In comode rate

Anche i ricchi piangono


Creative Commons License
tutti i diritti riservati
(*loading* diritti)

La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



Black list

Berluscounter!

Servizi della Bea bank

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder


Elenco dei Blog italiani


Blog Aggregator 3.3 - The Filter



Image Hosted by ImageShack.us

Abbiamo rapinato

*loading* correntisti

Kira'stickers
martedì, 31 luglio 2007

Posticipazione d'infanzia

Un tempo ero molto più saggia e metodica. A 12 anni sapevo tutto della vita, non c’era bisogno che qualcuno mi dicesse che ero giovane e che un giorno, acquisendo la saggezza dell’età, avrei capito, perché ero così già poco giovane e molto saggia, che me lo dicevo da sola che non lo ero.

Oggi non capisco niente, non so fare una O con un bicchiere, eppure alcuni mi dicono che sono un’adulta. La faccenda mi dispiace come un dramma, perché non è vero.

Per prima cosa  non sono mai diventata piccola perché c’era sempre qualcosa da fare o da dimostrare e non ho fatto in tempo. La verità è che sto ancora aspettando. Posticipo il momento dei giochi e rimando in un angolo del cervello, lì tra il lavoro e le pulizie di casa.

Fatto sta che a partire da genitori e parenti, tutti hanno sempre cercato di posticipare la mia infanzia, spingendo a favore di piccole prove di maturità quali, per esempio, lavarmi da sola ad un mese di vita, mantenermi a partire dai  nove anni e mantenere la famiglia –possibilmente- dai dieci anni in avanti.

Ed è proprio all’età di 10 anni  che un atto inconsulto di mio nonno tentò di farsi sigillo della fine della mia infanzia: prese le mie trentacinque Barbie e le buttò nel cassonetto dell’indifferenziato sulla Via Emilia Levante. Passai il pomeriggio con la mia compagna di giochi con la testa nel bidone, a “ravanare” in mezzo ai rifiuti. Non trovai nemmeno un pelo.

Se ora sono un essere assolutamente sprovvisto del senso della misura è anche per via di questa infanzia non goduta. Di questa infanzia tra creme Somatoline sui glutei cellulitici di mia madre e discorsi pedagogici sulle orecchie sorde di mio padre che non ne combinava una giusta.

Tralasciando il fatto che il 99 % della mia vita è stata scandita, poi, da eventi traumatici di tutti i tipi, credo che il “rimandare” a domani le mie età pre-scolare sia stato una delle cause scatenanti della mia incapacità, oggi, di dilazionare al “mai” alcuni miei gesti o anche semplicemente alcune frasi.

Nell’ultima settimana non sono stata capace di tacere, un paio di volte. Come in trance.

Ho notificato ad una ragazza intimorita che faceva i sondaggi sulla lettura nel centro di Bologna che qualora mi avesse chiesto se mi piaceva leggere, mi sarei buttata a terra e mi sarei messa ad urlare; ad una giovane donna, detta “signora Avis” che mi chiedeva di donarle il sangue, ho dichiarato falsamente di essere Testimone di Geova; ho detto ad una ragazza che sbraitava perché durante un parcheggio avevo appoggiato la macchina al suo paraurti che delle scenate così non le avevo viste fare nemmeno ad un uomo, ho aggiunto “un uomo stupido” e ho continuato facendole la paternale sul fatto che era una signorina e di calmarsi ché del resto non le avevo sfasciato la macchina con un’accetta; per finire,  ho raggiunto un’amica in un negozio Vodafone, all’entrata, davanti a me, c’erano due file  da una decina di persone ciascuna, mi sono portata sul lato del locale per raggiungere le scale e la mia amica  che si trovava al piano superiore, e una volta fermata dal cassiere di una delle due file che mi chiedeva –con tono perentorio- dove stessi andando e una volta caduto un gelo silenzioso su tutto il negozio e puntati tutti gli occhi degli avventori su di me, dopo aver farfugliato che stavo raggiungendo un’amica, non ho saputo trattenermi dal proclamare a gran voce che avevo in realtà lo zaino imbottito di bombe e che andavo al piano superiore a farmi esplodere.

Solo nell’ultima settimana ho anche litigato con una barista per un cappuccio e ho fatto vergognare diversi amici. In realtà è che non sono ancora diventata piccola e ancora non so quel che faccio.

finanziato da: BEA alle ore 23:33 | link |commenti (16)
conto: pensieri, riflessioni, racconti, vita, diario, 05 conto frivolo
sabato, 28 luglio 2007

I granchi e le bottiglie (lettera ad F.)

Ci sono certi granchi, F., che convivono con bottiglie gettate nel mare e mentre i tuoi occhi guardano una qualche strada del venerdì, i loro sono lontani e presenti, tondi in quella vita.


Ci sono certe volte che, viaggiando, penso ai tuoi viaggi e potrei odiare il martedì, se tu, di martedì, partissi controvoglia. Sulla sabbia, F., vivo la vita dei granchi e nel respirarla sento la mia e la diversità degli esseri. F.,  è sciocco, ma io vorrei, a volte, lontano dal bene degli uomini, volertene uno che ti raddoppiasse la vita, regalasse più occhi e ti stendesse al sole, come un masso,  se volessi –e solo se  tu volessi- riposarti, a volte. E ho qualche motivo: le tue mani, perché sono mani buone. I tuoi discorsi sul  Paese, con la speranza che c’è in te e che non so se sia vera Speranza o se non sia nemmeno Speranza finta, ma ti grida nella gola e mi verrebbe da esaudirla. Mille altri motivi e poi uno. Che mentre tu canti e guardi in fondo, senza distinguere i volti, ma come se mirassi al futuro con tutta la vita passata e il tuo presente, così ingombrante da applaudirlo, da fermarlo per le strade e  da intervistarlo, mentre tu guardi in fondo, cantando, io resto con i granchi a pensare che sarebbe bello raddoppiarti la vita e a raddoppiartela. Perché lo racconto a te, a te sola che sei lontana, questa cosa dei granchi.

Non ti serve a niente la vita dei granchi, né la tua serve a loro. Ma lo vedi come respiriamo tutti, come viviamo e conviviamo dispersi?!? E’ rotonda e compatta la tua voce ed è così sola e dimenticata che mi pare stia in un gioco suo che solo io posso capire. Ma non del tutto. E’ così sola, F., la tua voce, che non so dov’è quando viaggi muta,  se sta con i granchi nella lontananza,  o se forse la imprigiona una bottiglia, se è trasparenza in movimento o se resta ferma e volontaria da qualche parte della strada o in mezzo al mare. E non so a cosa pensiate voi due, ma io penso che vorrei raddoppiarvi la vita. Come se ti volessi una specie di bene che mi vergogno a confessare,  come se ti portassi con me, certe volte, nel pensiero o fra gli scogli. 

finanziato da: BEA alle ore 15:17 | link |commenti (15)
conto: riflessioni, vita, lettere, amicizia, 03 conto blu
venerdì, 20 luglio 2007

Priscilla





Priscilla, nella sua rotonda grazia, mi guarda –molto piccola- e frulla nel suo guscio zitto. E’ tutta anima e azzurro, è rosa-plastica e allegria. Priscilla fa piangere molto di compassione, perché non ha parole. Non posso non amare Priscilla. Non ride mai. Mi aspetta e mi abbandona un po’ di compagnia, lì sulla soglia, come se nient’altro ci fosse di più felice per lei che dare, dare a me. Ma non ride, non parla, è un po’ distante. Priscilla. Sembra triste, perché è difficile comprenderla e per lei spiegare. Priscilla. Priscilla la abbraccerei, con le mani, nell’anima sua, cui nessuno crede. Nell’anima che ruzzola nel vento. Priscilla che è una piccola –la mia- ventilatrice estiva, azzurra a pale rosa.





                                         19072007(001) 

                                                             
   P.





mercoledì, 11 luglio 2007

DISAMORE

Ma chi le legge le scritte sulle panchine? Sapranno mai Dodo, Marco, Riki, Fillo dell’amore sul legno, dell’amore tossico dei pennarelli indelebili?  Ho capito, nella lucidità di un ottundimento del cuore, che per quanto dolore ci sia nell’amore, per quanto si desideri morire e buttarsi nel vuoto, a volte, e  strapparsi il cuore, contro il muro, con la testa, nell’ignoranza insanabile della vanità della disperazione, per quanta incorporea disperazione ci sia in certo amore provvisorio e provvisoriamente non riamato, ho capito che il male, il male è non amare.



Lo so solo io di certi amori dei giardinetti, di certi amori del 2001. E loro sanno di me.


Io e le scritte rimaniamo a guardarci nelle nostre due tristezze. Quanto amore non riamato sulle panchine. Mi sembra di sentirne il pianto, nel legno liscio, senza schegge. E per quanto dolore ci sia in certe scritte da ragazzi, per quanta disperazione –e vera- ci sia negli occhi di certe biondine innamorate e non volute, per quante chiacchiere sconfortate e disilluse, piene di spasimo e di inchiostro e di rosso, per quante lacrime -mie- non scritte, non c’è dolore più grande di non amare,  più grande di quello che portano in sé –salde e quadre- le panchine.   
finanziato da: BEA alle ore 00:59 | link |commenti (25)
conto: pensieri, poesia, amore, racconti, diario, disamore