
LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

La pipì, ottobre 2008
IL ROTARI CLUB
DIRE e NON DIRLO
Come un ciottolo in gola, dirti ti amo sarebbe sopravvivere improvvisamente, un fiotto rotondo d’aria, da inghiottire svelta nel dirtelo, perché quanto più eccede il cuore, tanto più mi scarseggia il fiato. Ti amo come a inventarlo ad un tratto, un lanciare contro di te, a schiantarti in mille pezzi, una pietra dura e fredda. Dalla punta delle dita, lungo i segni delle calze, persino sul naso o in un’alzata tua di spalle, dirlo e lasciartelo lì. O scrivertelo, tanto non capisci niente. E poi anch’ io ti sono niente.
Camminavo oggi e ti amavo sopra ai lacci delle scarpe e dentro l’orlo dei pantaloni; ti amavo anche nel vetro di una pizzeria d’asporto, ma “dirtelo –pensavo- sarebbe come condannarsi, perché so come sei e a maggior ragione ormai che non serve a niente, dirtelo è più lento che spararsi e tanto varrebbe, allora, fare in fretta”.
Sì, perché tu –checché se ne dica- non mi ami per niente e nessuno mai al mondo riuscirebbe ad amarmi così poco (forse un nano miniaturista) come tu mi ami, io invece ti amo tanto da schiantarmi nel non dirtelo, e a sufficienza amo me da non dirtelo mai.
Mentre faccio questi pensieri, lungo Via Rizzoli, tre cani neri taglia gigante, mi si fiondano addosso. Cerco di scrollarmeli, ma non c’è verso.
<<Di chi cazzo sono ‘sti cani?>>- dico io, piena di grazia allo stesso modo, se non di più, di Maria, I cani continuano a sbranarmi.
A dieci passi da me, un punkabbestia vino-munito con braga a vita bassa e spaccatura verticale in zona anale, mi si palesa senza dire niente. I cani sono inequivocabilmente i suoi, ma lui non ne rivendica la paternità.
Dietro di me, nel frattempo, un punkabbestia donna, con degli stivali rossi con frange a forma di frecce, due millimetri di calza a rete attorno a due buchi color carne di settantacinque centimetri a gamba, i capelli impiastricciati di alcune fra le prime tre sostanze da motore più unte ed inquinanti al mondo, seconde solo a quelle del mio scooter, saluta il padrone delle simpatiche bestie.
<<Ti hanno scambiata per la mia ragazza>> mi dice lui, indicando la giovane alle mie spalle.
Ecco perché non mi ami.
LA TRACHEITE
Il funerale
L'aneddoto del MC Donald'sDovrei dirvi di più sulla mia sparizione, ma oggi vi racconto un aneddoto. I fatti di seguito riportati sono realmente accaduti in quei mesi in cui ero lontana da voi. Lontan dagli occhi, lontan dal cuore.
[Premessa dal vecchio blog] Vai al MC Donald's, perché vuoi mangiare in un lasso di tempo di 8 minuti, ti avvicini alla cassa, un'africana di due metri ti sbatte in faccia un vassoio rosso a mo' di frisbee, e ti sfida. Dici "Due filetti di pesce, SOLO PANINO", ma siccome loro, là dentro, sono dei robot, ti devono dire per forza "Menù o panino?" . Quindi ripeti SOLO PANINO e sorridi in una specie di paresi. L'africana, ti guarda da sotto le treccine. "Vorrei anche tutte le salse"..."E una Coca PICCOLA". "Media la coca?". No, PICCOLA! Poi lo sai che per il filetto ci vogliono tre minuti, ma ogni tanto speri in una frase del tipo "Il filetto adesso glielo facciamo", per cambiare... Invece no . "Per i filetti ci vogliono tre minuti". D'accordo. Aspetti. Arrivati i filetti, incazzata ti dà UN TOVAGLIOLO che dividerà a metà, perché altrimenti il MC va in fallimento. Ti devi arrangiare con quello che hai, come la vita vera. Prendi i tuoi quattro stracci e ti siedi in fondo alla sala con due amiche spensierate, di quelle coi panini già pronti che non devono aspettare mai e che avranno preventivamente occupato il tavolino appiccicaticcio, uno di quelli che se per disgrazia appoggi il braccio, quando poi lo togli ti fai la ceretta…
[L'aneddoto in comoda rata]Mentre mi appresto a divorare il mio filetto di pesce fumante, sollevo gli occhi e fuori dal locale, che è situato all’interno di una piazzola di un distributore di benzina, vedo una ragazza, una mendicante. E’ appoggiata alla porta a vetro del MC, sta ferma, guarda un po’ l’interno del locale, un po’ le pompe diesel. Fuori, nonostante sia estate, fa freddo perché piove da giorni, la ragazza ha i piedi nudi, ha dei sandalini smessi, indossa un impermeabile beige lacero , sporco di ogni bendiddio, con i capelli a cordelle, ha le pustole in faccia, non c’è una parte di lei che non sia arrossata, rigonfia, sporca di grasso, escoriata, lesa; i vestiti sono in condizioni che nemmeno se ti passa sopra un treno, le labbra sconvolte da continui fremiti. A questo punto, in preda ad un magone improvviso, spiego all’amica che sta mangiando di gusto davanti a me che c’è una, lì fuori, che non sta benissimo e che non ce la faccio a continuare così, spensieratamente. E che quindi vado a chiederle se ha fame, se ha bisogno di qualcosa. Con il mio proverbiale coraggio (sono stata soprannominata “Madre Coraggio” in seguito ad un’avventura con un’ape che voleva uccidermi), esco fuori, mi avvicino alla ragazza e le chiedo se ha fame, se ha bisogno di qualcosa. La ragazza mi dice che le viene da vomitare. Faccio un passo indietro (oddio, mo questa mi vomita addosso) e, facendo mente locale sulle cose che può offrirle un postaccio come il MC, le propongo un the. Lo vuoi un the? Ok, mi dice. Con un po’ di biscotti, penso io… Ché magari, con la nausea, ci vuole qualcosa di secco, medito. “Posso entrare anch’io?”mi chiede. E certo che puoi entrare (quelli del MC non faranno i salti di gioia, non mi getteranno le braccia al collo, ma…) cosa posso fare con quella povera ragazza?! Lasciarla fuori? Entriamo. La famosa africana del MC è diventata una italo-cinese e vedendomi avanzare con questa ragazza al seguito, mi fulmina con lo sguardo. Ordino un the e chiedo se hanno dei biscotti. Nel frattempo la ragazza mi dice che i biscotti no, non vanno bene. E il the com’è? Caldo, le dico, così ti scaldi. Caldo no, perché se lo prende caldo (mi spiega), le mettono il the nel bicchierino piccolo. Mi chiede di ordinarle, per cortesia, un the freddo. Confermo l’ordine alla cinese che è ad un millimetro da tutte e due e che con gli occhi al cielo chiede a me : LO VUOLE MEDIO IL THE FREDDO? La ragazza, che non accenna a rivolgere la parola alla cassiera, mi chiede se può prenderlo grande. Ok, le dico. Parlo con la cinese: mi dia un The grande. “Con il ghiaccio in un bicchiere a parte”, mi corregge la ragazza. Con il ghiaccio in un bicchiere a parte, ripeto alla cinese che non tocca la cassa se non confermo io gli ordini. A questo punto, siccome i biscotti non vanno bene, ordino un toast, perché non mi viene in mente un’altra cosa un po’ decente da mangiare lì dentro e le spiego che con la nausea, secondo me, è la cosa più adatta. Allora la ragazza mi dice “Il toast no, ché c’è il prosciutto cotto: non mi piace e non lo digerisco” . Rimango scioccata. Nel frattempo, una delle mie due amiche se ne sta al tavolo, tranquillamente, in compagnia delle patatine fritte, l’altra sorride accanto a me, come in un incanto incredulo. La ragazza, prende in mano la situazione e mi chiede se può scegliere lei il panino. E scegli ‘sto panino, le dico. Fermo restando che la ragazza, al momento dell’incontro con me, dichiarava di avere IL VOMITO, dopo aver letto tutti i nomi di tutti i panini, decide di ordinare lui, il solo e unico: il Big tasty. Io sono sempre più sconvolta e dopo 20 minuti passati accanto al lei, sono tentata di prendere anch’io un the: mi sento di non esagerare se dico che emana lo stesso odore dell’arca di Noè. Ordina anche una bottiglietta d’ acqua, già che c’è. La cinese mi dice che ce l’ha solo frizzante. “Ti va bene frizzante?” chiedo alla ragazza. Naturale non c’è ? mi chiede lei. Naturale proprio non l’avete? ripeto alla cinese . No. No, non la vuoi allora? Ci pensa. “Non preoccuparti, me la sgasso io” . Se la sgassa lei, dico alla cinese. “Vuoi altro?” le chiedo. Mi dice che no, per ora va bene così. Anzi no, la ciambella! Alla faccia! Finalmente c’è solo da pagare e aspettare. Lei precisa che non si siederà perché OGGI –dice- non si è lavata. Ho già perso mezz’ora e mentre la ragazza aspetta che sia pronto il suo panino da 1 kg e l’altra roba, io e la mia amica ci risediamo al nostro tavolo. Dobbiamo fare in fretta e uscire subito, perché –confesso- ho paura che la ragazza, visto che è così attenta ai convenevoli, prenda l’iniziativa di abbracciarmi. Finisco il mio panino e ci alziamo, pronte alla fuga. Ma intanto la ragazza ha preso la sua roba e si sta avvicinando a noi con un sacchetto grande tipo borsone blu dell’IKEA. Usciamo tutte. Lei mi ferma e mi chiede di dove sono, se sono della zona e poi: “ Ma tu, nella tua città, aiuti le persone?!”. Boh, no, che domande sono? Non lo so. Non è che lo faccio appositamente. Non dico nulla. Lei insiste: “perché hai deciso di aiutarmi?” Aiuto, penso, mo che le dico?! Perché… E che ne so?! Perché ho visto che non ti sentivi tanto bene, azzardo. Ma lei, a questo punto, se ne esce con una domanda da un milione di dollari: “Ma DA CHE COSA l’hai capito che non stavo bene?” … La guardo. Cala il silenzio. Il gelo. Mentre io cerco con gli occhi la cosa da cui ho capito che non stava bene, guardo le mie amiche che non mi aiutano, le pompe di super senza piombo, cerco un appiglio per non ferirla, lei mi scruta, attende una risposta. Mi viene l’ansia. Finché non mi illumino. E… “Dagli occhi!!!” le rispondo. E mentre penso che ho detto una cazzata e che non l’ho fatto per cattiveria o cosa, ma per non ferirla e che ora penserà che io mi stia prendendo gioco di lei e mi salterà alla gola, lei sembra soddisfatta e mi dice “Sì, infatti ho anche la febbre”. Cazzo! Meno male che ha anche la febbre, mi dico. Risollevata, confermo che avevo visto che aveva gli occhi lucidi e che quindi non poteva stare bene, no… Gli occhi… Che non so nemmeno come ho fatto a trovarli in quella faccia lì. Il test pare superato. La ragazza ci guarda, ci benedice in nome della “Grotta dove è nato Gesù Bambino con il bue e l’asinello” e se ne va con il sacchetto, più grande di lei. Con il ghiaccio a parte. P.S. L’ho rivista tempo dopo, sana come un pesce, fuori da un supermercato. Mi ha chiesto di entrare e di comprarle dei pomodorini.