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La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



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mercoledì, 14 gennaio 2009

IL SILENZIO

Caro Tecnico del computer, tu che conosci i misteri di questo strumento e che con un solo clic sai aprire finestre inesplorate, vorrei raccontarti la mia triste e commuovente esperienza.
Tanto tempo fa, installai un antivirus; non essendo soddisfatta tuttavia delle sue prestazioni, decisi di installarne un altro. I problemi aumentarono vorticosamente e così ne installai un altro ancora, con scarsi risultati. Mi abituai a messagi di errore, rigorosamente in inglese e a me inaccessibili, ai quali ora dichiaro di aver risposto sempre OK o CONTINUA. Passai intere ore a cliccare OK, per poter avviare il computer, presi l'abitudine di scollegare la stampante, all'occorrenza, per dimezzare i messaggi di errore, entrai in confidenza con il ctrl.alt.canc... Questo fu il periodo che potremmo chiamare "antivirus" e che si protrasse per svariati mesi, se non anni, fino a portarmi a quota 8 antivirus installati, uno peggio dell'altro.
Ma l'altra sera è successo qualcosa.
Ad una cena, un ragazzo che se ne intende, una specie di "tecnico" come te, mi ha detto che nel computer bisogna avere un antivirus solo. Uno solo. Capisci? Dopo tutte le mie fatiche per averne 8.
E' così che sono passata alla seconda fase. Disinstallazione.
Ho iniziato a cancellare tutto quello che lampeggiava, a sradicarlo dalle cartelle, cestinarlo, schifarlo. Ma l'impresa è stata più complessa di quanto temessi. Non puoi immaginare la mia disillusione quando ho scoperto che Kasperkay non si disinstalla nemmeno se cospargi il computer di benzina e gli dài fuoco.
Il grosso problema è che tutti gli antivirus, scaricati gratuitamente da internet, non vogliono essere disinstallati, senza CHIAVE DI LICENZA.
Ho iniziato a cercare su google le chiavi, ho digitato le mie angosce più intime (google: "come disinstallare antivirus senza licenza" cerca), ho letto milioni di forum che trattavano l'argomento, ho tradotto quelli in polacco, avvalendomi dell'aiuto dei traduttori online gratis. Ho scaricato programmi di disinstallazione... Niente.
Mentre accadeva tutto ciò, ricordandomi di un'illuminazione ricevuta, mi sono messa a scaricare un programmino da emule ("ma come? scarichi solo film e canzoni? ma non lo sai, bea, che si possono scaricare anche i programmi da emule?" Era meglio di no.).
Dopo averlo scaricato, mi sono data da fare per installarlo. E' stato entusiasmante partecipare, inerme, non all'installazione del programma di foto che desideravo, ma a quella di"CASINO' BELLINI".
Ho provato a fermare l'installazione, ho cancellato quello che trovavo in giro, anche cose a caso, ho spento il computer. Ma Bellini è più forte di noi.
Per disinstallarlo, mi diceva che mi mancava qualcosa. Allora, colta dal dubbio, ho REINSTALLATO quello che avevo già disinstallato (mi riferisco agli antivirus), ma nel frattempo avevo anche scaricato AVG antivirus che mi diceva che non potevo installarlo se c'era un altro antivirus come lui. Ho disinstallato (spero) il casinò, ho ricancellato qualche antivirus, ho installato AVG che mi ha detto che è installato, ma non va e... L'audio non è più andato.
A questo punto, disperata, siccome prima tutto filava liscio, sono andata a ravanare nel bidone del computer e ho ripescato gli antivirus e... LI HO INSTALLATI ANCORA. L'audio, dopo aver provato tutte le combinazioni del pannello di controllo, mi ha dato un'ora di respiro, ma poi... Il silenzio. Sono andata su google "audio non va" cerca; "Computer non va più audio" cerca; "periferiche audio non vanno" cerca. Ho letto tutto quello che c'era in rete, trovato conforto nelle esperienze simili alla mia, ma... L'audio non va.
Ora mi chiedo: da che cosa MAI potrà essere nato il problema? Cosa ho fatto che non va?
finanziato da: BEA alle ore 14:11 | link |commenti (27)
conto: vita, diario, internet, 05 conto frivolo
mercoledì, 05 novembre 2008

La pipì, ottobre 2008

L'altro giorno mi trovavo in una ridente frazione di Bologna: Corticella. Ero in macchina. Dopo aver parcheggiato, mi è venuto il sospetto di avere la pipì. Scesa dalla macchina, ho iniziato a riflettere sullo stimolo, nonché a guardarmi intorno in cerca di un bar. Nessun bar. Il fatto è che appena ho avuto la coscienza di trovarmi in una landa desolata, la pipì ha iniziato a premere più forte, fino ad annebbiarmi la vista. Con i sudori freddi, ho tentato di fare qualche metro in cerca di un'alternativa.
La pipì, secondo me, ha un sistema a molla, grazie al quale per ogni passo che tu fai in sua compagnia, senti il bisogno impellente di tornare agli ambienti più familiari che ti ritrovi a disposizione.
Dopo aver escluso di suonare alla porta della caserma dei caribinieri, distante un centinaio di metri, il principio a molla della Pipì, ha  riportato il mio corpo irrigidito alla macchina. Appoggiata allo sportello, sono rimasta paralizzata per qualche minuto finché non ho avuto una visione: due signore sulla settantina in tenuta da passeggio.
Ho scelto quella con i capelli più bianchi: "Signora, mi scusi, sa se c'è un bar aperto in zona?". Sembrandomi una domanda troppo emotivamente debole, per trovare in lei comprensione e reale appoggio umano, dopo una brevissima pausa di riflessione, ho deciso di andare fino in fondo: "Mi scappa la pipì, credo che non resisterò".
La signora, capita l'urgenza, ha prontamente iniziato a guardarsi in giro: "No, i bar sono tutti chiusi, oggi".
La morte.

La signora, profondamente toccata dall'espressione di disperazione scesa sul mio volto, inizia a meditare. Nel frattempo, voltata la testa per perlustrare meglio il luogo, noto l'indicazione "ORATORIO". Perfetto, penso, andrò in oratorio. Ora et ura (da urina).
"Se non fosse così tardi, ti porterei a casa mia..."- mi dice intanto la nonnina. "A casa sua? Subito, anche nell'ingresso. Mi dia le chiavi e vado da sola" -vorei dirle. "Ma Signora è troppo gentile, non si preoccupi, ho visto che c'è un oratorio, posso andare lì". Cogliona. Mentre mi sento pronunciare queste parole, la pipì inizia ad urlare, sento che sta cercando di uscirmi dai gomiti. Ma ad un certo punto, una voce: "Ciao Franca!". La signora Franca, la nonnina dai capelli bianchi, riconosce un volto amico, si illumina e inizia a gridare in mezzo alla strada: "Fiorella, accompagna questa ragazza al bagno dell'oratorio: LE SCAPPA LA PIPì". Bene, fatta la mia porca figura, seguo la signora Fiorella che, a metà strada, mi dice "Beh, perché non vieni su a casa mia?". Sì, lo voglio.

La mia salvezza.
Aperta la porta di casa, mi indica una porticina in fondo al corridoio. BAGNO, c'è scritto.
Vado. Faccio una delle pipì più belle della mia vita, in sospensione su quei sanitari candidi e puliti (ma non si sa mai). Ne tengo anche un po' perché dura troppo e non voglio che la signora pensi che me ne approfitto.
Finalmente esco dal bagno che ho persino riacquistato colore. Cerco di raggiungere questa Fiorella per ringraziarla e giurarle devozione eterna, ma: lei è al telefono con il Comune di Piacenza. Rimango mezz'ora sulla soglia della porta della camera da letto, gli occhi bassi, a sentire lei che dà tutti i suoi dati anagrafici. E sono nata il *, e sono residente a *, e mio babbo era di *, ma la mamma però no. Un delirio. Quando finalmente riattacca, posso dedicarmi ai mille ringraziamenti: mi prostro ai suoi piedi, con danze e riti e mi congedo.
"Figurati, povero tesoro. Non preoccuparti. Ciao, bella. Poverina..."
Ciao Fiorella.
 
 
finanziato da: BEA alle ore 16:01 | link |commenti (17)
conto: racconti, vita, diario, aneddoti, grazie, 05 conto frivolo
martedì, 30 ottobre 2007

So che siete lì

Vorrei spendere due parole, senza pretese, su quelli che si fermano davanti alle porte. So che mi leggete in silenzio e fate finta di niente. Voi che vi fermate alle entrate (o alle uscite) dei bar, delle librerie, dei negozi di abbigliamento, dei bagni pubblici, a parlare. Organizzate vere e proprie Cerimonie. In uno slargo di venti ettari, se c’è una porta, voi rimarrete a sostarvi in branchi di 12 impalcando conversazioni fittissime da consumarsi tutte lì, ad ostruire il passaggio a chi deve entrare e a chi deve uscire che poi –lo sappiamo- sono sempre io.
Bene. Vorrei chiedervi, con la più sentita delle mie curiosità quali migliori risonanze, quale  ameno stanziarsi, porti in sé uno spazio di 20 cm entro il quale festeggiare in gruppo, ricorrenze e commemorazioni. Io vorrei chiedervi solo perché lo fate. Senza polemica, per curiosità. Voi siete gli stessi che si fermano in mezzo alle scale, quando c’è una fila di gente che ha uniformato a fatica il passo, costringendo alla sosta il corteo, siete quelli che camminano al centro della strada carrabile quando se non sono due, i marciapiedi sono tre. Sono sicura che siate gli stessi che spingono quando si è in fila, soprattutto quando per la biologia, la fisica, l’educazione fisica,  la geografia, la matematica, la filosofia e per  la storia delle religioni, è impossibile un seppur minimo avanzamento dei corpi. Quelli che se c’è un ristorante vuoto, decidono di sedersi nel tavolo accanto all’unico occupato, costringendo i primi avventori a spostare una sedia, qualche volta il tavolo. Siete voi. Lo so che state leggendo.  Siete quelli che non fanno passare, fermi al semaforo, le macchine che si immettono sulla via, gli stessi che, a semaforo verde, indugiano fino all’arancione, per passare con il rosso e lasciare gli altri ad aspettare un altro verde. Siete quelli che alle poste arrivano dopo ma poi si affiancano all’ultimo e si appiccicano al penultimo, che è proprio quello che è prima di noi, quello che dopo ci siamo noi e non voi. Quelli che, in macchina,  se li sorpassi da sinistra, si spostano tutti a sinistra, se tenti la destra, ritornano a destra. Io vorrei conoscervi e chiedervi tante cose. Tra le tante, perché non mettete le frecce quando fate una rotonda, perché se fumate puntate la sigaretta, con la brace infuocata contro i vestiti degli altri, specialmente lana e, se siete alti, contro gli occhi. Chiedervi perché sorpassate per poi andare più piano e costringere al sorpasso il sorpassato, perché vi strusciate contro il mio zaino nei negozi, quando sono vuoti, perché guardate la cosa esposta che sto guardando e toccando io e me la strappate di mano, ma soprattutto perché, quando non siete in macchina o in posta o al ristorante, vi ritrovate tutti davanti alle entrate (o uscite) a chiacchierare.
finanziato da: BEA alle ore 23:40 | link |commenti (51)
conto: riflessioni, racconti, vita, 05 conto frivolo
mercoledì, 17 ottobre 2007

Al corpo

Ciao corpo. Ti auguro di stare bene  fino alla fine dei tuoi giorni, anche se capisco non sia sempre facile vivere con me e difficile tener duro. E' vero. A volte non ti dò da mangiare, altre volte te ne dò troppo, ti sbatto contro gli spigoli; certe volte, ti mangio le pelliccine. Lo so, non dovrei. Ma ti metto le creme e ti depilo. E' capitato che, per pietà di te (che non capisci che è per il tuo bene) ti depilassi una gamba sola: non volevo tu stessi male, male fisicamente. Una gamba sì, una no. Capita altre volte che io non abbia piena cura di te e magari, mettendo un tappo alla penna e mancando il bersaglio, ti macchi le dita con antiestetici segni neri. Ma ti trucco con i migliori fondotinta e ti rigo piano gli occhi. E uso il rimmel per le tue ciglia. Se ricordi, e  se sei onesto, ti ho fatto baciare dei grandi amori e tu ti sei sbriciolato, hai mescolato il dolore all'allegria e non l'hai sentito più. Ti ho soffiato il naso quando piangevi, ti ho fatto dare più di mille carezze, ti ho slacciato i pantaloni, sotto al tavolo, durante cene esagerate, in gran segreto; ti ho sgranchito le gambe, fatto fare l'amore. E' vero che ti ho fatto anche prendere delle sberle e pizzicotti e spinte e pestate di piedi, ma non volevo e forse, a dirla tutta, un po' è stata colpa della tua lingua. Io ti chiedo di non voler ammalarti mai, di portarmi dove voglio e di non lasciarmi mai senza fiato a metà corsa. Da parte mia, mi impegnerò a darti un ascensore dove ci sono scale e una sedia quando si sta in piedi. Ti voglio bene, ricordalo sempre e scusami se ti ho ingrassato un po' negli ultimi tempi, ma a volte, per troppo amore, si sbaglia e a te piace il formaggio e quando mi guardi con quella pancia così tenera, non sempre so dirti di no. A volte, perché tu stia meglio, ti snodo persino il patema e il pianto, penso al mio caro amore e a quattro baci sudati e abbracciati e tu sorridi. Non è colpa nostra se non si è fatto amare per quanto è lungo il nostro amore, non perdere l'appetito, ma non mangiare nemmeno di più. Ti prego, se puoi, non morirmi mai e sii sano, attento a te, alle mie ed alle tue debolezze. Perché, vedi, potrai non credermi, ma io giurerei: che se stai male tu, corpo mio, sto male anch'io.
martedì, 25 settembre 2007

IL ROTARI CLUB

Caro diario –nel senso di “costoso”-,
tu sai che mia nonna Anna Grazia è stata campionessa italiana di tennis e che ha vinto la Mille Miglia per l’eleganza e sai anche tante altre cose su di lei, cose che -se le vedessi in giro io delle cose del genere- mi farebbero parlare di chiccheria (leggi sciccheria) e di vera classe.
Ma sai anche che l’altra nonna, Virginia detta Gigna, era una di quelle nonne che si alzano alle sei per fare la sfoglia e, se ti ricordi, lei mi comprava le mutanTe (così le chiamava) al mercato e urlava –sorda com’era- che Ti ho comprato le mutantine, in mondovisione, davanti a milioni di Very Important Persons.
Detto questo, non ti sarà difficile immaginare come sia stato il mio ingresso, qualche sera fa,  all’aperitivo del Rotari. 
G. ed io, consapevoli (ma non troppo) dell’ambiente esclusivo in cui stavamo per imbatterci, iniziamo i preparativi alle due del pomeriggio. Per l’occasione, decidiamo persino di lavarci. E, sempre per l’occasione, di lavare anche i capelli.
Dopo una serie di preparativi a base di maschere di fango per il viso e maschere in gommalacca per le occhiaie, alle diciannove e quarantacinque, usciamo. Siamo vestite a metà strada tra la Madonna di Medjugorje e Renato Zero negli anni ’80.
Saliamo sulla bea-mobile, soddisfatte.
L’appuntamento è sui colli bolognesi, in una villa che troveremo senz’altro perché delimitata da un corteo di fiaccole. Così dicono.
Dopo un’ora di viaggio, vediamo, in lontananza uno zampirone. E’ lei.
Parcheggiamo la smarta accanto ad un trionfo di Audi, BMW e porsche  e ci appropinquiamo alla villa.
In un giardino ai piedi di un parco, una moltitudine di personaggi eterei sorseggia un nettare ultraterreno da calici di cristallo. Noi, da parte nostra, ci buttiamo sul tavolo del buffet.
Ad attenderci, una tavolata piena di ogni delizia. Al centro, una forma di parmigiano reggiano, delle dimensioni di camera mia, sostiene oltre ad un tripudio di  bocconcini di formaggio, grappoli d’uva e frutti estinti; tutt’attorno, oltre a vassoi argentei di salumi e tartine,  terrine di porcellana  Limonge piene di funghi porcini fritti fumanti, zucchine fritte tiepide, nuvole di panzerotti soffici e filanti, mozzarelle  temperate e abbracci di olive all’ascolana. Mentre noi ci abbuffiamo, in perfetto stile Biafra, tre principesse con tacco di ventidue centimetri cadono rovinosamente, facendo di culo tutta la scalinata d’accesso alla villa. Tre meraviglie dell’eleganza mondiale, sdraiate per terra sotto gli sguardi altezzosi degli altri commensali.
E’ lì che ci viene l’idea –rimasta, per decenza, incompiuta- di distrarre nuovamente gli invitati con una finta caduta, per riempirci la borsa di barattoli di marmellate e salame. Non lo facciamo perché non è bello, ma l’importante è il pensiero.
Caro diario, non ti dico la fatica che hanno fatto a staccarci dal tavolo delle vivande, per scambiare un ciao con chi ci aveva invitate. Solo i dolci ci hanno allontanate dal tavolo numero uno. Sul tavolo numero due, c’erano infatti freschezze di frutti prelibati, tiramisù e torte al cioccolato tagliate a coriandoli romboidali, mascarpone su cui adagiare mini-cubi di gelatina di Martini.
Più larghe che alte, preso il mascarpone e fatta la nostra porca figura, ci siamo dileguate. Ripresa la macchina in tutta fretta, siamo tornate in città come due cenerentole obese, allo scoccar delle nove e mezza.
giovedì, 13 settembre 2007

LA TRACHEITE

La tracheite è una brutta bestia. Devi portarla fuori la sera, andarci a letto senza amore, farla uscire al mattino, parlarci al pomeriggio. Non è mal di gola. La tracheite è falsa e subdola, si insinua lungo il collo, dall’altra parte della pelle e se apri la bocca, non ti dà l’impressione di nascondersi dietro la base della lingua, lei se ne sta al piano di sotto e non ti brucia nemmeno, ti toglie la voce, ti trasforma, ti segue ombrosa.
Ad un certo punto però, in fase calante di carriera, si manifesta, in tutta la sua secca perfidia, in quartine di cortei di tosse da tredici minuti di apnea cadauno.
L’altra mattina mi sveglio con un trattore lungo la trachea, con una dozzina di pallet in ferro conficcati in gola.  E una tosse da far bussare i vicini per tutta la lunghezza delle pareti. Capisco che devo intervenire, pena il soffocamento.
Mi alzo e attanagliata da un mutismo forzato, mi ricordo di una conversazione avvenuta la sera prima con la mia amica dottoressa nonché coinquilina:
G. <<Un informatore farmaceutico mi ha dato un nuovo farmaco che può farti bene. Prendilo, si chiama Vea>>
Bea <<…>> (Ah, Vea. Tipo Bea)
G. <<Ce l’ ho in camera, te lo ricordi perché è Vea. Tipo Bea>>
Bea <<… Ckofhhhh Ckofhhhh  Ckofhhhh …>>
Vado in camera di G. e lo trovo lì, in tutta la sua beltà. Il Vea.
Il Vea si presenta come una bomboletta spray, identica per forma, a quella del bea-dorante  Byblos. Di colore bianco, con scritte arancioni, è uno dei medicinali con il nome più in rima al mio che farmacia abbia mai conosciuto. Lo osservo circospetta. Brandisco la bomboletta con coraggio, apro la bocca e spruzzo un po’ perplessa. E’ unto, mi nebulizza la faccia quasi interamente e  mi chiedo perché non ci sia l’applicatore. Sarebbe tutto molto più semplice, mi dico. Leggo bene le scritte che circondano il flacone. Certi farmaci fanno bene a tutto. Leggo ancora meglio.
Prendo il telefono.
Bea <<G. , il Vea è untuoso>>
G. <<Ma, Bea, non avrai mica preso il Vea alla destra della mia scrivania?>>
Bea <<…>>
G. <<Ti sei spruzzata in gola il lenitivo del prurito per cute secca e zone pilifere? Che può prevenire o limitare le smagliature? Ma non hai visto che non c’era l’applicatore?>>
Bea <<Sì.>>


(... 24 ore dopo: G.<<E se lasciavo in camera il Vea-crema per il viso cosa facevi?>> Bea <<Cosa, il collirio?>> G. <<...>>)


finanziato da: BEA alle ore 22:54 | link |commenti (28)
conto: pensieri, vita, diario, aneddoti, salute, 05 conto frivolo
venerdì, 07 settembre 2007

LA FORCHETTA

10062007

Ma io dico – se ti chiedo se c’è un artista che ti fa venire in mente un bidet, puoi tu rispondermi che l’opera è fruibile da parte del pubblico e che il quadro più bello del mondo è la Gioconda?!? Il mio è un esempio calzante, ma non ho chiesto la storia del bidet.

L’altra sera, per festeggiare non so bene cosa, vado con tre amiche alla festa dell’Umidità di Bologna. Ristorante ferrarese. La signora al carrello dei dolci, soprannominata Clark Gable, per via dei baffi, si aggira fra un tavolo e l’altro ingobbita e circospetta, mentre noi, giovani donne ignare, consumiamo, al  contempo, quattro piatti di supremi tortellacci di zucca e tre  di patatine fritte (perché lì ti portano il primo e il caffè insieme per fare prima).
Siccome sul menù non c’è scritto niente e lungo i tavoli, si dimena la presenza della  nonna ferrar-bolognese con insolita leggiadria, mi sorge la speranza, per un attimo, che i dolci li regalino, così alla fine del pasto, chiamo Clark che si precipita con il carrello, pronta a dare pace alle nostre voglie.
Si può scegliere tra diverse opzioni: pista di pattinaggio a rotelle beige con striature marroni, traslucida, di non identificabile composizione; gigantesco assemblaggio di sterco equino ripieno di simil-panna  giallognola; disastro di crema catalana in mescolanza di tutti i dolci presenti sul carrello; suicidio di ribes in gelatina, accompagnato da sentore di millefoglie.
Chiedo alla signora che cosa c’è dentro alla torta con il ribes e mi risponde che c’è della roba e poi degli ingredienti. Proprio quello che cerco. Ne chiedo una porzione. Siccome poi la signora dice che io sono una golosetta, per via del calore con cui ho accolto la sua epifania, mi fa dono di un pezzo in più, che sommato al Profiteroles delle altre commensali fanno 5 euro.
Mentre noi scegliamo la strategia mangereccia, Clark, brandendo un tovagliolo, inizia a pulire le palette con cui serve i dolci. L’effetto è identico -se non peggiore perché poi te lo devi mangiare- a quello di una merda, sotto alla suola liscia di un mocassino, tolta con il Kleenex. Sulla tavola scende il panico. I baffi di Clark e le scarse condizioni igieniche del carrello maledetto seminano il terrore. Finché… Lo fa.
La signora prende la forchetta al sabor di tortelli e patate di A., abbandonata all’estremità del piatto su cui ancora dimora l’ombra tiepida della sfoglia, e serve i dolci con quella. Finito il nostro tavolo, parte alla volta di nuove tavolate con la forchetta al ragù, a servire il Profiteroles a voialtri.
venerdì, 31 agosto 2007

LA PRESTAZIONE

Vivo all’insegna dell’ansia da prestazione. Il mondo è pieno di insidie e spesso mi sembra che la mia permanenza fra gli esseri umani sia predestinata, per incorreggibile conformazione, a non dare il massimo di se stessa.
Dovrei agire perennemente nel segreto della solitudine, lì potrei essere libera di fare di me la Giovanna D’Arco del coraggio, la Madre Teresa di Calcutta della bontà, la Dante dello scriver bene.
A volte mi riesce persino difficile camminare. E chi mi conosce cederebbe più volentieri alla tentazione di giurarmi stronza piuttosto che a quella di credermi timida. Seguendo le antiche usanze, secondo le quali è necessario rimanere fermi sulla pista da sci e, credendo di non essere improvvisamente più in grado di scendere, cercare fra gli amici qualcuno che ti assecondi nell’iniziativa di chiamare un elicottero, mi è capitato qualche volta di sentirmi osservata in strada e di non essere più capace di mettere i piedi uno davanti all’altro.
Certe donne si pavoneggiano allo sguardo marpione del maschio assatanato, io no .
Una volta, in autostrada, sentendo gli sguardi addosso, ho accostato, mi sono fermata in una piazzola di sosta e sono scesa dalla macchina sperando di trovare sulla fiancata il disegno di una chiave o una scritta anarchica, piuttosto che crollare nel dubbio indistricabile del perché si scegliesse, in quell’interminabile viaggio, di guardare proprio me.
La mia famosa e trita e ritrita amatriciana diventa pericolosamente insipida, nel mio pensiero, se qualcuno mi guarda cucinarla, la mano è impacciata mentre firma e il cervello a volte mi abbandona durante il calcolo più semplice, se l’occhio vigile di un altro si posa sul mio.
Anche il nocciolo d’oliva diventa estremamente difficile a sputarsi e il mio naso a soffiarsi, se qualcuno mi guarda.
A volte poi mi capita di dire cose davvero sconvenienti o di fare la figura del premio Nobel per la stupidità, solo per il desiderio troppo vivo di mostrare il contrario. Sono il classico tipo di persona che dice in gamba allo zoppo o si dedica ad un interminabile monologo sull’oscenità delle gondole in plastica fosforescenti al cospetto del nuovo conoscente che, collezionandole e brandendo un pacco infiocchettato, ti ha già garantito di essere in procinto di diventarne un’ imbarazzata posseditrice.
Così nel giro di due giorni, anche se non vorrei altro dalla vita e faccio di tutto per darmi questa possibilità, dovrei scrivere un articolo per una rivista e non c’è niente al mondo che mi pare, oggi, di sapere fare peggio  che scrivere articoli per quella rivista. Ho paura di non essere capace e vorrei hic et nunc che un elicottero  mi  riportasse sulle piste e che lì mi lasciasse.
09062007
bea
giovedì, 02 agosto 2007

Il funerale

Non è vero che non mi lavo i capelli. Semplicemente non posso permettermi di lavarli tutti i giorni. I miei capelli sono capelli che non si lasciano dominare quotidianamente e che accumulano pettinature pregresse che poi devo scontare con etti di balsamo e denti di spazzole. Fatto sta che quando annuncio per casa “Vado a lavarmi i capelli”, segue spesso una voce incredula:

Ma com’è possibile?!? E’ già passato un mese?

No. Stamattina non era passato un mese, ma un evento pubblico, m’imponeva il gesto estremo. La partecipazione ad un funerale.

E’ così che, già in piedi con un vantaggio di ben dodici minuti sulla sveglia, preparata e consumata la colazione, cerco di rendermi –non dico proprio presentabile- ma almeno un essere umano.

L’appuntamento è in camera ardente per le dieci o forse dieci e mezza. Alle dieci e quindici sono lì davanti. Nell’atrio esterno una folla di volti sconosciuti piange. Non ricordo come si chiama di cognome la defunta e non ho abbastanza confidenza per pronunciarne il nome in mezzo  quel piagnisteo. Entro timida nella chiesa e dopo venti minuti di ammiccamenti e sguardi pieni di conforto a destra e a manca, scopro di aver sbagliato morto. Vago  intorno all’edificio finché non leggo “Camera mortuaria” e mi ci infilo. Eccola, è lei.  Date le condoglianze al mio caro e adorato P., spiego che non me la sento di entrare. Non c’è problema, ma ad un certo punto è necessario perché si dice una piccola messa. Con la coda dell’occhio sbircio. Non voglio guardarla del tutto perché la cosa mi spaventa, ma vedo abbastanza per riuscire a notare una cornice con la foto proprio sull’orlo della cassa, sopra alla testa. Il prete è tunisino, se non fosse per il costume di scena, potrei scambiarlo per un lavavetri. Inizia a pregare e non si capisce niente. Il Padre Nostro diventa “adro scio, co sc neo sc, scio sontofocoto, tuo nomoh…”. Ma ciò che mi fa sentire un’improvvisa ventata di imbarazzo che mi accompagnerà poi per parecchio tempo è che, mentre la cosparge di acqua santa, sfiora la cornice che le cade sulla testa emettendo un rumore sordo e secco: TOC. Ora non so se certe cose si possano dire o se non sia educato, ma l’evento lascia pensierosi, inspiegabilmente. Alla fine del rito, usciti tutti, ci diamo appuntamento nel luogo X per prendere le macchine e seguire il carro funebre fino al cimitero. Mentre attendo l’ultima ritardataria che si unisce alla coda dei partecipanti, un animale mi si posa sul braccio nudo che  inizio a muovere con gesti frenetici e disordinati, ma la belva non si stacca. Sono spaventata perché temo un’ape o un animale tremendo. Non ho il coraggio di guardare, finché non sono costretta a farlo, perché l’animale, nonostante i miei sforzi acrobatici, non ha intenzione di staccarsi. E’ una merda.  Sì. Un piccione mi ha cagato sul braccio. Il carro funebre parte, mi fiondo in macchina e non ho  nemmeno un fazzolettino per rimediare, mentre guido prestando particolare attenzione a non tamponare il feretro, trovo uno scontrino e decido di pulirmi con quello, provocandomi innumerevoli graffi e ferite sull’avambraccio. Nel tragitto assisto per la prima volta in vita mia ad un furgone che si fa tagliare la strada dal carro funebre e che, per tutta risposta, inizia a suonare il clacson. Mi vergogno tremendamente, ma grazie al Cielo arriviamo al Cimitero dove ci attende la Messa e il ritrovo con gli altri conoscenti. Segue un’ora di abbracci a sconosciti, a conosciuti, ad amati, a dimenticati, ad amici, a genitori acquisiti. Pacche sulle spalle, spalle di conforto, spalle di lacrime e sostegno.

Dopo un’ora e mezza sono al lavoro.

L: Bea, che hai fatto?

Bea: ?

L.: hai una merda di piccione lungo tutta la spalla.
martedì, 31 luglio 2007

Posticipazione d'infanzia

Un tempo ero molto più saggia e metodica. A 12 anni sapevo tutto della vita, non c’era bisogno che qualcuno mi dicesse che ero giovane e che un giorno, acquisendo la saggezza dell’età, avrei capito, perché ero così già poco giovane e molto saggia, che me lo dicevo da sola che non lo ero.

Oggi non capisco niente, non so fare una O con un bicchiere, eppure alcuni mi dicono che sono un’adulta. La faccenda mi dispiace come un dramma, perché non è vero.

Per prima cosa  non sono mai diventata piccola perché c’era sempre qualcosa da fare o da dimostrare e non ho fatto in tempo. La verità è che sto ancora aspettando. Posticipo il momento dei giochi e rimando in un angolo del cervello, lì tra il lavoro e le pulizie di casa.

Fatto sta che a partire da genitori e parenti, tutti hanno sempre cercato di posticipare la mia infanzia, spingendo a favore di piccole prove di maturità quali, per esempio, lavarmi da sola ad un mese di vita, mantenermi a partire dai  nove anni e mantenere la famiglia –possibilmente- dai dieci anni in avanti.

Ed è proprio all’età di 10 anni  che un atto inconsulto di mio nonno tentò di farsi sigillo della fine della mia infanzia: prese le mie trentacinque Barbie e le buttò nel cassonetto dell’indifferenziato sulla Via Emilia Levante. Passai il pomeriggio con la mia compagna di giochi con la testa nel bidone, a “ravanare” in mezzo ai rifiuti. Non trovai nemmeno un pelo.

Se ora sono un essere assolutamente sprovvisto del senso della misura è anche per via di questa infanzia non goduta. Di questa infanzia tra creme Somatoline sui glutei cellulitici di mia madre e discorsi pedagogici sulle orecchie sorde di mio padre che non ne combinava una giusta.

Tralasciando il fatto che il 99 % della mia vita è stata scandita, poi, da eventi traumatici di tutti i tipi, credo che il “rimandare” a domani le mie età pre-scolare sia stato una delle cause scatenanti della mia incapacità, oggi, di dilazionare al “mai” alcuni miei gesti o anche semplicemente alcune frasi.

Nell’ultima settimana non sono stata capace di tacere, un paio di volte. Come in trance.

Ho notificato ad una ragazza intimorita che faceva i sondaggi sulla lettura nel centro di Bologna che qualora mi avesse chiesto se mi piaceva leggere, mi sarei buttata a terra e mi sarei messa ad urlare; ad una giovane donna, detta “signora Avis” che mi chiedeva di donarle il sangue, ho dichiarato falsamente di essere Testimone di Geova; ho detto ad una ragazza che sbraitava perché durante un parcheggio avevo appoggiato la macchina al suo paraurti che delle scenate così non le avevo viste fare nemmeno ad un uomo, ho aggiunto “un uomo stupido” e ho continuato facendole la paternale sul fatto che era una signorina e di calmarsi ché del resto non le avevo sfasciato la macchina con un’accetta; per finire,  ho raggiunto un’amica in un negozio Vodafone, all’entrata, davanti a me, c’erano due file  da una decina di persone ciascuna, mi sono portata sul lato del locale per raggiungere le scale e la mia amica  che si trovava al piano superiore, e una volta fermata dal cassiere di una delle due file che mi chiedeva –con tono perentorio- dove stessi andando e una volta caduto un gelo silenzioso su tutto il negozio e puntati tutti gli occhi degli avventori su di me, dopo aver farfugliato che stavo raggiungendo un’amica, non ho saputo trattenermi dal proclamare a gran voce che avevo in realtà lo zaino imbottito di bombe e che andavo al piano superiore a farmi esplodere.

Solo nell’ultima settimana ho anche litigato con una barista per un cappuccio e ho fatto vergognare diversi amici. In realtà è che non sono ancora diventata piccola e ancora non so quel che faccio.

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conto: pensieri, riflessioni, racconti, vita, diario, 05 conto frivolo