Non è vero che non mi lavo i capelli. Semplicemente non posso permettermi di lavarli tutti i giorni. I miei capelli sono capelli che non si lasciano dominare quotidianamente e che accumulano pettinature pregresse che poi devo scontare con etti di balsamo e denti di spazzole. Fatto sta che quando annuncio per casa “Vado a lavarmi i capelli”, segue spesso una voce incredula:
Ma com’è possibile?!? E’ già passato un mese?
No. Stamattina non era passato un mese, ma un evento pubblico, m’imponeva il gesto estremo. La partecipazione ad un funerale.
E’ così che, già in piedi con un vantaggio di ben dodici minuti sulla sveglia, preparata e consumata la colazione, cerco di rendermi –non dico proprio presentabile- ma almeno un essere umano.
L’appuntamento è in camera ardente per le dieci o forse dieci e mezza. Alle dieci e quindici sono lì davanti. Nell’atrio esterno una folla di volti sconosciuti piange. Non ricordo come si chiama di cognome la defunta e non ho abbastanza confidenza per pronunciarne il nome in mezzo quel piagnisteo. Entro timida nella chiesa e dopo venti minuti di ammiccamenti e sguardi pieni di conforto a destra e a manca, scopro di aver sbagliato morto. Vago intorno all’edificio finché non leggo “Camera mortuaria” e mi ci infilo. Eccola, è lei. Date le condoglianze al mio caro e adorato P., spiego che non me la sento di entrare. Non c’è problema, ma ad un certo punto è necessario perché si dice una piccola messa. Con la coda dell’occhio sbircio. Non voglio guardarla del tutto perché la cosa mi spaventa, ma vedo abbastanza per riuscire a notare una cornice con la foto proprio sull’orlo della cassa, sopra alla testa. Il prete è tunisino, se non fosse per il costume di scena, potrei scambiarlo per un lavavetri. Inizia a pregare e non si capisce niente. Il Padre Nostro diventa “adro scio, co sc neo sc, scio sontofocoto, tuo nomoh…”. Ma ciò che mi fa sentire un’improvvisa ventata di imbarazzo che mi accompagnerà poi per parecchio tempo è che, mentre la cosparge di acqua santa, sfiora la cornice che le cade sulla testa emettendo un rumore sordo e secco: TOC. Ora non so se certe cose si possano dire o se non sia educato, ma l’evento lascia pensierosi, inspiegabilmente. Alla fine del rito, usciti tutti, ci diamo appuntamento nel luogo X per prendere le macchine e seguire il carro funebre fino al cimitero. Mentre attendo l’ultima ritardataria che si unisce alla coda dei partecipanti, un animale mi si posa sul braccio nudo che inizio a muovere con gesti frenetici e disordinati, ma la belva non si stacca. Sono spaventata perché temo un’ape o un animale tremendo. Non ho il coraggio di guardare, finché non sono costretta a farlo, perché l’animale, nonostante i miei sforzi acrobatici, non ha intenzione di staccarsi. E’ una merda. Sì. Un piccione mi ha cagato sul braccio. Il carro funebre parte, mi fiondo in macchina e non ho nemmeno un fazzolettino per rimediare, mentre guido prestando particolare attenzione a non tamponare il feretro, trovo uno scontrino e decido di pulirmi con quello, provocandomi innumerevoli graffi e ferite sull’avambraccio. Nel tragitto assisto per la prima volta in vita mia ad un furgone che si fa tagliare la strada dal carro funebre e che, per tutta risposta, inizia a suonare il clacson. Mi vergogno tremendamente, ma grazie al Cielo arriviamo al Cimitero dove ci attende la Messa e il ritrovo con gli altri conoscenti. Segue un’ora di abbracci a sconosciti, a conosciuti, ad amati, a dimenticati, ad amici, a genitori acquisiti. Pacche sulle spalle, spalle di conforto, spalle di lacrime e sostegno.
Dopo un’ora e mezza sono al lavoro.
L: Bea, che hai fatto?
Bea: ?
L.: hai una merda di piccione lungo tutta la spalla.