In comode rate

Anche i ricchi piangono


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La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



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sabato, 25 agosto 2007

I NOMI

Ai miei colleghi, nel mio ultimo giorno di lavoro.

Franca
, quando tu mi hai sorriso da lontano, volevo piangere. Vedevo gli occhi, come in un buio di caverne, così buoni –come li hai tu- guardarmi, da giù in fondo. E avrei voluto mettermi le mani in faccia  in un singhiozzo di dolore.  Ma ti ho salutato così che mi hai mandato un bacio con la mano, e io l’ ho preso e l’ ho ancora nella tasca. E qui rimane. Guarda.
E, Marta,  sulle mollette per stendere nelle foto (che sai fare tu),  ho lasciato il cuore. Lì c’è la disperazione della bellezza, come quando hai girato la faccia, oggi, verso il grigio della mia preoccupazione, e si è illuminato qualcosa. Forse io. L’ultima volta, Marta,  perché non esiste più tutta la larghezza di quel sorriso. E non ci sarà mai più, uguale, nelle nostre semplici vite.
Ho un dolore anche per te, Cinzia. Gli occhi azzurri come uno scoppio di risata, o le fontane da cui bevono i monelli, non li scordo e me li porto sulla strada,  se posso, mentre guido e penso che non ricordo se ho abbracciato anche te. Perché se no, avrei voluto farlo e se sì, vorrei farlo ancora, ora.
Antonio, mi è sembrato che ti tremasse la voce e di vedere le pupille più languide, così, finalmente, ho pianto anch’io o forse solo io, per la tua faccia di generoso appiglio e per quello che perdo. Che è molto e molto poco coraggio ho avuto di dirtelo. Per questo allora ho pianto e quello che non ti ho detto, lo hai visto da te, tu stesso.
Così come ho pianto, Roberta, a sederti davanti, perché ho raccolto un’ombra di sofferenza sulle tue labbra e ho pensato fosse vera; avrei voluto alzarmi subito e abbracciarti con tutta l’amicizia e tenerezza e l’umano e più che umano affetto che io ho qui, per darti tutto, come un’onda a sollevarci.
E Annalisa è così magra,  che se solo le avessi lanciato un bacio, dalla  porta, tanto pesa questo bene che sento, sarebbe crollata, crollata come me, negli abbracci ultimi, i primi che ho dovuto dare.
Rossella, così mora, bella come sei tu,  dovresti sfilare e se te lo dico mi sento una madre e allora te lo dico raramente, tra cui oggi, scrivendo, per l’ultima volta.
Me ne sono andata con le gambe vuote di allegria; nelle braccia, abbracci, a perdersi.
Elisa, solo tu,  tu mi hai detto io a te non ti saluto, ci vediamo lunedì. E nella dolcezza di quella finzione, la bugia concorde mi ha ferito l’anima e mi ha lasciato tanto amore qui da voi, che a tornare un lunedì  -tornassi-  nessuno direbbe mai che oggi è per sempre che me ne sono andata.
mercoledì, 08 agosto 2007

All'amica F., che ha il mio bene.

Avrei voluto, ad un certo punto,  dirti di mangiare e assicurarmi non ti mancasse niente. Perché se hai fame o se qualcosa ti manca,  io piango. La distanza delle cose che hai visto e delle mani che  hai stretto e di tanti baci che hai dovuto dare e della faccia – bellissima- sui muri e dei capelli da riconoscere e fermarli e degli anni (se vogliamo), la distanza non c’era.  Tu non lo sai,  non sai niente, ma da qui, da una poltrona blu, in mezzo a molto velluto e a molti respiri, ti dicevo grazie, come una briciola o una lacrima sciocca. Perché una volta  mi hai fatto ridere, d’estate, e mi hai distratto il cuore con l’idea di te. Distante e amabile com’eri –e sei- tu. Tu guardi sempre un po’ di sbieco e io, che ho sempre paura della  tua fretta lontana, non so mai trovare il tempo per spiegare, per darti lo specchio di quello che sei a volte, senza saperlo.
Io credevo che i desideri fossero futuri e che si aspettassero  perlopiù  a lungo e qualche volta per sempre e senza averli mai. Che vani e vanescenti come i desideri, fossero i desideri. Grazie a te, poi,  non era vero. O almeno uno no, era di carta.  E grazie al cielo , così, sono stata felice anch’io. E lo sarò ancora, si  spera. E quando ti ho detto “ è come se tu, a vent’ anni, con il tuo caro Fabrizio…”  , ti ho guardata ben bene e avevi un sorriso così arreso e stanco e due occhi così azzurri e  accesi, che sembravi una madre e una sorella e forse una figlia e  amica mia, una dolce creatura da ringraziare, mentre respira, sorda  su di sé, il suo spazio corrucciato. E poi avrei voluto, ad un certo punto, dirti “che buona che sei”,  anche sbagliando su di te, magari. E salvarti la voce e le mani e  le guance dal tempo e abbracciarti con le braccia più leggere e  forse piangere senza piangere, piangerti in faccia un po’ di bene.
E avrei voluto, no, “vorrei” che nessuno ti facesse male, che fossi eterna, con quegli avambracci che ballano per l’aria e con quel sorriso che fai quando ti si apre il cuore sulla folla. E ad un  certo punto ho pensato che non è detto mai che tutto quel battere  di mani sia proprio quello la tua felicità e te ne avrei augurata,  non fosse quella, una diversa e più grande e gialla. E tutta la mia  ti avrei dato, solo per come hai detto che “C’è un tempo bellissimo”, solo per come hai volato e sei stata vana, con tutti i  carrelli della spesa e gli attaccapanni e le persiane e i succhi di  frutta ai mirtilli che ci sono nell’universo, in questo universo. Solo per come sei stata vana. E umana. Per le mie pantofole. 
E  vorrei per questo, anche ora, come allora, tu fossi felice e  sempre, ma non come si fa per dire, ma come uno schiaffo a  spettinarti. E –scusa se lo dico- io vorrei e avrei voluto che la  tua pelle fosse sempre così tua e bianca e non riconoscere in te nessun cambiamento. Perché ne piangerei ad accorgermene. Fosse  sempre come lo immagino io, bello, il tuo cuore da bambina. Perché  mi ricorda i salti e il ghiacciolo all’amarena sulle scale, giù in  cortile e la torta di riso e la notte. Avrei voluto dirti grazie  perché sei piccola a volte, piccola come una che non si accorge di nulla. Ma a volte sì. E mentre canti non sai che io dico sul serio  e non tanto per dire. Ma adesso sì.

                                    F. & B.

venerdì, 03 agosto 2007

EGREGIO DIO,

Se posso permettermi di pregarTi, Ti prego di farmi ricordare sempre il codice di accesso per vedere l’estratto conto su internet. Per prima cosa, che non cambi mai, nemmeno a novant’anni. Che io abbia la lucidità di sedermi su una sedia solitaria e di digitare con le dita d’artrite gli otto numeri sempre identici. Che inizino con 5 e finiscano con 6. Ti chiedo di migliorare, di essere paziente, tollerante. Non Tu, Io. Che io sia migliore. Mi piacerebbe chiederti (ma forse questo è troppo e non lo so se lo voglio davvero –ma Tu lo saprai meglio di me- e insomma prendilo con le pinze, prima di esaudirlo) di farmi innamorare e di essere riamata. Voglio una grande passione, vorrei. Ma che alla fine ci amiamo. Forse. Vedi Tu.
I soldi, sai meglio di me quanto siano importanti; ché se tu avessi avuto 31 denari a quest’ora non staremmo qui a discutere. Ti chiedo di fare aprire gli occhi a tutti quelli che in qualche modo mi hanno arrecato danno e credono di essere nel giusto. E una volta che se ne sono accorti, Ti chiedo che vengano da me a dirmelo. Poi io decido cosa fare. Mica voglio vendicarmi. Te lo chiedo così, per parlare, E se ho sbagliato io, ti chiedo invece  – e diamoci del minuscolo, ché siamo in confidenza- che mi perdonino, perché sono speciale. Se non dovessi esserlo, fammelo diventare. Speciale.
Lo sai che a me è sempre fregato poco del successo e del lavoro, cioè sai che mi interessa ma che non mi applico perché ho sempre investito tutto sui sentimenti, e allora premiami un minimo. Per esempio, fa’ che tutto il mondo mi ami in virtù dell’essere io, io.
Che mia nonna non capisca che brutta vecchiaia è la sua e che non si senta abbandonata. Fa’ un miracolo perché, nonostante tutto, sia felice. Per sbaglio, per reazioni chimiche, per malattia.
Fa’ che il padre di M. protegga M. e se non ha potuto avere quell’amore, dagliene uno cento volte maggiore.
E se tu potessi farmi entrare nel paradiso dei cani, ti sarei grata se mi facessi abbracciare ancora il tuffo di gioia di Giunone, su di me. La felicità fatta a cagnetta, sulle cosce, in uno scodinzolio che è un frullo immenso e nella sua corsa in tondo, davanti a me, baciarla col cuore.
E quando dovrai riflettere sul da farsi, prima di scegliere se essermi Dio, come tu sei stato e sarai ad altri, sappi che per un attimo,  io, anch’io ho creduto in te
sabato, 28 luglio 2007

I granchi e le bottiglie (lettera ad F.)

Ci sono certi granchi, F., che convivono con bottiglie gettate nel mare e mentre i tuoi occhi guardano una qualche strada del venerdì, i loro sono lontani e presenti, tondi in quella vita.


Ci sono certe volte che, viaggiando, penso ai tuoi viaggi e potrei odiare il martedì, se tu, di martedì, partissi controvoglia. Sulla sabbia, F., vivo la vita dei granchi e nel respirarla sento la mia e la diversità degli esseri. F.,  è sciocco, ma io vorrei, a volte, lontano dal bene degli uomini, volertene uno che ti raddoppiasse la vita, regalasse più occhi e ti stendesse al sole, come un masso,  se volessi –e solo se  tu volessi- riposarti, a volte. E ho qualche motivo: le tue mani, perché sono mani buone. I tuoi discorsi sul  Paese, con la speranza che c’è in te e che non so se sia vera Speranza o se non sia nemmeno Speranza finta, ma ti grida nella gola e mi verrebbe da esaudirla. Mille altri motivi e poi uno. Che mentre tu canti e guardi in fondo, senza distinguere i volti, ma come se mirassi al futuro con tutta la vita passata e il tuo presente, così ingombrante da applaudirlo, da fermarlo per le strade e  da intervistarlo, mentre tu guardi in fondo, cantando, io resto con i granchi a pensare che sarebbe bello raddoppiarti la vita e a raddoppiartela. Perché lo racconto a te, a te sola che sei lontana, questa cosa dei granchi.

Non ti serve a niente la vita dei granchi, né la tua serve a loro. Ma lo vedi come respiriamo tutti, come viviamo e conviviamo dispersi?!? E’ rotonda e compatta la tua voce ed è così sola e dimenticata che mi pare stia in un gioco suo che solo io posso capire. Ma non del tutto. E’ così sola, F., la tua voce, che non so dov’è quando viaggi muta,  se sta con i granchi nella lontananza,  o se forse la imprigiona una bottiglia, se è trasparenza in movimento o se resta ferma e volontaria da qualche parte della strada o in mezzo al mare. E non so a cosa pensiate voi due, ma io penso che vorrei raddoppiarvi la vita. Come se ti volessi una specie di bene che mi vergogno a confessare,  come se ti portassi con me, certe volte, nel pensiero o fra gli scogli. 

finanziato da: BEA alle ore 15:17 | link |commenti (15)
conto: riflessioni, vita, lettere, amicizia, 03 conto blu
martedì, 29 maggio 2007

La mia assenza: il ritorno alla vecchia casa

Premessa: lo so che non avete lo sbattimento di leggere tutto, ha tutta la mia solidarietà chi riuscirà ad arrivare in fondo.

Ti ho aspettato qui, in questo grande parcheggio dove sono stata bambina, dove lo sono stata a metà, perché allora non era tutto un parcheggio, per metà ci si poteva pattinare. Da quella panchina là in fondo,  vedi, sono caduta; ho perso l’equilibrio, mi hanno messo il ghiaccio e non ho versato una lacrima perché tutti mi stavano accanto ed era un grande incidente già di per sé, quello, non serviva coronarlo di un pianto. Qui, mia nonna compariva, come il sole, nella composta ricreazione della mia scuola privata; mi salutava un po’ distante com’era lei, ma a me bastava che fosse così  elegante e perfetta, così piena di classe. E’ mia nonna.


Ci si scambiava taciti vanti. Lei aveva me, vestita di baschi e gonne scozzesi ed io lei, bellissima di abbronzatura e rughe e naso nuovo, che svernava a Nizza per tornare poi in questa piazza dov’ero io, con i regali più belli. Chiedevano tutti se non fosse mia madre.


Ti ho aspettato dietro al chiosco dei giornali. Non ho più voglia di incontrare nessuno, da quando non c’è più Antonietta, la mia amica ottantenne, fresca di parrucchiere. Si prendeva il caffé al nostro bar e piangevamo, negli ultimi incontri, di sua nipote bellissima. Si facevano feste insieme, nella nostra mezza infanzia da bambine pettinate in quel mezzo parcheggio, ma poi il padre aveva una pistola e l’anno scorso, nello studio pieno di carte e di nessun altro altre a lei, così bella ha aperto il cassetto e si è sentito un rumore. Non piangere, Antonietta.


Non sono io, è la mia distanza,  la mancanza di me che ti spinge a cercarmi sempre e ancora. Tra di noi c’è l’infinito, c’è Antonietta e che tu non capiresti mai cosa ho nel cuore quando sono qui, in questa piazza dove ti ho aspettato. Vedo la finestra enorme di quella che era la mia stanza. Sotto il portico, mi  pare che ci sia il fantasma del mio scooter a guardarmi, con il casco nella sella blu notte e l’ultima sigaretta, spenta col piede.


Sei arrivato.


Siamo saliti sulla tua macchina e siamo scivolati dentro un bar che piace a me. Abbiamo preso panini; ti ho portato in un parco a mangiare scalzi, sopra un plaid. Ti piace sederti con me in un parco, ti sembra di avere meno anni. L’ho compreso da un lampo che ti brillava negli occhi, ma non ho detto niente. Quando mi guardi sento di sembrarti giovane e piena di futuro come dovrebbe essere, e questo ti fa bene. E te lo regalo; ti regalo l’idea di me.


C’era caldo sull’erba ed io avevo fretta di tornarmene a casa, mentre spostavo le tue mani e ti allontanavo. Ho iniziato a snocciolare le cose che avrei dovuto fare una volta arrivata,  per dissuaderti dall’accompagnarmi. Era il mio rosario di noie e preoccupazioni, perché tu mi lasciassi sola. Era importante, per me, vedere cos’era successo in questi mesi a casa mia. Tu non ci pensavi, ti preoccupavi di questi ricci indomabili.


Hai deciso di venire con me per starmi vicino.


Sono lontana però. Al semaforo, all’improvviso, hai cambiato strada. Non mi piacciono questi mutamenti improvvisi. Voglio sapere cosa sarà di me.  Non  mi serviva un caffé in un posto pieno di specchi.  Te lo avrei fatto  a casa mia.


Abbiamo  ripreso la strada, l’ultima curva era la stessa di aprile. Ecco casa mia.


Abbiamo parcheggiato. Ho infilato la mano oltre il cancello per aprirlo e dal vialetto, come un fulmine, è arrivata lei, correndo di gioia immensa e di sovrumana disperazione: il mio cane. Mi sono inginocchiata su di lei e lei mi è saltata addosso e ha tossito di emozione fin quasi a non muoversi più. Io avevo le ginocchia sulle pietre del viale e accarezzavo con tutto il mio amore, con tutta la pietà che le chiedevo e il perdono, accarezzavo. E mi si strozzava il pianto. La mia bambina, il mio cane. Lei è il mio cane. Non ti ho abbandonata mia piccola creatura, perdonami se ti ho lasciata sola, darei tutto il mio amore alla tua innocenza di cane, le ho detto con le carezze per risanare le ferite.


Mi sono sollevata dopo molto poi ho continuato, lungo il sentiero, a camminare con il cuore in subbuglio, gli occhi vuoti di aghi di pino e gerani. Ecco le ortensie. Ecco sotto il portico un grande abbandono.


Ai lati del sentiero, le olle erano rotte, ma dentro alla prima c’erano tre rose selvatiche.


La porta era aperta. Sono entrata ed era lì. Seduta nel salone. “Ciao nonna”. Si è alzata: i capelli in disordine, la maglia verde acceso, i pantaloni chiari e stirati, le scarpe di papà. Timberland colorate. Che belle scarpe le ho detto per non piangere. Mi ha detto che ero bella, che trovava in forma me e i capelli, invece, pettinati. E dai suoi occhi ci siamo intese. Ho visto bene che lo sapeva che ero io quella del basco e della gonna scozzese. Si ricordava di me. Le ho dato un bacio con la guancia, le ho sfiorato la faccia, come distante.


Non le perdonerò mai di non riuscire a farsi perdonare, mai, da me.


Tu pensavi ad un sigaro che hai comprato quest’estate a Cuba, così ti ho lasciato in giardino come una palla sgonfia e me ne sono andata in camera mia, tra le mie cose, troppe cose. Oggetti, libri, fogli, musica ovunque.


Avevo troppe cose, così troppo perdo.


Mi sono seduta per terra, ho preso la tastiera e l’ho appoggiata sulle ginocchia, ho suonato Bach e sei arrivato ridendo, come un padre, di quella posa mia.


Sorridendo d’amore del fatto che tra tutte le cose da fare, avessi scelto proprio di sedermi per terra a suonare, con la tastiera sulle ginocchia. Ed è venuto da sorridere anche a me, per la vergogna di essere così insensata a volte. Così ho riempito qualche valigia e me ne sono andata al piano di sotto, per vedere cosa c’era di diverso, senza di me e la mia vita. Tutto. Poi quando sono risalita, c’era mia nonna davanti a tre cavalli dipinti a dirmi, come per la prima volta, con gli occhi accesi in un gran sorriso, che ero bella, di nuovo. Le ho detto “Grazie, non direi” e ho sorriso senza guardare.


Ho preso quattro stracci, li ho lavati io. Loredana non tinge più le mie cose di azzurro e stirare stiro io con le mani.


Sulla sedia c’era una giacca di velluto verde, mi hai chiesto da quanto tempo se ne stesse lì a sgualcire. Da quando me ne sono andata.


Poi si è fatto tardi, sul pesco c’erano ombre nuove e ho riposto i vestiti ancora umidi in una grande borsa. Andiamo, ti ho detto.


E mi hai seguito senza capire che si straccia il mio cuore a far così, a lungo andare. E ho avuto il sentore che le nostre distanze siano due tristezze differenti, tutto qui, e che tu non possa farci niente: non impareresti mai cosa ho nel cuore io.  La mia tristezza, come l’amore non riamato, è una moneta che si perde oltre il tombino. La tua è che non ti amerò e che mi perdo così, che non ne ho avuto mai la pazienza.


Il mio cane, la mia ombra, mi ha guardata dalle sbarre a lungo, quando ce ne siamo andati.


C’è un’olla rotta in giardino, con tre rose selvatiche.


 

finanziato da: BEA alle ore 11:15 | link |commenti (12)
conto: amore, racconti, vita, diario, amicizia, la mia assenza, 03 conto blu
domenica, 29 aprile 2007

I PUNTI

Cerco le parole, sono sotto ad un treno ad accompagnarti, le ho lasciate nella tua tosse, sulle caramelle alla menta. Provo una dolcezza per i tuoi occhi che guardano di sbieco e per il tuo dolore così muto e stantio che vorrei piangere all’infinito, infinite parole o infinito silenzio. La maglia bianca ti illumina così poco il cuore e tanto le guance che mi gettereri sopra agli occhiali e mi ferirei sulle tue scarpe. La stanchezza sulle caviglie e nelle labbra svegliate appena dal rossetto o da chissà quale bacio non si discolpa, l’inutilità della mia voce fra gli scatoloni dei traslochi e una spalla malata è desolante, una conchiglia spezzata lì sulla riva, sotto alla spuma. Ma la parole giusta –da cercare mentre parti o mentre non vuoi spiegare- forse lei, come un miracolo, potrebbe qualcosa e, se non per il treno, almeno per la tosse.

Mentre mi mostri tutti i bracciali e gli anelli, io in quei colori ci vedo che ti salverei e che non devi più essere triste e che mangerei infinitamente mozzarelle per darti i punti. E forse è questo che volevo dirti, dirti dei punti.
finanziato da: BEA alle ore 23:33 | link |commenti (6)
conto: pensieri, poesia, amicizia, 03 conto blu
giovedì, 29 marzo 2007

LA LISTA

C’è una donna che ha gli occhi che sembra che pianga fra breve o da breve che abbia pianto e quando la guardo ha un dolore nel fondo che, fosse un lago, lo pescherei, lo pescherei. E l’ ho sognata più piccola e leggera e –sollevata con le braccia- non so di che cosa scherzavamo insieme, ma per un attimo ha riso. Questa donna ha i capelli rossi e ride poco e ci si snoda negli occhi. Due occhi belli e perduti.

C’è uno che mi conosce, che conosco; come un fratello potrei baciarlo sulle labbra e nessuno capirebbe, ma noi sì. Noi sì. E se ci dicessimo ti amo, nessuno saprebbe cos’è, eccetto noi. Noi non abbiamo paura di niente e siamo fratelli, io sua sorella e sappiamo essere pieni di baci.

C’è che ho visto l’eclissi e abbracciavo due spalle per sempre, eternamente, all’infinito, fra i fili e le mollette per stendere.

C’è un camion senza rimorchio, a me fa sorridere. Sono cose da poco. Mi ricorda un uomo con i capelli tagliati mali, tutto ritto e impettito che va . E non si volta mai, morbido, indietro.

C’è poi mio padre Andrea, come il passato, come quello che avrebbe dovuto essere e non sarà mai o non sarà più. Mio padre quella volta che l’ ho visto piangere, seduto, per un uomo che mi amava. E uno schiaffo da rimanere zitti per ore.

Mia madre non c’è.

C’è che ho dormito in un prato e non sono più tornata. E riconosco le magnolie e riconosco la forsizia. C’è la primavera un’altra volta e non sono pronta ad essere io di nuovo. Sono forse una macchina da guerra, una che passa. Pur ci sono anch’io e non devo, non devo più avere paura.

C’è che ho stretto una mano e -sfiorata la pelle- ho sospirato a lungo, inspirato il calore, aperto il cuore. Le orecchie tese a sentire il movimento, che non fosse solo il mio, che fosse tiepido e placato; pacato, vibrasse a lungo. Mi ha scosso il corpo, come un bacio improvviso che cade e si perde. L’odore della pelle più calda e una voce che canta, come la felicità. Come si potesse, noi due, essere felici. E nemmeno una carezza.

C’è Barbara che non so bene chi sia, ma ti parla e guarda come una che potrebbe capirti e stare al gioco, una di noi, del nostro cortile. Ci giocherei una volta a pallone, se tornassi bambina. 

C’è che forse non sono niente per te ed è l’una passata. E’ così semplice la vita alla fine, così spoglia e ossuta, come un ramo o gli occhiali o grattarsi, l’amore, urlare. Come se ognuno -ma non tu-  stesse sveglio alla sua notte; come se io alla mia.
martedì, 05 dicembre 2006

BUON COMPLEANNO

A M.




Buon compleanno, perché hai una macchia  sulla mano che l’anno scorso non avevi e quel giorno che ti guardavo e piangevo, hai capito che era per quello e mi hai sgridata. Buon compleanno  perché non è vero che allora ho pensato che stai invecchiando, io piangevo perché –con tanto bene che ti voglio- non so dove trovarlo altro bene anche per le tue macchie. Buon compleanno perché hai  delle mani bellissime. Perché mi hai cambiato le gomme della macchina e  hai detto che lo facevi per te, per stare tranquilla quando corro come una pazza e fuori ghiaccia. Buon compleanno perché quando ho strisciato tutta la fiancata della tua macchina contro una  colonna l’ hai portata dal meccanico senza dirmi che me lo avevi detto, di stare attenta. Buon compleanno perché una volta avevi la febbre alta e ti ho dato un cioccolatino che ti si è sciolto in mano. Buon compleanno perché mi hai regalato 5 kg di Nutella e poi non vuoi che la mangi, perché mi fa  male. Buon compleanno perché una volta c’era la neve e non potevo uscire di casa e ci hai messo 6 ore per venire a prendermi. Perché mi hai comprato un pigiama con la scusa che il disegno ti ricordava il mio cane. Buon compleanno alla faccia che hai fatto quando ti ho fatto notare che in realtà quello era il muso di un gatto. Perché quando ti chiedo di abbracciarmi tu sbuffi. Per come mi chiedi di cucinare gli spaghetti col tonno, per come hai sorriso quando sei scesa dal taxi ed era da un mese che non ci vedevamo. Buon compleanno perché dimentichi sempre tutto, le chiavi, il telefono, la patente, la borsa. Buon compleanno perché quando cammini guardi sempre giù e io ti riconosco. Buon compleanno perché sei tu anche da lontano, con la valigia, con la cuffia di lana, con la giacca sul braccio. Buon compleanno perché a 40 anni ti è cresciuto il piede di un numero. Perché quando mi hai chiesto di annaffiarti le piante avevo paura di farle morire e di non riuscire a fare bene neanche questo. Buon compleanno perché se ci fosse un’altra vita dopo di questa, senza di te sarebbe troppa una sola. Buon compleanno perché vorrei per te tutta la vita che c’è al mondo. E felice. Buon compleanno perché non potrai mai comprendere tutto il bene che ti voglio io ed è quindi mia la colpa di questa lacuna immensa.  Buon compleanno perché il bene che ti voglio io vorrebbe coprire tutte le mancanze e soffre per ogni uomo che manca –non conoscendoti- di volerti bene. Buon compleanno perché non sarò mai in pari con te, con il bene che mi vuoi. Mai in pari. Buon compleanno perché io te ne voglio di più.




A tutti gli altri.




Arrivo subito.

finanziato da: BEA alle ore 07:18 | link |commenti (24)
conto: amicizia