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Anche i ricchi piangono


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La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



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venerdì, 31 agosto 2007

LA PRESTAZIONE

Vivo all’insegna dell’ansia da prestazione. Il mondo è pieno di insidie e spesso mi sembra che la mia permanenza fra gli esseri umani sia predestinata, per incorreggibile conformazione, a non dare il massimo di se stessa.
Dovrei agire perennemente nel segreto della solitudine, lì potrei essere libera di fare di me la Giovanna D’Arco del coraggio, la Madre Teresa di Calcutta della bontà, la Dante dello scriver bene.
A volte mi riesce persino difficile camminare. E chi mi conosce cederebbe più volentieri alla tentazione di giurarmi stronza piuttosto che a quella di credermi timida. Seguendo le antiche usanze, secondo le quali è necessario rimanere fermi sulla pista da sci e, credendo di non essere improvvisamente più in grado di scendere, cercare fra gli amici qualcuno che ti assecondi nell’iniziativa di chiamare un elicottero, mi è capitato qualche volta di sentirmi osservata in strada e di non essere più capace di mettere i piedi uno davanti all’altro.
Certe donne si pavoneggiano allo sguardo marpione del maschio assatanato, io no .
Una volta, in autostrada, sentendo gli sguardi addosso, ho accostato, mi sono fermata in una piazzola di sosta e sono scesa dalla macchina sperando di trovare sulla fiancata il disegno di una chiave o una scritta anarchica, piuttosto che crollare nel dubbio indistricabile del perché si scegliesse, in quell’interminabile viaggio, di guardare proprio me.
La mia famosa e trita e ritrita amatriciana diventa pericolosamente insipida, nel mio pensiero, se qualcuno mi guarda cucinarla, la mano è impacciata mentre firma e il cervello a volte mi abbandona durante il calcolo più semplice, se l’occhio vigile di un altro si posa sul mio.
Anche il nocciolo d’oliva diventa estremamente difficile a sputarsi e il mio naso a soffiarsi, se qualcuno mi guarda.
A volte poi mi capita di dire cose davvero sconvenienti o di fare la figura del premio Nobel per la stupidità, solo per il desiderio troppo vivo di mostrare il contrario. Sono il classico tipo di persona che dice in gamba allo zoppo o si dedica ad un interminabile monologo sull’oscenità delle gondole in plastica fosforescenti al cospetto del nuovo conoscente che, collezionandole e brandendo un pacco infiocchettato, ti ha già garantito di essere in procinto di diventarne un’ imbarazzata posseditrice.
Così nel giro di due giorni, anche se non vorrei altro dalla vita e faccio di tutto per darmi questa possibilità, dovrei scrivere un articolo per una rivista e non c’è niente al mondo che mi pare, oggi, di sapere fare peggio  che scrivere articoli per quella rivista. Ho paura di non essere capace e vorrei hic et nunc che un elicottero  mi  riportasse sulle piste e che lì mi lasciasse.
09062007
bea
lunedì, 27 agosto 2007

UN MOSTRO

Il mio amore ha due braccia aliene.
E’ verde e poi blu e ancora verde,
sputa rosse fiamme rotonde, forse gocce.
Ha un muso cattivo, è un mostro gigante con mani a dozzine, acuminate.
Il mio amore fa piangere, ha pianto in me
nel corridoio, sul sedile,  con l’insalata sotto la  punta del coltello,
sulla soglia di una porta ha tremato e
ripianto
seduto, in piedi, sdraiato sul dorso o con la faccia a soffocarsi.
Il mio amore ha anche  riso come un pazzo ed è corso in contro ad un paio d’occhi e ha dato un bacio ed abbracciato,

all’ultimo piano
si è sciolto e ha pregato.
Ha guardato le stelle decappottabili, fatto viaggi, bevuto birra appena.
E ciò che me lo fa amare anche nel limbo
che detesto,
mentre sputa e bestemmia o mentre ama ed accarezza,
ciò che lo tiene vivo e lo perdona in me,
quando promette ed è un bugiardo o mi lusinga ed abbandona,
E’ che nonostante sia troppo sé  per taluni (o troppo poco per tal altri)
È stato sempre, per me,
In cuor suo,
vero amore,
E per te,
in cuor mio,
specialmente.

finanziato da: BEA alle ore 17:40 | link |commenti (37)
conto: pensieri, poesia, amore, riflessioni, vita, diario, 03 conto blu
sabato, 25 agosto 2007

I NOMI

Ai miei colleghi, nel mio ultimo giorno di lavoro.

Franca
, quando tu mi hai sorriso da lontano, volevo piangere. Vedevo gli occhi, come in un buio di caverne, così buoni –come li hai tu- guardarmi, da giù in fondo. E avrei voluto mettermi le mani in faccia  in un singhiozzo di dolore.  Ma ti ho salutato così che mi hai mandato un bacio con la mano, e io l’ ho preso e l’ ho ancora nella tasca. E qui rimane. Guarda.
E, Marta,  sulle mollette per stendere nelle foto (che sai fare tu),  ho lasciato il cuore. Lì c’è la disperazione della bellezza, come quando hai girato la faccia, oggi, verso il grigio della mia preoccupazione, e si è illuminato qualcosa. Forse io. L’ultima volta, Marta,  perché non esiste più tutta la larghezza di quel sorriso. E non ci sarà mai più, uguale, nelle nostre semplici vite.
Ho un dolore anche per te, Cinzia. Gli occhi azzurri come uno scoppio di risata, o le fontane da cui bevono i monelli, non li scordo e me li porto sulla strada,  se posso, mentre guido e penso che non ricordo se ho abbracciato anche te. Perché se no, avrei voluto farlo e se sì, vorrei farlo ancora, ora.
Antonio, mi è sembrato che ti tremasse la voce e di vedere le pupille più languide, così, finalmente, ho pianto anch’io o forse solo io, per la tua faccia di generoso appiglio e per quello che perdo. Che è molto e molto poco coraggio ho avuto di dirtelo. Per questo allora ho pianto e quello che non ti ho detto, lo hai visto da te, tu stesso.
Così come ho pianto, Roberta, a sederti davanti, perché ho raccolto un’ombra di sofferenza sulle tue labbra e ho pensato fosse vera; avrei voluto alzarmi subito e abbracciarti con tutta l’amicizia e tenerezza e l’umano e più che umano affetto che io ho qui, per darti tutto, come un’onda a sollevarci.
E Annalisa è così magra,  che se solo le avessi lanciato un bacio, dalla  porta, tanto pesa questo bene che sento, sarebbe crollata, crollata come me, negli abbracci ultimi, i primi che ho dovuto dare.
Rossella, così mora, bella come sei tu,  dovresti sfilare e se te lo dico mi sento una madre e allora te lo dico raramente, tra cui oggi, scrivendo, per l’ultima volta.
Me ne sono andata con le gambe vuote di allegria; nelle braccia, abbracci, a perdersi.
Elisa, solo tu,  tu mi hai detto io a te non ti saluto, ci vediamo lunedì. E nella dolcezza di quella finzione, la bugia concorde mi ha ferito l’anima e mi ha lasciato tanto amore qui da voi, che a tornare un lunedì  -tornassi-  nessuno direbbe mai che oggi è per sempre che me ne sono andata.
lunedì, 20 agosto 2007

QUESTA

Vorrei conoscere quello che giù dal carro prende il pallone.
Colui della bicicletta alla Pesca
della festa
del paese.
Quello al quale il cantante lanciò il cappello, la cantante diede un fiore,
quello della bandiera dell’attore,
quello che torna
torna a casa col trofeo.
Voglio conoscere quello che chiama il numero gratuito e vince il viaggio con il codice,
colui dal biglietto con scritto hai vinto
e non devi ritentare,
sarai meno fortunato, meno fortunato.
Conoscere quella della scritta Ti amo, sul muro con lo spray.
Io, ore pasti, sono qui:
Sono quella cui, suonando la tastiera, un mattino,
appena sveglia,
giunse in un applauso -dal letto sfatto- un sorriso magnifico d’amore.
Quella che pensò questa,

    ecco
è la felicità.
finanziato da: BEA alle ore 21:13 | link |commenti (24)
conto: pensieri, poesia, amore, riflessioni, vita, diario, 03 conto blu
venerdì, 10 agosto 2007

I 400 COLPI



Faire les 400 coups = condurre una vita dissipata.

Le sottilette sono troppo grandi, troppo piccolo il pane in cassetta.
Riducete la sottiletta, ridimensionate il pane.
La mia vita è dispendiosa: ieri ho comprato i Polaretti.
Li ho surgelati. Tre ore, occorre attendere tre ore.
Mezz'ora no. Quarantasette minuti no. Un'ora e venticinque minuti no. Due ore e sedici minuti, mai.
Tre ore, forse quattro, vanno bene.
Ghiaccioli alla frutta. La mia infanzia, dopo il nascondino, tra la cucina e la cantina (per via della bicicletta e per via della rima).
Per via D'Azeglio,
Ho incontrato Lucio Dalla in un bar. Gli ho lasciato un foglio che avevo con me.  Sopra ho scritto "(...)" Non lo ricordo più.
Anche mia nonna ha l'Alzheimer.
Ha letto le prime due righe.
"Non perdiamoci di vista" ha sentenziato.
Mi ha dato il suo indirizzo.  Non l'ho mai usato. Ho sognato, una notte, che mi chiamava lui.
Ero a scuola, al liceo. Mi aveva detto vediamoci e avevo pianto perché non potevo uscire.
Però ho usato l'indirizzo di una pazza datrice di lavoro.
Sono arrivata in ritardo, siccome era caldo, siccome avevo corso, sudavo.
Lei ha i capelli neri, tinti male, molto male.
"Chi sei?"
"Avevo un appuntamento con lei"
"Chi ti ha mandato da me? Chi ti ha dato l'indirizzo?"
(Lucio Dalla)
"Silvia. Cioè detta Sissi"
"Ah, la mia Sissi.  Ah, io l'adoro, Cazzo. Posso dire cazzo? Non ti formalizzi?"
"Non mi formalizzo"
"Quando inizi?"
"Faccia lei"
"Tieni il numero, decidi tu. Il contratto se lo vuoi, te lo faccio per sempre. Se vuoi te lo faccio un mese. Lo vuoi per un anno?  Hai la tredicesima, sono millequattrocento euro per otto ore di lavoro. Dal lunedì al venerdì."
"Le farò sapere, buonasera"
"Ciao"
Scusi, lei, posso dire cazzo? Posso? La prego,  signore, non si formalizzi.
La mia vita dissipata. Non ho capito come si dividono i colori nel bucato. Se riempio la lavatrice non tutta, ma più della metà, quanti acchiappacolore ci vogliono per non rovinare i vestiti? Uno o due? Rischio i vestiti e risparmio una salvietta acchiappacolore o salvo i vestiti? La mia vita dissipata: due salviette. Due.
L'amore è soprattutto concentrazione all'amore e distrazione alla vita.
Scendi il cane ché lo piscio.
Vorrei amare, domani.
Nonostante tutto, non vorrei farlo per l'angoscia che ho, per le sottilette, per il lavoro e la centrifuga che una volta ha perso acqua, che una volta ha riversato acqua sulle piastrelle verdi del bagno. Mica per i ghiaccioli; nonostante la mia vita dissipata, non vorrei amare per distrazione alla vita, distrarmi dalla vita.
Vorrei amare ancora, nonostante tutto,  non per amore mio, per l'amare io. Direi piuttosto per l'amore suo. Perché ne abbia, d'amore, sul lembo o proprio dentro la sua vita dissipata.




finanziato da: BEA alle ore 14:39 | link |commenti (26)
conto: poesia, amore, riflessioni, vita, diario, lavoro, disamore, 07 conto sfogo
mercoledì, 08 agosto 2007

All'amica F., che ha il mio bene.

Avrei voluto, ad un certo punto,  dirti di mangiare e assicurarmi non ti mancasse niente. Perché se hai fame o se qualcosa ti manca,  io piango. La distanza delle cose che hai visto e delle mani che  hai stretto e di tanti baci che hai dovuto dare e della faccia – bellissima- sui muri e dei capelli da riconoscere e fermarli e degli anni (se vogliamo), la distanza non c’era.  Tu non lo sai,  non sai niente, ma da qui, da una poltrona blu, in mezzo a molto velluto e a molti respiri, ti dicevo grazie, come una briciola o una lacrima sciocca. Perché una volta  mi hai fatto ridere, d’estate, e mi hai distratto il cuore con l’idea di te. Distante e amabile com’eri –e sei- tu. Tu guardi sempre un po’ di sbieco e io, che ho sempre paura della  tua fretta lontana, non so mai trovare il tempo per spiegare, per darti lo specchio di quello che sei a volte, senza saperlo.
Io credevo che i desideri fossero futuri e che si aspettassero  perlopiù  a lungo e qualche volta per sempre e senza averli mai. Che vani e vanescenti come i desideri, fossero i desideri. Grazie a te, poi,  non era vero. O almeno uno no, era di carta.  E grazie al cielo , così, sono stata felice anch’io. E lo sarò ancora, si  spera. E quando ti ho detto “ è come se tu, a vent’ anni, con il tuo caro Fabrizio…”  , ti ho guardata ben bene e avevi un sorriso così arreso e stanco e due occhi così azzurri e  accesi, che sembravi una madre e una sorella e forse una figlia e  amica mia, una dolce creatura da ringraziare, mentre respira, sorda  su di sé, il suo spazio corrucciato. E poi avrei voluto, ad un certo punto, dirti “che buona che sei”,  anche sbagliando su di te, magari. E salvarti la voce e le mani e  le guance dal tempo e abbracciarti con le braccia più leggere e  forse piangere senza piangere, piangerti in faccia un po’ di bene.
E avrei voluto, no, “vorrei” che nessuno ti facesse male, che fossi eterna, con quegli avambracci che ballano per l’aria e con quel sorriso che fai quando ti si apre il cuore sulla folla. E ad un  certo punto ho pensato che non è detto mai che tutto quel battere  di mani sia proprio quello la tua felicità e te ne avrei augurata,  non fosse quella, una diversa e più grande e gialla. E tutta la mia  ti avrei dato, solo per come hai detto che “C’è un tempo bellissimo”, solo per come hai volato e sei stata vana, con tutti i  carrelli della spesa e gli attaccapanni e le persiane e i succhi di  frutta ai mirtilli che ci sono nell’universo, in questo universo. Solo per come sei stata vana. E umana. Per le mie pantofole. 
E  vorrei per questo, anche ora, come allora, tu fossi felice e  sempre, ma non come si fa per dire, ma come uno schiaffo a  spettinarti. E –scusa se lo dico- io vorrei e avrei voluto che la  tua pelle fosse sempre così tua e bianca e non riconoscere in te nessun cambiamento. Perché ne piangerei ad accorgermene. Fosse  sempre come lo immagino io, bello, il tuo cuore da bambina. Perché  mi ricorda i salti e il ghiacciolo all’amarena sulle scale, giù in  cortile e la torta di riso e la notte. Avrei voluto dirti grazie  perché sei piccola a volte, piccola come una che non si accorge di nulla. Ma a volte sì. E mentre canti non sai che io dico sul serio  e non tanto per dire. Ma adesso sì.

                                    F. & B.

Posticipazione d'infanzia. Errata corrige.

Più che "errata corrige", avrei dovuto scrivere correcta aggiunge. Riporto qui di seguito il prezioso ricordo di A.



#16   07 Agosto 2007 - 15:06
 
Hai dimenticato quella volta in cui, in pieno consiglio comunale e con la paranoia terroristica in città, hai fatto il gesto di puntare una pistola al vigile urbano di guardia.

A.



Già, dimenticavo.


finanziato da: BEA alle ore 00:39 | link |commenti (2)
conto:
venerdì, 03 agosto 2007

EGREGIO DIO,

Se posso permettermi di pregarTi, Ti prego di farmi ricordare sempre il codice di accesso per vedere l’estratto conto su internet. Per prima cosa, che non cambi mai, nemmeno a novant’anni. Che io abbia la lucidità di sedermi su una sedia solitaria e di digitare con le dita d’artrite gli otto numeri sempre identici. Che inizino con 5 e finiscano con 6. Ti chiedo di migliorare, di essere paziente, tollerante. Non Tu, Io. Che io sia migliore. Mi piacerebbe chiederti (ma forse questo è troppo e non lo so se lo voglio davvero –ma Tu lo saprai meglio di me- e insomma prendilo con le pinze, prima di esaudirlo) di farmi innamorare e di essere riamata. Voglio una grande passione, vorrei. Ma che alla fine ci amiamo. Forse. Vedi Tu.
I soldi, sai meglio di me quanto siano importanti; ché se tu avessi avuto 31 denari a quest’ora non staremmo qui a discutere. Ti chiedo di fare aprire gli occhi a tutti quelli che in qualche modo mi hanno arrecato danno e credono di essere nel giusto. E una volta che se ne sono accorti, Ti chiedo che vengano da me a dirmelo. Poi io decido cosa fare. Mica voglio vendicarmi. Te lo chiedo così, per parlare, E se ho sbagliato io, ti chiedo invece  – e diamoci del minuscolo, ché siamo in confidenza- che mi perdonino, perché sono speciale. Se non dovessi esserlo, fammelo diventare. Speciale.
Lo sai che a me è sempre fregato poco del successo e del lavoro, cioè sai che mi interessa ma che non mi applico perché ho sempre investito tutto sui sentimenti, e allora premiami un minimo. Per esempio, fa’ che tutto il mondo mi ami in virtù dell’essere io, io.
Che mia nonna non capisca che brutta vecchiaia è la sua e che non si senta abbandonata. Fa’ un miracolo perché, nonostante tutto, sia felice. Per sbaglio, per reazioni chimiche, per malattia.
Fa’ che il padre di M. protegga M. e se non ha potuto avere quell’amore, dagliene uno cento volte maggiore.
E se tu potessi farmi entrare nel paradiso dei cani, ti sarei grata se mi facessi abbracciare ancora il tuffo di gioia di Giunone, su di me. La felicità fatta a cagnetta, sulle cosce, in uno scodinzolio che è un frullo immenso e nella sua corsa in tondo, davanti a me, baciarla col cuore.
E quando dovrai riflettere sul da farsi, prima di scegliere se essermi Dio, come tu sei stato e sarai ad altri, sappi che per un attimo,  io, anch’io ho creduto in te
giovedì, 02 agosto 2007

Il funerale

Non è vero che non mi lavo i capelli. Semplicemente non posso permettermi di lavarli tutti i giorni. I miei capelli sono capelli che non si lasciano dominare quotidianamente e che accumulano pettinature pregresse che poi devo scontare con etti di balsamo e denti di spazzole. Fatto sta che quando annuncio per casa “Vado a lavarmi i capelli”, segue spesso una voce incredula:

Ma com’è possibile?!? E’ già passato un mese?

No. Stamattina non era passato un mese, ma un evento pubblico, m’imponeva il gesto estremo. La partecipazione ad un funerale.

E’ così che, già in piedi con un vantaggio di ben dodici minuti sulla sveglia, preparata e consumata la colazione, cerco di rendermi –non dico proprio presentabile- ma almeno un essere umano.

L’appuntamento è in camera ardente per le dieci o forse dieci e mezza. Alle dieci e quindici sono lì davanti. Nell’atrio esterno una folla di volti sconosciuti piange. Non ricordo come si chiama di cognome la defunta e non ho abbastanza confidenza per pronunciarne il nome in mezzo  quel piagnisteo. Entro timida nella chiesa e dopo venti minuti di ammiccamenti e sguardi pieni di conforto a destra e a manca, scopro di aver sbagliato morto. Vago  intorno all’edificio finché non leggo “Camera mortuaria” e mi ci infilo. Eccola, è lei.  Date le condoglianze al mio caro e adorato P., spiego che non me la sento di entrare. Non c’è problema, ma ad un certo punto è necessario perché si dice una piccola messa. Con la coda dell’occhio sbircio. Non voglio guardarla del tutto perché la cosa mi spaventa, ma vedo abbastanza per riuscire a notare una cornice con la foto proprio sull’orlo della cassa, sopra alla testa. Il prete è tunisino, se non fosse per il costume di scena, potrei scambiarlo per un lavavetri. Inizia a pregare e non si capisce niente. Il Padre Nostro diventa “adro scio, co sc neo sc, scio sontofocoto, tuo nomoh…”. Ma ciò che mi fa sentire un’improvvisa ventata di imbarazzo che mi accompagnerà poi per parecchio tempo è che, mentre la cosparge di acqua santa, sfiora la cornice che le cade sulla testa emettendo un rumore sordo e secco: TOC. Ora non so se certe cose si possano dire o se non sia educato, ma l’evento lascia pensierosi, inspiegabilmente. Alla fine del rito, usciti tutti, ci diamo appuntamento nel luogo X per prendere le macchine e seguire il carro funebre fino al cimitero. Mentre attendo l’ultima ritardataria che si unisce alla coda dei partecipanti, un animale mi si posa sul braccio nudo che  inizio a muovere con gesti frenetici e disordinati, ma la belva non si stacca. Sono spaventata perché temo un’ape o un animale tremendo. Non ho il coraggio di guardare, finché non sono costretta a farlo, perché l’animale, nonostante i miei sforzi acrobatici, non ha intenzione di staccarsi. E’ una merda.  Sì. Un piccione mi ha cagato sul braccio. Il carro funebre parte, mi fiondo in macchina e non ho  nemmeno un fazzolettino per rimediare, mentre guido prestando particolare attenzione a non tamponare il feretro, trovo uno scontrino e decido di pulirmi con quello, provocandomi innumerevoli graffi e ferite sull’avambraccio. Nel tragitto assisto per la prima volta in vita mia ad un furgone che si fa tagliare la strada dal carro funebre e che, per tutta risposta, inizia a suonare il clacson. Mi vergogno tremendamente, ma grazie al Cielo arriviamo al Cimitero dove ci attende la Messa e il ritrovo con gli altri conoscenti. Segue un’ora di abbracci a sconosciti, a conosciuti, ad amati, a dimenticati, ad amici, a genitori acquisiti. Pacche sulle spalle, spalle di conforto, spalle di lacrime e sostegno.

Dopo un’ora e mezza sono al lavoro.

L: Bea, che hai fatto?

Bea: ?

L.: hai una merda di piccione lungo tutta la spalla.