In comode rate

Anche i ricchi piangono


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La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



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Abbiamo rapinato

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Kira'stickers
martedì, 30 ottobre 2007

So che siete lì

Vorrei spendere due parole, senza pretese, su quelli che si fermano davanti alle porte. So che mi leggete in silenzio e fate finta di niente. Voi che vi fermate alle entrate (o alle uscite) dei bar, delle librerie, dei negozi di abbigliamento, dei bagni pubblici, a parlare. Organizzate vere e proprie Cerimonie. In uno slargo di venti ettari, se c’è una porta, voi rimarrete a sostarvi in branchi di 12 impalcando conversazioni fittissime da consumarsi tutte lì, ad ostruire il passaggio a chi deve entrare e a chi deve uscire che poi –lo sappiamo- sono sempre io.
Bene. Vorrei chiedervi, con la più sentita delle mie curiosità quali migliori risonanze, quale  ameno stanziarsi, porti in sé uno spazio di 20 cm entro il quale festeggiare in gruppo, ricorrenze e commemorazioni. Io vorrei chiedervi solo perché lo fate. Senza polemica, per curiosità. Voi siete gli stessi che si fermano in mezzo alle scale, quando c’è una fila di gente che ha uniformato a fatica il passo, costringendo alla sosta il corteo, siete quelli che camminano al centro della strada carrabile quando se non sono due, i marciapiedi sono tre. Sono sicura che siate gli stessi che spingono quando si è in fila, soprattutto quando per la biologia, la fisica, l’educazione fisica,  la geografia, la matematica, la filosofia e per  la storia delle religioni, è impossibile un seppur minimo avanzamento dei corpi. Quelli che se c’è un ristorante vuoto, decidono di sedersi nel tavolo accanto all’unico occupato, costringendo i primi avventori a spostare una sedia, qualche volta il tavolo. Siete voi. Lo so che state leggendo.  Siete quelli che non fanno passare, fermi al semaforo, le macchine che si immettono sulla via, gli stessi che, a semaforo verde, indugiano fino all’arancione, per passare con il rosso e lasciare gli altri ad aspettare un altro verde. Siete quelli che alle poste arrivano dopo ma poi si affiancano all’ultimo e si appiccicano al penultimo, che è proprio quello che è prima di noi, quello che dopo ci siamo noi e non voi. Quelli che, in macchina,  se li sorpassi da sinistra, si spostano tutti a sinistra, se tenti la destra, ritornano a destra. Io vorrei conoscervi e chiedervi tante cose. Tra le tante, perché non mettete le frecce quando fate una rotonda, perché se fumate puntate la sigaretta, con la brace infuocata contro i vestiti degli altri, specialmente lana e, se siete alti, contro gli occhi. Chiedervi perché sorpassate per poi andare più piano e costringere al sorpasso il sorpassato, perché vi strusciate contro il mio zaino nei negozi, quando sono vuoti, perché guardate la cosa esposta che sto guardando e toccando io e me la strappate di mano, ma soprattutto perché, quando non siete in macchina o in posta o al ristorante, vi ritrovate tutti davanti alle entrate (o uscite) a chiacchierare.
finanziato da: BEA alle ore 23:40 | link |commenti (51)
conto: riflessioni, racconti, vita, 05 conto frivolo
lunedì, 22 ottobre 2007

La tua casa

Ti vedo mentre sali qualche gradino. A casa tua,  qualche volta sono cento, su fino all’ultimo piano, altre volte solo tre, sull’ammezzato. Ma tu ti appoggi, in ogni caso, al corrimano ed io ti vedo, sento che respiri forte e raccogli il braccio, incurvi la schiena, petto proteso, la testa indietro,come a riempirsi di cielo la fronte e il mento.  Quanto fiato, fossi io uno scalino, ti regalerei. Ed è solo un piano terra, quel tuo quarto o quinto, questo tuo secondo piano. Quando infili la chiave, hai forse non felicità, ma leggerezza. Apri la porta, con  il passo ciondolante che hai un po’ tu, chiudi (e mi è parso di vederti sorridere). Io prego, per te, tu possa arrivare in cucina o in soggiorno o in una stanza e appoggiare le chiavi sul tavolo, su un tavolo, sul sofà, sentire il silenzio, come un ghiaccio a sciogliersi. La scoperta del “meglio”, il tuo –s’intende. Se fosse poco umida la tua casa, le pareti chiare, si prestasse ad intonarsi con il bianco e con il nero, o con i grigi che tu hai (e io…), fosse così, ecco allora guardarti intorno, le pupille più allentate,  ecco le tue labbra dischiuse: ecco che fai così. I capelli più lunghi, le mani a scrivermi.
Mi scrivi, per l’appunto, che mi vedi mentre salgo i gradini, che li immagini a milioni. O magari due. Che io mi appoggio al corrimano: mi vedi. Ecco che ti sembro sorridere. Preghi per me che io sia felice. Pensi –e non lo dici- che vorresti che ti amassi ancora.
Non è vero che mi vedi. Ma mi scrivi anche tu così, e anche tu mi accompagni fino all’uscio. Così che, a leggerti, io so che mi ami molto.
Così a sognare uguale a me, che non so nemmeno più dove abitiamo.

finanziato da: BEA alle ore 23:56 | link |commenti (21)
conto: parole, pensieri, poesia, riflessioni, vita, diario, 03 conto blu
mercoledì, 17 ottobre 2007

Al corpo

Ciao corpo. Ti auguro di stare bene  fino alla fine dei tuoi giorni, anche se capisco non sia sempre facile vivere con me e difficile tener duro. E' vero. A volte non ti dò da mangiare, altre volte te ne dò troppo, ti sbatto contro gli spigoli; certe volte, ti mangio le pelliccine. Lo so, non dovrei. Ma ti metto le creme e ti depilo. E' capitato che, per pietà di te (che non capisci che è per il tuo bene) ti depilassi una gamba sola: non volevo tu stessi male, male fisicamente. Una gamba sì, una no. Capita altre volte che io non abbia piena cura di te e magari, mettendo un tappo alla penna e mancando il bersaglio, ti macchi le dita con antiestetici segni neri. Ma ti trucco con i migliori fondotinta e ti rigo piano gli occhi. E uso il rimmel per le tue ciglia. Se ricordi, e  se sei onesto, ti ho fatto baciare dei grandi amori e tu ti sei sbriciolato, hai mescolato il dolore all'allegria e non l'hai sentito più. Ti ho soffiato il naso quando piangevi, ti ho fatto dare più di mille carezze, ti ho slacciato i pantaloni, sotto al tavolo, durante cene esagerate, in gran segreto; ti ho sgranchito le gambe, fatto fare l'amore. E' vero che ti ho fatto anche prendere delle sberle e pizzicotti e spinte e pestate di piedi, ma non volevo e forse, a dirla tutta, un po' è stata colpa della tua lingua. Io ti chiedo di non voler ammalarti mai, di portarmi dove voglio e di non lasciarmi mai senza fiato a metà corsa. Da parte mia, mi impegnerò a darti un ascensore dove ci sono scale e una sedia quando si sta in piedi. Ti voglio bene, ricordalo sempre e scusami se ti ho ingrassato un po' negli ultimi tempi, ma a volte, per troppo amore, si sbaglia e a te piace il formaggio e quando mi guardi con quella pancia così tenera, non sempre so dirti di no. A volte, perché tu stia meglio, ti snodo persino il patema e il pianto, penso al mio caro amore e a quattro baci sudati e abbracciati e tu sorridi. Non è colpa nostra se non si è fatto amare per quanto è lungo il nostro amore, non perdere l'appetito, ma non mangiare nemmeno di più. Ti prego, se puoi, non morirmi mai e sii sano, attento a te, alle mie ed alle tue debolezze. Perché, vedi, potrai non credermi, ma io giurerei: che se stai male tu, corpo mio, sto male anch'io.
lunedì, 08 ottobre 2007

NIENTE DI SPECIALE

Non sei proprio niente di speciale.
Specialmente quando imbronci il mento e giri la testa.
Uno scatto di ingranaggi, lo sbuffo di un accento.
Quando ridi, non c’è niente oltre quel suono, non sono gradini
a corrermi in contro, non è maggior felicità, la tua felicità.
Non è la mia, la nostra.
Non sei nulla di speciale. Di bellezze più belle  ne ho viste molte,
ho riso a simpatie più sciolte.
Lo sguardo, il tuo, non mi arriva al cuore liquefacendosi sulle palpebre come quello di sguardi che arrivano al cuore liquefatti, già fin dalle palpebre.
Arriva, a mala pena, agli occhi.
Di mani ne ho conosciute di più magre, le tue dita non sono poi così lunghe.
Non sei nulla di speciale.
Amare te è uno spreco,
che tu non mi voglia è una privazione così indifferente e scarna,
un’assenza così ovvia, una carta così incenerita e per errore,
che spesso mi viene voglia di morire dal niente.
E che cos’hai tu in più dell’altra gente è niente.
Che non mi ami, hai.
E se è questo il prezzo…
Ma tante persone, sai, non mi amerebbero gratis.
Per un dolore minore, molta e miglior gente
saprebbe non amarmi con maggior non amore.

-Anche questa poesia non è niente di speciale. Per fortuna-

finanziato da: BEA alle ore 20:40 | link |commenti (20)
conto: parole, pensieri, poesia, amore, riflessioni, vita, diario, disamore