In comode rate

Anche i ricchi piangono


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La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



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mercoledì, 05 novembre 2008

La pipì, ottobre 2008

L'altro giorno mi trovavo in una ridente frazione di Bologna: Corticella. Ero in macchina. Dopo aver parcheggiato, mi è venuto il sospetto di avere la pipì. Scesa dalla macchina, ho iniziato a riflettere sullo stimolo, nonché a guardarmi intorno in cerca di un bar. Nessun bar. Il fatto è che appena ho avuto la coscienza di trovarmi in una landa desolata, la pipì ha iniziato a premere più forte, fino ad annebbiarmi la vista. Con i sudori freddi, ho tentato di fare qualche metro in cerca di un'alternativa.
La pipì, secondo me, ha un sistema a molla, grazie al quale per ogni passo che tu fai in sua compagnia, senti il bisogno impellente di tornare agli ambienti più familiari che ti ritrovi a disposizione.
Dopo aver escluso di suonare alla porta della caserma dei caribinieri, distante un centinaio di metri, il principio a molla della Pipì, ha  riportato il mio corpo irrigidito alla macchina. Appoggiata allo sportello, sono rimasta paralizzata per qualche minuto finché non ho avuto una visione: due signore sulla settantina in tenuta da passeggio.
Ho scelto quella con i capelli più bianchi: "Signora, mi scusi, sa se c'è un bar aperto in zona?". Sembrandomi una domanda troppo emotivamente debole, per trovare in lei comprensione e reale appoggio umano, dopo una brevissima pausa di riflessione, ho deciso di andare fino in fondo: "Mi scappa la pipì, credo che non resisterò".
La signora, capita l'urgenza, ha prontamente iniziato a guardarsi in giro: "No, i bar sono tutti chiusi, oggi".
La morte.

La signora, profondamente toccata dall'espressione di disperazione scesa sul mio volto, inizia a meditare. Nel frattempo, voltata la testa per perlustrare meglio il luogo, noto l'indicazione "ORATORIO". Perfetto, penso, andrò in oratorio. Ora et ura (da urina).
"Se non fosse così tardi, ti porterei a casa mia..."- mi dice intanto la nonnina. "A casa sua? Subito, anche nell'ingresso. Mi dia le chiavi e vado da sola" -vorei dirle. "Ma Signora è troppo gentile, non si preoccupi, ho visto che c'è un oratorio, posso andare lì". Cogliona. Mentre mi sento pronunciare queste parole, la pipì inizia ad urlare, sento che sta cercando di uscirmi dai gomiti. Ma ad un certo punto, una voce: "Ciao Franca!". La signora Franca, la nonnina dai capelli bianchi, riconosce un volto amico, si illumina e inizia a gridare in mezzo alla strada: "Fiorella, accompagna questa ragazza al bagno dell'oratorio: LE SCAPPA LA PIPì". Bene, fatta la mia porca figura, seguo la signora Fiorella che, a metà strada, mi dice "Beh, perché non vieni su a casa mia?". Sì, lo voglio.

La mia salvezza.
Aperta la porta di casa, mi indica una porticina in fondo al corridoio. BAGNO, c'è scritto.
Vado. Faccio una delle pipì più belle della mia vita, in sospensione su quei sanitari candidi e puliti (ma non si sa mai). Ne tengo anche un po' perché dura troppo e non voglio che la signora pensi che me ne approfitto.
Finalmente esco dal bagno che ho persino riacquistato colore. Cerco di raggiungere questa Fiorella per ringraziarla e giurarle devozione eterna, ma: lei è al telefono con il Comune di Piacenza. Rimango mezz'ora sulla soglia della porta della camera da letto, gli occhi bassi, a sentire lei che dà tutti i suoi dati anagrafici. E sono nata il *, e sono residente a *, e mio babbo era di *, ma la mamma però no. Un delirio. Quando finalmente riattacca, posso dedicarmi ai mille ringraziamenti: mi prostro ai suoi piedi, con danze e riti e mi congedo.
"Figurati, povero tesoro. Non preoccuparti. Ciao, bella. Poverina..."
Ciao Fiorella.
 
 
finanziato da: BEA alle ore 16:01 | link |commenti (17)
conto: racconti, vita, diario, aneddoti, grazie, 05 conto frivolo
martedì, 25 settembre 2007

IL ROTARI CLUB

Caro diario –nel senso di “costoso”-,
tu sai che mia nonna Anna Grazia è stata campionessa italiana di tennis e che ha vinto la Mille Miglia per l’eleganza e sai anche tante altre cose su di lei, cose che -se le vedessi in giro io delle cose del genere- mi farebbero parlare di chiccheria (leggi sciccheria) e di vera classe.
Ma sai anche che l’altra nonna, Virginia detta Gigna, era una di quelle nonne che si alzano alle sei per fare la sfoglia e, se ti ricordi, lei mi comprava le mutanTe (così le chiamava) al mercato e urlava –sorda com’era- che Ti ho comprato le mutantine, in mondovisione, davanti a milioni di Very Important Persons.
Detto questo, non ti sarà difficile immaginare come sia stato il mio ingresso, qualche sera fa,  all’aperitivo del Rotari. 
G. ed io, consapevoli (ma non troppo) dell’ambiente esclusivo in cui stavamo per imbatterci, iniziamo i preparativi alle due del pomeriggio. Per l’occasione, decidiamo persino di lavarci. E, sempre per l’occasione, di lavare anche i capelli.
Dopo una serie di preparativi a base di maschere di fango per il viso e maschere in gommalacca per le occhiaie, alle diciannove e quarantacinque, usciamo. Siamo vestite a metà strada tra la Madonna di Medjugorje e Renato Zero negli anni ’80.
Saliamo sulla bea-mobile, soddisfatte.
L’appuntamento è sui colli bolognesi, in una villa che troveremo senz’altro perché delimitata da un corteo di fiaccole. Così dicono.
Dopo un’ora di viaggio, vediamo, in lontananza uno zampirone. E’ lei.
Parcheggiamo la smarta accanto ad un trionfo di Audi, BMW e porsche  e ci appropinquiamo alla villa.
In un giardino ai piedi di un parco, una moltitudine di personaggi eterei sorseggia un nettare ultraterreno da calici di cristallo. Noi, da parte nostra, ci buttiamo sul tavolo del buffet.
Ad attenderci, una tavolata piena di ogni delizia. Al centro, una forma di parmigiano reggiano, delle dimensioni di camera mia, sostiene oltre ad un tripudio di  bocconcini di formaggio, grappoli d’uva e frutti estinti; tutt’attorno, oltre a vassoi argentei di salumi e tartine,  terrine di porcellana  Limonge piene di funghi porcini fritti fumanti, zucchine fritte tiepide, nuvole di panzerotti soffici e filanti, mozzarelle  temperate e abbracci di olive all’ascolana. Mentre noi ci abbuffiamo, in perfetto stile Biafra, tre principesse con tacco di ventidue centimetri cadono rovinosamente, facendo di culo tutta la scalinata d’accesso alla villa. Tre meraviglie dell’eleganza mondiale, sdraiate per terra sotto gli sguardi altezzosi degli altri commensali.
E’ lì che ci viene l’idea –rimasta, per decenza, incompiuta- di distrarre nuovamente gli invitati con una finta caduta, per riempirci la borsa di barattoli di marmellate e salame. Non lo facciamo perché non è bello, ma l’importante è il pensiero.
Caro diario, non ti dico la fatica che hanno fatto a staccarci dal tavolo delle vivande, per scambiare un ciao con chi ci aveva invitate. Solo i dolci ci hanno allontanate dal tavolo numero uno. Sul tavolo numero due, c’erano infatti freschezze di frutti prelibati, tiramisù e torte al cioccolato tagliate a coriandoli romboidali, mascarpone su cui adagiare mini-cubi di gelatina di Martini.
Più larghe che alte, preso il mascarpone e fatta la nostra porca figura, ci siamo dileguate. Ripresa la macchina in tutta fretta, siamo tornate in città come due cenerentole obese, allo scoccar delle nove e mezza.
giovedì, 20 settembre 2007

DIRE e NON DIRLO

 

Come un ciottolo in gola, dirti ti amo sarebbe sopravvivere improvvisamente, un fiotto rotondo d’aria, da inghiottire svelta nel dirtelo, perché quanto più eccede il cuore, tanto più mi scarseggia il fiato. Ti amo come a  inventarlo ad un tratto, un lanciare contro di te, a schiantarti in mille pezzi, una pietra dura e fredda. Dalla punta delle dita, lungo i segni delle calze, persino sul naso o in un’alzata tua di spalle, dirlo e lasciartelo lì. O scrivertelo, tanto non capisci niente. E poi anch’ io ti sono niente.
Camminavo oggi e ti amavo sopra ai lacci delle scarpe e dentro l’orlo dei pantaloni; ti amavo anche nel vetro di una pizzeria d’asporto, ma “dirtelo –pensavo- sarebbe come condannarsi, perché so come sei e a maggior ragione ormai che  non serve a niente, dirtelo è più lento che spararsi e tanto varrebbe, allora, fare in fretta”.
Sì, perché tu –checché se ne dica- non mi ami per niente e nessuno mai al mondo riuscirebbe ad amarmi così poco (forse un nano miniaturista) come tu mi ami, io invece ti amo tanto da schiantarmi nel non dirtelo, e a sufficienza amo me da non dirtelo mai.


Mentre faccio questi pensieri, lungo Via Rizzoli, tre cani neri taglia gigante, mi si fiondano  addosso. Cerco di scrollarmeli, ma non c’è verso.
<<Di chi cazzo sono ‘sti cani?>>- dico io, piena di grazia allo stesso modo, se non di più, di Maria, I cani continuano a sbranarmi.
A dieci passi da me, un punkabbestia vino-munito con braga a vita bassa e spaccatura verticale in zona anale,  mi si palesa senza dire niente. I cani sono inequivocabilmente i suoi, ma lui non ne rivendica la paternità.
Dietro di me, nel frattempo, un punkabbestia donna, con degli stivali rossi con frange a forma di frecce, due millimetri di calza a rete attorno a due buchi color carne di settantacinque centimetri a gamba, i capelli impiastricciati di alcune fra le prime tre sostanze da motore più unte ed inquinanti al mondo, seconde solo a quelle del mio scooter, saluta il padrone delle simpatiche bestie.
<<Ti hanno scambiata per la mia ragazza>> mi dice lui, indicando la giovane alle mie spalle.
Ecco perché non mi ami.

giovedì, 13 settembre 2007

LA TRACHEITE

La tracheite è una brutta bestia. Devi portarla fuori la sera, andarci a letto senza amore, farla uscire al mattino, parlarci al pomeriggio. Non è mal di gola. La tracheite è falsa e subdola, si insinua lungo il collo, dall’altra parte della pelle e se apri la bocca, non ti dà l’impressione di nascondersi dietro la base della lingua, lei se ne sta al piano di sotto e non ti brucia nemmeno, ti toglie la voce, ti trasforma, ti segue ombrosa.
Ad un certo punto però, in fase calante di carriera, si manifesta, in tutta la sua secca perfidia, in quartine di cortei di tosse da tredici minuti di apnea cadauno.
L’altra mattina mi sveglio con un trattore lungo la trachea, con una dozzina di pallet in ferro conficcati in gola.  E una tosse da far bussare i vicini per tutta la lunghezza delle pareti. Capisco che devo intervenire, pena il soffocamento.
Mi alzo e attanagliata da un mutismo forzato, mi ricordo di una conversazione avvenuta la sera prima con la mia amica dottoressa nonché coinquilina:
G. <<Un informatore farmaceutico mi ha dato un nuovo farmaco che può farti bene. Prendilo, si chiama Vea>>
Bea <<…>> (Ah, Vea. Tipo Bea)
G. <<Ce l’ ho in camera, te lo ricordi perché è Vea. Tipo Bea>>
Bea <<… Ckofhhhh Ckofhhhh  Ckofhhhh …>>
Vado in camera di G. e lo trovo lì, in tutta la sua beltà. Il Vea.
Il Vea si presenta come una bomboletta spray, identica per forma, a quella del bea-dorante  Byblos. Di colore bianco, con scritte arancioni, è uno dei medicinali con il nome più in rima al mio che farmacia abbia mai conosciuto. Lo osservo circospetta. Brandisco la bomboletta con coraggio, apro la bocca e spruzzo un po’ perplessa. E’ unto, mi nebulizza la faccia quasi interamente e  mi chiedo perché non ci sia l’applicatore. Sarebbe tutto molto più semplice, mi dico. Leggo bene le scritte che circondano il flacone. Certi farmaci fanno bene a tutto. Leggo ancora meglio.
Prendo il telefono.
Bea <<G. , il Vea è untuoso>>
G. <<Ma, Bea, non avrai mica preso il Vea alla destra della mia scrivania?>>
Bea <<…>>
G. <<Ti sei spruzzata in gola il lenitivo del prurito per cute secca e zone pilifere? Che può prevenire o limitare le smagliature? Ma non hai visto che non c’era l’applicatore?>>
Bea <<Sì.>>


(... 24 ore dopo: G.<<E se lasciavo in camera il Vea-crema per il viso cosa facevi?>> Bea <<Cosa, il collirio?>> G. <<...>>)


finanziato da: BEA alle ore 22:54 | link |commenti (28)
conto: pensieri, vita, diario, aneddoti, salute, 05 conto frivolo
giovedì, 02 agosto 2007

Il funerale

Non è vero che non mi lavo i capelli. Semplicemente non posso permettermi di lavarli tutti i giorni. I miei capelli sono capelli che non si lasciano dominare quotidianamente e che accumulano pettinature pregresse che poi devo scontare con etti di balsamo e denti di spazzole. Fatto sta che quando annuncio per casa “Vado a lavarmi i capelli”, segue spesso una voce incredula:

Ma com’è possibile?!? E’ già passato un mese?

No. Stamattina non era passato un mese, ma un evento pubblico, m’imponeva il gesto estremo. La partecipazione ad un funerale.

E’ così che, già in piedi con un vantaggio di ben dodici minuti sulla sveglia, preparata e consumata la colazione, cerco di rendermi –non dico proprio presentabile- ma almeno un essere umano.

L’appuntamento è in camera ardente per le dieci o forse dieci e mezza. Alle dieci e quindici sono lì davanti. Nell’atrio esterno una folla di volti sconosciuti piange. Non ricordo come si chiama di cognome la defunta e non ho abbastanza confidenza per pronunciarne il nome in mezzo  quel piagnisteo. Entro timida nella chiesa e dopo venti minuti di ammiccamenti e sguardi pieni di conforto a destra e a manca, scopro di aver sbagliato morto. Vago  intorno all’edificio finché non leggo “Camera mortuaria” e mi ci infilo. Eccola, è lei.  Date le condoglianze al mio caro e adorato P., spiego che non me la sento di entrare. Non c’è problema, ma ad un certo punto è necessario perché si dice una piccola messa. Con la coda dell’occhio sbircio. Non voglio guardarla del tutto perché la cosa mi spaventa, ma vedo abbastanza per riuscire a notare una cornice con la foto proprio sull’orlo della cassa, sopra alla testa. Il prete è tunisino, se non fosse per il costume di scena, potrei scambiarlo per un lavavetri. Inizia a pregare e non si capisce niente. Il Padre Nostro diventa “adro scio, co sc neo sc, scio sontofocoto, tuo nomoh…”. Ma ciò che mi fa sentire un’improvvisa ventata di imbarazzo che mi accompagnerà poi per parecchio tempo è che, mentre la cosparge di acqua santa, sfiora la cornice che le cade sulla testa emettendo un rumore sordo e secco: TOC. Ora non so se certe cose si possano dire o se non sia educato, ma l’evento lascia pensierosi, inspiegabilmente. Alla fine del rito, usciti tutti, ci diamo appuntamento nel luogo X per prendere le macchine e seguire il carro funebre fino al cimitero. Mentre attendo l’ultima ritardataria che si unisce alla coda dei partecipanti, un animale mi si posa sul braccio nudo che  inizio a muovere con gesti frenetici e disordinati, ma la belva non si stacca. Sono spaventata perché temo un’ape o un animale tremendo. Non ho il coraggio di guardare, finché non sono costretta a farlo, perché l’animale, nonostante i miei sforzi acrobatici, non ha intenzione di staccarsi. E’ una merda.  Sì. Un piccione mi ha cagato sul braccio. Il carro funebre parte, mi fiondo in macchina e non ho  nemmeno un fazzolettino per rimediare, mentre guido prestando particolare attenzione a non tamponare il feretro, trovo uno scontrino e decido di pulirmi con quello, provocandomi innumerevoli graffi e ferite sull’avambraccio. Nel tragitto assisto per la prima volta in vita mia ad un furgone che si fa tagliare la strada dal carro funebre e che, per tutta risposta, inizia a suonare il clacson. Mi vergogno tremendamente, ma grazie al Cielo arriviamo al Cimitero dove ci attende la Messa e il ritrovo con gli altri conoscenti. Segue un’ora di abbracci a sconosciti, a conosciuti, ad amati, a dimenticati, ad amici, a genitori acquisiti. Pacche sulle spalle, spalle di conforto, spalle di lacrime e sostegno.

Dopo un’ora e mezza sono al lavoro.

L: Bea, che hai fatto?

Bea: ?

L.: hai una merda di piccione lungo tutta la spalla.
venerdì, 01 settembre 2006

L'aneddoto del MC Donald's

Dovrei dirvi di più sulla mia sparizione, ma oggi vi racconto un aneddoto.  I fatti di seguito riportati sono realmente accaduti in quei mesi in cui ero lontana da voi. Lontan dagli occhi, lontan dal cuore.


[Premessa dal vecchio blog] Vai al MC Donald's, perché vuoi mangiare in un lasso di tempo di 8 minuti, ti avvicini alla cassa, un'africana di due metri ti sbatte in faccia un vassoio rosso a mo' di frisbee, e ti sfida. Dici "Due filetti di pesce, SOLO PANINO", ma siccome loro, là dentro, sono dei robot,  ti devono dire per forza "Menù o panino?" . Quindi ripeti SOLO PANINO e sorridi in una specie  di paresi. L'africana, ti guarda da sotto le treccine. "Vorrei anche tutte le salse"..."E una Coca PICCOLA". "Media la coca?". No, PICCOLA! Poi lo sai che per il filetto ci vogliono tre minuti, ma ogni tanto speri in una frase del tipo "Il filetto adesso glielo facciamo", per cambiare... Invece no . "Per i filetti ci vogliono tre minuti". D'accordo. Aspetti.  Arrivati i filetti, incazzata ti dà UN TOVAGLIOLO che dividerà a metà, perché altrimenti il MC va in fallimento. Ti devi arrangiare con quello che hai, come la vita vera. Prendi i tuoi quattro stracci e ti siedi in fondo alla sala con due amiche spensierate, di quelle coi  panini già pronti che non devono aspettare mai e che avranno preventivamente occupato il tavolino appiccicaticcio, uno di quelli che se per disgrazia  appoggi il braccio,  quando poi lo togli ti fai la ceretta…

[L'aneddoto in comoda rata]Mentre mi appresto a divorare il  mio filetto di pesce fumante,  sollevo gli occhi e fuori dal locale, che è situato all’interno di una piazzola di un distributore di benzina, vedo una ragazza, una mendicante. E’ appoggiata alla porta a vetro del MC,  sta ferma, guarda un po’ l’interno del locale, un po’ le pompe diesel.  Fuori, nonostante sia estate, fa freddo perché piove da giorni, la ragazza ha i piedi nudi, ha dei sandalini smessi,  indossa un impermeabile beige lacero , sporco  di ogni bendiddio, con i capelli a cordelle,  ha le pustole in faccia, non c’è una parte di lei che non sia arrossata, rigonfia, sporca di grasso,  escoriata, lesa;  i vestiti sono  in condizioni che nemmeno  se ti passa sopra un treno, le labbra sconvolte da continui fremiti. A questo punto, in preda ad un magone improvviso,  spiego all’amica che sta mangiando di gusto davanti a me che c’è una, lì  fuori, che non sta benissimo e che non ce la faccio a continuare così, spensieratamente. E che quindi vado a chiederle se ha fame, se ha bisogno di qualcosa. Con il mio proverbiale coraggio (sono stata soprannominata “Madre Coraggio” in seguito ad un’avventura con un’ape che voleva uccidermi), esco fuori, mi avvicino alla ragazza e le chiedo se ha fame, se ha bisogno di qualcosa. La ragazza mi dice che le viene da vomitare. Faccio un passo indietro (oddio, mo questa mi vomita addosso) e, facendo mente locale sulle cose che può offrirle un postaccio come il MC, le propongo un the. Lo vuoi un the? Ok, mi dice. Con un po’ di biscotti, penso io… Ché magari, con la nausea, ci vuole qualcosa di secco, medito. “Posso entrare anch’io?”mi chiede. E certo che puoi entrare (quelli del MC non faranno i salti di gioia, non mi getteranno le braccia al collo, ma…) cosa posso fare con quella povera ragazza?! Lasciarla fuori? Entriamo.  La famosa africana del MC è diventata una italo-cinese e vedendomi avanzare con questa ragazza al seguito, mi fulmina con lo sguardo. Ordino un the e chiedo se hanno dei biscotti. Nel frattempo la ragazza mi dice che i biscotti no, non vanno bene. E il the com’è? Caldo, le dico, così ti scaldi. Caldo no, perché se lo prende caldo (mi spiega), le mettono il the nel bicchierino piccolo. Mi chiede di ordinarle, per cortesia, un the freddo. Confermo l’ordine alla cinese che è ad un millimetro da tutte e due e che con gli occhi al cielo chiede a me : LO VUOLE  MEDIO IL THE FREDDO? La ragazza, che non accenna  a rivolgere la parola alla cassiera, mi chiede se può prenderlo grande. Ok, le dico. Parlo con la cinese: mi dia un The grande. “Con il ghiaccio in un bicchiere a parte”, mi corregge la ragazza. Con il ghiaccio in un bicchiere a parte, ripeto alla cinese che non tocca la cassa se non confermo io gli ordini. A questo punto, siccome i biscotti non vanno bene, ordino un toast, perché non mi viene in mente un’altra cosa un po’ decente da mangiare lì dentro e le spiego che con la nausea, secondo me, è la cosa più adatta.  Allora la ragazza mi dice “Il toast no, ché  c’è il prosciutto cotto: non mi piace e non lo digerisco” . Rimango scioccata.  Nel frattempo, una delle mie due amiche se ne sta al tavolo, tranquillamente, in compagnia delle patatine fritte, l’altra sorride accanto a me, come in un incanto incredulo.  La ragazza, prende in mano la situazione e mi chiede se può scegliere lei il panino. E scegli ‘sto panino, le dico. Fermo restando che la ragazza, al momento dell’incontro con me, dichiarava di avere IL VOMITO, dopo aver letto tutti i nomi di tutti i panini,  decide di ordinare lui, il solo e unico: il Big tasty. Io sono sempre più sconvolta e dopo 20 minuti passati accanto al lei, sono tentata di prendere anch’io un the: mi sento di non esagerare se dico che emana lo stesso odore dell’arca di Noè.  Ordina  anche una bottiglietta d’ acqua, già che c’è. La cinese mi dice che ce l’ha solo frizzante. “Ti va bene frizzante?” chiedo alla ragazza.  Naturale non c’è ? mi chiede lei.  Naturale proprio non l’avete? ripeto alla cinese . No.  No, non la vuoi allora? Ci pensa. “Non preoccuparti, me la sgasso io” . Se la sgassa lei, dico alla cinese.  “Vuoi altro?” le chiedo. Mi dice che no, per ora va bene così.  Anzi no, la ciambella! Alla faccia!  Finalmente c’è solo da pagare e aspettare. Lei precisa che non si siederà perché OGGI –dice- non si è lavata. Ho già perso mezz’ora  e mentre la ragazza aspetta che sia pronto il suo panino da 1 kg e l’altra roba, io e la mia amica ci risediamo al nostro tavolo. Dobbiamo fare in fretta e uscire subito, perché –confesso- ho paura che la ragazza, visto che è così attenta ai convenevoli, prenda l’iniziativa di abbracciarmi. Finisco il mio panino e ci alziamo, pronte alla fuga. Ma intanto la ragazza ha preso la sua roba e si sta avvicinando a noi con un sacchetto grande tipo borsone blu dell’IKEA. Usciamo tutte. Lei mi ferma e mi chiede di dove sono, se sono della zona e poi: “ Ma tu, nella tua città, aiuti le persone?!”. Boh, no, che domande sono? Non lo so. Non è che lo faccio appositamente. Non dico nulla. Lei insiste: “perché hai deciso di aiutarmi?” Aiuto, penso, mo che le dico?! Perché… E che ne so?! Perché ho visto che non ti sentivi tanto bene, azzardo. Ma lei, a questo punto, se ne esce con una domanda da un milione di dollari: “Ma DA CHE COSA l’hai capito che non stavo bene?” … La guardo. Cala il silenzio. Il gelo. Mentre io cerco con gli occhi la cosa da cui ho capito che non stava bene,  guardo le mie amiche che non mi aiutano, le pompe di super senza piombo,  cerco un appiglio per non ferirla, lei mi scruta,  attende una risposta. Mi viene l’ansia.  Finché non mi illumino. E… “Dagli occhi!!!” le rispondo. E mentre penso che ho detto una cazzata e che non l’ho fatto per cattiveria o cosa, ma per non ferirla e che ora penserà che io mi stia prendendo gioco di lei e mi salterà alla gola,  lei sembra soddisfatta  e mi dice  “Sì, infatti ho anche la febbre”. Cazzo! Meno male che  ha anche la febbre, mi dico. Risollevata, confermo che avevo visto che aveva gli occhi lucidi e che quindi non poteva stare bene, no… Gli occhi… Che non so nemmeno come ho fatto a trovarli in quella faccia lì. Il test pare superato. La ragazza ci guarda, ci benedice in nome della “Grotta dove è nato Gesù Bambino con il bue e l’asinello”  e se ne va con il  sacchetto, più grande di lei. Con il  ghiaccio a parte. P.S. L’ho rivista tempo dopo, sana come un pesce, fuori da un supermercato. Mi ha chiesto di entrare e di comprarle dei pomodorini.

finanziato da: BEA alle ore 17:00 | link |commenti (13)
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