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La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



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martedì, 25 settembre 2007

IL ROTARI CLUB

Caro diario –nel senso di “costoso”-,
tu sai che mia nonna Anna Grazia è stata campionessa italiana di tennis e che ha vinto la Mille Miglia per l’eleganza e sai anche tante altre cose su di lei, cose che -se le vedessi in giro io delle cose del genere- mi farebbero parlare di chiccheria (leggi sciccheria) e di vera classe.
Ma sai anche che l’altra nonna, Virginia detta Gigna, era una di quelle nonne che si alzano alle sei per fare la sfoglia e, se ti ricordi, lei mi comprava le mutanTe (così le chiamava) al mercato e urlava –sorda com’era- che Ti ho comprato le mutantine, in mondovisione, davanti a milioni di Very Important Persons.
Detto questo, non ti sarà difficile immaginare come sia stato il mio ingresso, qualche sera fa,  all’aperitivo del Rotari. 
G. ed io, consapevoli (ma non troppo) dell’ambiente esclusivo in cui stavamo per imbatterci, iniziamo i preparativi alle due del pomeriggio. Per l’occasione, decidiamo persino di lavarci. E, sempre per l’occasione, di lavare anche i capelli.
Dopo una serie di preparativi a base di maschere di fango per il viso e maschere in gommalacca per le occhiaie, alle diciannove e quarantacinque, usciamo. Siamo vestite a metà strada tra la Madonna di Medjugorje e Renato Zero negli anni ’80.
Saliamo sulla bea-mobile, soddisfatte.
L’appuntamento è sui colli bolognesi, in una villa che troveremo senz’altro perché delimitata da un corteo di fiaccole. Così dicono.
Dopo un’ora di viaggio, vediamo, in lontananza uno zampirone. E’ lei.
Parcheggiamo la smarta accanto ad un trionfo di Audi, BMW e porsche  e ci appropinquiamo alla villa.
In un giardino ai piedi di un parco, una moltitudine di personaggi eterei sorseggia un nettare ultraterreno da calici di cristallo. Noi, da parte nostra, ci buttiamo sul tavolo del buffet.
Ad attenderci, una tavolata piena di ogni delizia. Al centro, una forma di parmigiano reggiano, delle dimensioni di camera mia, sostiene oltre ad un tripudio di  bocconcini di formaggio, grappoli d’uva e frutti estinti; tutt’attorno, oltre a vassoi argentei di salumi e tartine,  terrine di porcellana  Limonge piene di funghi porcini fritti fumanti, zucchine fritte tiepide, nuvole di panzerotti soffici e filanti, mozzarelle  temperate e abbracci di olive all’ascolana. Mentre noi ci abbuffiamo, in perfetto stile Biafra, tre principesse con tacco di ventidue centimetri cadono rovinosamente, facendo di culo tutta la scalinata d’accesso alla villa. Tre meraviglie dell’eleganza mondiale, sdraiate per terra sotto gli sguardi altezzosi degli altri commensali.
E’ lì che ci viene l’idea –rimasta, per decenza, incompiuta- di distrarre nuovamente gli invitati con una finta caduta, per riempirci la borsa di barattoli di marmellate e salame. Non lo facciamo perché non è bello, ma l’importante è il pensiero.
Caro diario, non ti dico la fatica che hanno fatto a staccarci dal tavolo delle vivande, per scambiare un ciao con chi ci aveva invitate. Solo i dolci ci hanno allontanate dal tavolo numero uno. Sul tavolo numero due, c’erano infatti freschezze di frutti prelibati, tiramisù e torte al cioccolato tagliate a coriandoli romboidali, mascarpone su cui adagiare mini-cubi di gelatina di Martini.
Più larghe che alte, preso il mascarpone e fatta la nostra porca figura, ci siamo dileguate. Ripresa la macchina in tutta fretta, siamo tornate in città come due cenerentole obese, allo scoccar delle nove e mezza.
giovedì, 20 settembre 2007

DIRE e NON DIRLO

 

Come un ciottolo in gola, dirti ti amo sarebbe sopravvivere improvvisamente, un fiotto rotondo d’aria, da inghiottire svelta nel dirtelo, perché quanto più eccede il cuore, tanto più mi scarseggia il fiato. Ti amo come a  inventarlo ad un tratto, un lanciare contro di te, a schiantarti in mille pezzi, una pietra dura e fredda. Dalla punta delle dita, lungo i segni delle calze, persino sul naso o in un’alzata tua di spalle, dirlo e lasciartelo lì. O scrivertelo, tanto non capisci niente. E poi anch’ io ti sono niente.
Camminavo oggi e ti amavo sopra ai lacci delle scarpe e dentro l’orlo dei pantaloni; ti amavo anche nel vetro di una pizzeria d’asporto, ma “dirtelo –pensavo- sarebbe come condannarsi, perché so come sei e a maggior ragione ormai che  non serve a niente, dirtelo è più lento che spararsi e tanto varrebbe, allora, fare in fretta”.
Sì, perché tu –checché se ne dica- non mi ami per niente e nessuno mai al mondo riuscirebbe ad amarmi così poco (forse un nano miniaturista) come tu mi ami, io invece ti amo tanto da schiantarmi nel non dirtelo, e a sufficienza amo me da non dirtelo mai.


Mentre faccio questi pensieri, lungo Via Rizzoli, tre cani neri taglia gigante, mi si fiondano  addosso. Cerco di scrollarmeli, ma non c’è verso.
<<Di chi cazzo sono ‘sti cani?>>- dico io, piena di grazia allo stesso modo, se non di più, di Maria, I cani continuano a sbranarmi.
A dieci passi da me, un punkabbestia vino-munito con braga a vita bassa e spaccatura verticale in zona anale,  mi si palesa senza dire niente. I cani sono inequivocabilmente i suoi, ma lui non ne rivendica la paternità.
Dietro di me, nel frattempo, un punkabbestia donna, con degli stivali rossi con frange a forma di frecce, due millimetri di calza a rete attorno a due buchi color carne di settantacinque centimetri a gamba, i capelli impiastricciati di alcune fra le prime tre sostanze da motore più unte ed inquinanti al mondo, seconde solo a quelle del mio scooter, saluta il padrone delle simpatiche bestie.
<<Ti hanno scambiata per la mia ragazza>> mi dice lui, indicando la giovane alle mie spalle.
Ecco perché non mi ami.

martedì, 18 settembre 2007

MANETTE

Mia nonna dice che sono bella. Mi avrà scambiata per la nipote di un’altra.
Ho i capelli in disordine, il mio cuore scandisce l’eterogeneità degli eventi e impallidisce sulle guance, gonfia le palpebre. Non fuggo da lei, dalla malattia che le disperde parole e memoria per le stanze e sul divano, decido di  deglutire altrove –non qui- il mio pianto. Fuggo dal dovuto saper che fare, dall’inerzia del solito. E non so più che fare di me, in cambio. Ma spero e provo.
Il mio cane è la mia allegria e ci accompagna fino alla soglia, come una cerniera fra le cose che da molto ho amato lì e le stesse cose che fra poco continuerò ad amare non so dove.
I passi dal portone alla mia stanza sono solenni, porto sulle spalle la noia dell’aspettarmi chissà per quanto e l’obbedienza alla vita e  già penso a tutto il  passato che potrò distillare da un atto così presente e senza ritorno.
Il trasloco da un posto vivo: come un amore che finisce e rimane da qualche parte a farsi ricordare incompiuto e provvisorio, indimenticato e infinito, tanto quanto l’andarsene, demolendo  la casa, assomiglia al  lutto, col dolore circoscritto che in esso punge,  della fine.
La musica che dovrò ricordare, quando penserò ad oggi,  non è nulla di più dell’ultima sopravissuta, per sei minuti ancora, alla bocca ordinata degli scatoloni. Come certe vite, vive, per via di un poco, di un acaro in più, di un colpo di tosse. La musica che suona ora è l’ultima fra le dita, prima di chiudere tutto. Casta diva.
E’ il mio addio alle cose, non voluto. Con il cacciavite a svitare e l’impressione premonitrice di non tornare più, il cuore rapito.
Passo le casse con i fili tra le mensole, lungo gli stipiti, la musica mi passa da una mano all’altra e si dispera e urla come se a fuggire  fosse tutta la vita, senza di me.
Mia nonna è una piccola creatura della mia fuga. Non stessi fuggendo, sarebbero meno profonde le rughe e la deficienza del sorriso, meno affilata. Comprende solo musica e non me, che vado via e con questa speranza che soffia intorno, dalle note conosciute, mi fa piangere pensare che -morisse fra breve, mia nonna- oggi potrebbe essere l’ultima volta che non mi riconosce più.
Il mio cane mi guarda a lungo, mentre trovo un paio di manette in un cassetto e le metto via. Comincia a scodinzolare con tutta la gioia e l’amore che non so ancora, ma saprà bene la memoria. Fra otto mesi morirà, il mio amore di cane e scodinzola ora davanti alle manette con i suoi occhi canini.
Credeva fossero un guinzaglio.

giovedì, 13 settembre 2007

LA TRACHEITE

La tracheite è una brutta bestia. Devi portarla fuori la sera, andarci a letto senza amore, farla uscire al mattino, parlarci al pomeriggio. Non è mal di gola. La tracheite è falsa e subdola, si insinua lungo il collo, dall’altra parte della pelle e se apri la bocca, non ti dà l’impressione di nascondersi dietro la base della lingua, lei se ne sta al piano di sotto e non ti brucia nemmeno, ti toglie la voce, ti trasforma, ti segue ombrosa.
Ad un certo punto però, in fase calante di carriera, si manifesta, in tutta la sua secca perfidia, in quartine di cortei di tosse da tredici minuti di apnea cadauno.
L’altra mattina mi sveglio con un trattore lungo la trachea, con una dozzina di pallet in ferro conficcati in gola.  E una tosse da far bussare i vicini per tutta la lunghezza delle pareti. Capisco che devo intervenire, pena il soffocamento.
Mi alzo e attanagliata da un mutismo forzato, mi ricordo di una conversazione avvenuta la sera prima con la mia amica dottoressa nonché coinquilina:
G. <<Un informatore farmaceutico mi ha dato un nuovo farmaco che può farti bene. Prendilo, si chiama Vea>>
Bea <<…>> (Ah, Vea. Tipo Bea)
G. <<Ce l’ ho in camera, te lo ricordi perché è Vea. Tipo Bea>>
Bea <<… Ckofhhhh Ckofhhhh  Ckofhhhh …>>
Vado in camera di G. e lo trovo lì, in tutta la sua beltà. Il Vea.
Il Vea si presenta come una bomboletta spray, identica per forma, a quella del bea-dorante  Byblos. Di colore bianco, con scritte arancioni, è uno dei medicinali con il nome più in rima al mio che farmacia abbia mai conosciuto. Lo osservo circospetta. Brandisco la bomboletta con coraggio, apro la bocca e spruzzo un po’ perplessa. E’ unto, mi nebulizza la faccia quasi interamente e  mi chiedo perché non ci sia l’applicatore. Sarebbe tutto molto più semplice, mi dico. Leggo bene le scritte che circondano il flacone. Certi farmaci fanno bene a tutto. Leggo ancora meglio.
Prendo il telefono.
Bea <<G. , il Vea è untuoso>>
G. <<Ma, Bea, non avrai mica preso il Vea alla destra della mia scrivania?>>
Bea <<…>>
G. <<Ti sei spruzzata in gola il lenitivo del prurito per cute secca e zone pilifere? Che può prevenire o limitare le smagliature? Ma non hai visto che non c’era l’applicatore?>>
Bea <<Sì.>>


(... 24 ore dopo: G.<<E se lasciavo in camera il Vea-crema per il viso cosa facevi?>> Bea <<Cosa, il collirio?>> G. <<...>>)


finanziato da: BEA alle ore 22:54 | link |commenti (28)
conto: pensieri, vita, diario, aneddoti, salute, 05 conto frivolo
lunedì, 10 settembre 2007

LUCIANO PAVAROTTI

Avevo paura, quando lo vedevo sudare, che si sciogliesse il nero della tinta. Gli grondasse dai capelli. Avevo già chiara l’immagine fittizia, come fosse stata un’abitudine, restavo tesa all’imbarazzo d’anticipo, tanto fasullo quanto palpabile, di vederlo come irrigato da un inchiostro. Alla fine, passava il bianco di un fazzoletto sulla fronte madida e non succedeva niente.
Ho anche cantato con lui, da bimba. Era la mia piccola infanzia canterina, piena di grandi cose e nomi non goduti, per via dei pochi anni e della distrazione, forse, di essere una bambina un po’ malinconica e preoccupata.
Non c’è più. Il mio non è il dolore di una perdita, ma piuttosto l’attaccamento ad un’epoca. Sento, come una valanga implosa da un’amnesia, la solitudine della vita, il passare, lo smottamento del tempo e dello spazio. Questa morte non si porta via solo un uomo e per me, tra l’altro, ha ben poco della morte di un uomo, ma si porta via –e dovrei vergognarmene- mia nonna in macchina,  con la cassetta a risuonare fra i sedili, dietro i finestrini, sul nostro coro vivace e sulla sua fierezza nell’insegnarmi quanto fosse buono  e dovuto amare Luciano.
E nel silenzio che abbiamo, tra noi, mia nonna malata ed io, vorrei dirle, fra tante cose, che è morto il suo bravo tenore, il nostro. Non capirebbe e non sarebbe una grande cosa raccontarle una  tristezza. E’ che non ci saremo mai più, noi tre, a cantare, e lo scopro oggi. Eravamo del mondo e non lo sapeva nessuno. Appartengo ad un cuore collettivo che ha respirato la stessa aria di un mito, così posso dire Luciano e siamo tutti a stringerci le mani in una comunione di pensieri. Siamo nostri e il collante è ricordare cose comuni, anche se su automobili diverse.
C’è il dolore di non poter dire  al mutismo di mia nonna che dentro un momento siamo state nostre e che non lo sapevo. E che Luciano è morto.

venerdì, 07 settembre 2007

LA FORCHETTA

10062007

Ma io dico – se ti chiedo se c’è un artista che ti fa venire in mente un bidet, puoi tu rispondermi che l’opera è fruibile da parte del pubblico e che il quadro più bello del mondo è la Gioconda?!? Il mio è un esempio calzante, ma non ho chiesto la storia del bidet.

L’altra sera, per festeggiare non so bene cosa, vado con tre amiche alla festa dell’Umidità di Bologna. Ristorante ferrarese. La signora al carrello dei dolci, soprannominata Clark Gable, per via dei baffi, si aggira fra un tavolo e l’altro ingobbita e circospetta, mentre noi, giovani donne ignare, consumiamo, al  contempo, quattro piatti di supremi tortellacci di zucca e tre  di patatine fritte (perché lì ti portano il primo e il caffè insieme per fare prima).
Siccome sul menù non c’è scritto niente e lungo i tavoli, si dimena la presenza della  nonna ferrar-bolognese con insolita leggiadria, mi sorge la speranza, per un attimo, che i dolci li regalino, così alla fine del pasto, chiamo Clark che si precipita con il carrello, pronta a dare pace alle nostre voglie.
Si può scegliere tra diverse opzioni: pista di pattinaggio a rotelle beige con striature marroni, traslucida, di non identificabile composizione; gigantesco assemblaggio di sterco equino ripieno di simil-panna  giallognola; disastro di crema catalana in mescolanza di tutti i dolci presenti sul carrello; suicidio di ribes in gelatina, accompagnato da sentore di millefoglie.
Chiedo alla signora che cosa c’è dentro alla torta con il ribes e mi risponde che c’è della roba e poi degli ingredienti. Proprio quello che cerco. Ne chiedo una porzione. Siccome poi la signora dice che io sono una golosetta, per via del calore con cui ho accolto la sua epifania, mi fa dono di un pezzo in più, che sommato al Profiteroles delle altre commensali fanno 5 euro.
Mentre noi scegliamo la strategia mangereccia, Clark, brandendo un tovagliolo, inizia a pulire le palette con cui serve i dolci. L’effetto è identico -se non peggiore perché poi te lo devi mangiare- a quello di una merda, sotto alla suola liscia di un mocassino, tolta con il Kleenex. Sulla tavola scende il panico. I baffi di Clark e le scarse condizioni igieniche del carrello maledetto seminano il terrore. Finché… Lo fa.
La signora prende la forchetta al sabor di tortelli e patate di A., abbandonata all’estremità del piatto su cui ancora dimora l’ombra tiepida della sfoglia, e serve i dolci con quella. Finito il nostro tavolo, parte alla volta di nuove tavolate con la forchetta al ragù, a servire il Profiteroles a voialtri.