mi porta via la curva, la linea tratteggiata. Riparto, abbaglio, vado avanti.

L'uomo sulla macchina mi porta via.

Mi sento il contraltare del mondo, mi sento lontana e abbandonata.

Ma forse rimango sempre china sul tubo. E alla fine c'erano.

Così poi ritorno e mi sento che vorrei essere te, per vedere quanto soffri tu ora, quanti anni hai e se c'è da fidarsi, a questo punto, a non portarti via.  
finanziato da: BEA alle ore 15:39 | link |commenti (35)
conto: musica, amore, riflessioni, racconti, vita, bologna
lunedì, 06 novembre 2006

IL FONDOTINTA

Venerdì sera  volevo fare la furba, andare nella mia vecchia dimora, fare una  lavatrice di robe blu e stendere il tutto per poi raccoglierlo profumato e portarmelo a casa  la domenica. Sì.

Venerdì, eccezionalmente solo per  Bea, la centrifuga ha deciso di lasciarci:  ne dànno il triste annuncio: lo stendino, i fili per stendere -i cui gancini si sono spezzati al peso di un reggiseno  impregnato d'acqua per un peso complessivo di 90 kg a poppa-, il pavimento, io. L'acchiappacolore è uscito dal cestello  con un colore blu-maschio gocciolante e mi pare di averlo sentito ridere e digerire.  I pantaloni, le maglie, le canottiere, i calzettini, con cui avevo amorevolmente farcito -fino a farlo scoppiare- lo strumento metallico, appena usciti dal lavaggio, mi hanno realmente  sputato in faccia  e dato una sberla metaforica.  Siccome avevo fretta, ho steso le mie cose così com'erano, cioè completamente bagnate,  e  ho pensato che se i pastorelli hanno visto la Madonna a Fatima, io  potevo avere i panni asciutti in due giorni.  E' una cosa molto più semplice, mi son detta. Ieri -domenica- le mie cose puzzavano di muffa e parlavano in aramaico al contrario, stanotte ho dovuto rilavare   e ri-stendere tutto sulla mia nuova terrazza a  -20°.

Questa mattina ero leggermente irritata. Un filo. E' stato bello andare in profumeria a comprare l'unico fondotinta che io abbia mai amato e scoprire che l'hanno ritirato dal commercio. Le cose che piacciono a me le ritirano.  Per principio. La prima volta -ricordo- è stata con il mio deodorante.  Io ed il mio deodorante avevamo sempre passato momenti bellissimi insieme, dopo la doccia, io e lui, finché un giorno lui finì e allora andai a comprarlo, come sempre, in profumeria. Ritirato. Lo avevano ritirato.

Mi sono fatta il giro di tutte le profumerie di Bologna, sono riuscita a procurami una scorta di  decine di ventine di trentine di deodorante (14 euro cadauno) e devo ammettere senza falsa modestia che ne ho ancora (clap clap clap). La seconda è stata la volta del profumo. Io usavo un'essenza, usavo il muschio bianco sotto forma di olio per friggere. L'ho usato per una sedicina d'anni  perché non trovavo un profumo che mi piacesse sul serio, finché: Armani. Armani bianco. Era lui, il mio amore, il mio tenero nuovo e adorabile profumo. Qualcuno poi quest'estate ha contattato Giorgio Armani, gli ha detto che a me  piaceva quello e Giorgio ha detto che non lo faceva più, l'ha giurato. Ma io mi dico il fondotinta, dopo la nottata che ho passato io a congelarmi sul terrazzo, dopo tutto il pallore accumulato, c'era bisogno di ritirarlo?

finanziato da: BEA alle ore 20:59 | link |commenti (16)
conto: racconti, vita, diario, 04 conto estetico
domenica, 05 novembre 2006

IL MODEM

E' facile: se ti dico "CONTRATTO INTERNET ADSL 4 COMPUTER COLLEGATI CONTEMPORANEAMENTE", tu non è che mi devi chiedere se voglio Alice Voice o Maria Maddalena Voice, perché -come ti ho spiegato-, mia cara operatrice, non me ne frega un bidet se l'offerta si chiama Mimmo o Cellulite-infinity: no? Lo sai TU come bidet si chiama quello che voglio io; io non lavoro alla Telecom. Te lo rispiego: a me interessa avere l'ADSL, poi il nome dell'offerta lo sai tu. E' inutile che mi chiedi se voglio il cordless Aladino. Inutile che cambi discorso. Non mi interessa, non faccio chiamate con il fisso, mi snerva. Voglio Internet e basta. Bidet.  Porca di quella cabina. Non è difficile. Ogni volta che chiamo, non è che mi puoi cambiare il contratto e me lo annulli e me lo riattivi e poi me lo annulli di nuovo per poi riattivarmene un altro che si chiama Giuseppa e  ha il modem con carpiatura e merletti adagiati su un gambo di sedano. Come fai? Ti dico sempre la stessa cosa. Io due parole conosco: modem e internet, sono due.  Da dove li tiri fuori tutti 'sti contratti e 'ste combinazioni? Io voglio UN MODEM, il mio MODEM. un modem NORMALE per avere INTERNET. E' difficile? Un modem che non è che me lo fai portare l'8 di settembre da un tecnico, testa di bidet, con il prolasso del retto in una casa dove non abito e non mi dici niente. Come faccio a ritirare il mio modem se non me lo dici che me lo porti? Barbara, cara la mia operatrice Telecom,  non possiamo comunicare me e te  tutti i giorni, non possiamo -tutti i giorni- mettermi in attesa con la musichina e la  voce che mi dice che la mia telefonata sarà servita in 4 minuti (con l'ora legale). Io non ti telefono più, poi tu a chi lo dici che la colpa è mia e che dovevo saperlo che i tecnici vengono se e solo quando il cliente non c'è? Internet. Voglio Internet. Dammelo, Barbara. E' facile.

finanziato da: BEA alle ore 16:25 | link |commenti (16)
conto: vita, 02 conto aziende, 07 conto sfogo
giovedì, 02 novembre 2006

PARLO DA SOLA

Cosa te ne fai di me? Io sto seduta sotto l'ombrellone di paglia di  un bar. Guardo come si fa a compiere gli anni, nell'altro tavolo, con una torta così grande. E penso che non voglio che i miei figli mi regalino, a 62 anni, un trolley. Non voglio nemmeno figli. Vorrei stare seduta accanto a te. Ti prenderei la mano all'improvviso e avresti un sussulto; non mi chiederesti che cosa sto facendo, sarebbe solo prenderti la mano, sentirti le dita: vorresti capire perché e non diresti niente. Le porterei alle labbra per assaggiare la pelle bianca e non so cosa faresti tu, ma prenderei poi le braccia e arriverei, assaggiando e carezzando, fino alle scapole. Mi fermerei lì sul collo e, a guardarti, sarebbero così vicini gli occhi,  le anime così sole, così davanti, che tremerei. Tremeresti anche tu. Ci sarebbe, a quel punto, silenzio -senti?- e brucerei per un attimo, così mi appoggerei come un errore sulle labbra, per poi  sentirle a lungo. Assaggerei una dolcezza breve a   passare le guance sulle clavicole. Sentirei il tuo cuore fra le vene pulsare più forte, nel collo. Perché non ti avevo avvisato e lo impareresti così, solo allora, che ho le labbra per te e che da molto le avevo. Non te ne fai niente, niente di me. E già vedo un'ombra regalarmi  un trolley.


P.S. Ecco. E poi perché il mio blog si è rotto? Come mai i commenti sono incasinati e i post si vedono male? Cos'ha il mio blog contro di me? Stronzo.

finanziato da: BEA alle ore 19:44 | link |commenti (19)
conto: amore, diario
mercoledì, 01 novembre 2006

ALMANACCO

31 di ottobre, Santa Brutta Giornata (vergine), Bologna 2006


Camera da letto. Stamattina, alle 5:58, mi sono svegliata. La sveglia era alle 6:00, ma il mio orologio biologico è più furbo e stamattina l'ha fregata, quella bastarda. In altre occasioni, siccome io mi accontento di quel che viene, mi sarei rimessa a dormire, cadendo in un sonno profondo, per i due minuti restanti, ma siccome oggi era il 31 di ottobre e si vede che il 31 di ottobre bisogna svegliarsi spontaneamente due minuti prima altrimenti il fisico si offende, mi sono alzata. Era un dispetto alla consuetudine.

Cucina. Ho preso la macchinetta del caffé, l'ho riempita, ho stritolato la macchinetta con tutta la forza che avevo in corpo -ricordardandomi nel mentre che l'animale più forzuto al mondo è (sorprendentemente) la formica che riesce a sollevare pesi superiori di tre volte al proprio (letto su Focus in quinta elementare e rimasto tra le nozioni inutili, ma indelebili del cervello insieme a Trebbia-Taro-Secchia-Panaro, formula propiziatoria rimata, recentemente da me rivisitata, per sentito dire, come "serie di affluenti del Po")-. Ho messo la macchinetta Bialetti sul fornello. Mentre aspettavo il cruuusch-crrrrshaaaashh-schhhhh-guruk-cruk-ffffffff del caffé pronto, ho preparato i vestiti del giorno: pantalone verde con tasche e rispettive cuciture arancioni, maglia grigia a maniche lunghe, felpa blu con cappuccio a bordi arancioni e richiamo grigiastrino per giustificare la maglia. Il tutto impreziosito da un paio di Adidas scalcagnate, lavate per l'ultima e definitiva volta da M., nell'estate del 2004 (il bagno è da quella parte).

Bagno. Fatto doccia cospargendomi di bagnoschiuma al mughetto, truccata con rimasuglio agognato e sudato di fondotinta del quale già da un paio di mesi rimane solo un vago odore, ma non colora nemmeno più. Mi sono cosparsa di tre kg di terra color Amadeus, inrimmellata, immatitata, vestita. Sono uscita.

Scale condominio. Fatto scale del condominio di corsa, rallentando all'altezza del piano della proprietaria per timore riverenziale.

Macchina. Ho trovato la macchina, prestata ieri ad un'amica, insolitamente pulita. Sì, non c'era che dire: la mia amica me l'aveva lavata.

Strada. Oggi c'era lo sciopero dei semafori. Centinaia di semafori manifestavano per le strade di Bologna con le tutine arancioni e allora ho pensato che anch'io dovrei fare qualcosa per la mia categoria, anch'io dovrei manifestare, imbottirmi di coscienza sociale, essere figlia del mio tempo. Sì, perché: è giunto il momento di svelare il misterioso nuovo lavoro di bea.

Lavoro. Non ora.

Strada. Uscita dal lavoro, i semafori non scioperavano più e nemmeno io mi sentivo di fare qualcosa per la società.

Vuoto.

Terrazzo di un'amica. Dopo una giornata iniziata con due minuti di anticipo, l'ho fatto. Ero troppo disperata. Ho fumato. Camel. Pioveva. Ho vanificato i sacrifici di sei mesi. Ho pensato che non ha senso fare sacrifici, perché poi succede qualcosa che vanifica tutto.

Casa dell'amica del terrazzo(interno). Ho pensato che -sì- c'è sempre qualcosa che distrugge l'impegno e lo schernisce.


Quel qualcosa sono io.

Oggi ero io. Perché io devo sempre essere forte, continuare a lottare, perché devo tenere duro quando non ci sono più le mezze stagioni e Venezia è una bella città ma non ci abiterei? Perché? Perché devo mantenere la calma? Ma -a me- chi mi mantiene? A me.


<<Non posso continuare. Continuerò>> Samuel Beckett

finanziato da: BEA alle ore 13:26 | link |commenti (16)
conto: vita, diario, salute, fumo