
LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

All'amica F., che ha il mio bene.Avrei voluto, ad un certo punto, dirti di mangiare e assicurarmi non ti mancasse niente. Perché se hai fame o se qualcosa ti manca, io piango. La distanza delle cose che hai visto e delle mani che hai stretto e di tanti baci che hai dovuto dare e della faccia – bellissima- sui muri e dei capelli da riconoscere e fermarli e degli anni (se vogliamo), la distanza non c’era. Tu non lo sai, non sai niente, ma da qui, da una poltrona blu, in mezzo a molto velluto e a molti respiri, ti dicevo grazie, come una briciola o una lacrima sciocca. Perché una volta mi hai fatto ridere, d’estate, e mi hai distratto il cuore con l’idea di te. Distante e amabile com’eri –e sei- tu. Tu guardi sempre un po’ di sbieco e io, che ho sempre paura della tua fretta lontana, non so mai trovare il tempo per spiegare, per darti lo specchio di quello che sei a volte, senza saperlo.
Io credevo che i desideri fossero futuri e che si aspettassero perlopiù a lungo e qualche volta per sempre e senza averli mai. Che vani e vanescenti come i desideri, fossero i desideri. Grazie a te, poi, non era vero. O almeno uno no, era di carta. E grazie al cielo , così, sono stata felice anch’io. E lo sarò ancora, si spera. E quando ti ho detto “ è come se tu, a vent’ anni, con il tuo caro Fabrizio…” , ti ho guardata ben bene e avevi un sorriso così arreso e stanco e due occhi così azzurri e accesi, che sembravi una madre e una sorella e forse una figlia e amica mia, una dolce creatura da ringraziare, mentre respira, sorda su di sé, il suo spazio corrucciato. E poi avrei voluto, ad un certo punto, dirti “che buona che sei”, anche sbagliando su di te, magari. E salvarti la voce e le mani e le guance dal tempo e abbracciarti con le braccia più leggere e forse piangere senza piangere, piangerti in faccia un po’ di bene.
E avrei voluto, no, “vorrei” che nessuno ti facesse male, che fossi eterna, con quegli avambracci che ballano per l’aria e con quel sorriso che fai quando ti si apre il cuore sulla folla. E ad un certo punto ho pensato che non è detto mai che tutto quel battere di mani sia proprio quello la tua felicità e te ne avrei augurata, non fosse quella, una diversa e più grande e gialla. E tutta la mia ti avrei dato, solo per come hai detto che “C’è un tempo bellissimo”, solo per come hai volato e sei stata vana, con tutti i carrelli della spesa e gli attaccapanni e le persiane e i succhi di frutta ai mirtilli che ci sono nell’universo, in questo universo. Solo per come sei stata vana. E umana. Per le mie pantofole.
E vorrei per questo, anche ora, come allora, tu fossi felice e sempre, ma non come si fa per dire, ma come uno schiaffo a spettinarti. E –scusa se lo dico- io vorrei e avrei voluto che la tua pelle fosse sempre così tua e bianca e non riconoscere in te nessun cambiamento. Perché ne piangerei ad accorgermene. Fosse sempre come lo immagino io, bello, il tuo cuore da bambina. Perché mi ricorda i salti e il ghiacciolo all’amarena sulle scale, giù in cortile e la torta di riso e la notte. Avrei voluto dirti grazie perché sei piccola a volte, piccola come una che non si accorge di nulla. Ma a volte sì. E mentre canti non sai che io dico sul serio e non tanto per dire. Ma adesso sì.

BOLOGNA, GLI SEI MANCATAIo da piccola Lucio Dalla lo ammiravo. Mi ero fatta un'idea su di lui tutta personale. Nel mio immaginario, Lucio Dalla era un omone alto con la barba, una specie di Babbo Natale castano. E cantava. Lucio Dalla non era di Bologna, secondo me. A dire il vero, io credevo che tutti fossimo di Bologna. Le elementari le facevo anch'io -è vero-, studiavo la geografia, si parlava di Lazio, Veneto, Sicilia, ma per me quello che si diceva in classe e quello che succedeva fuori erano due cose diverse. La vita vera -mica stavamo a pettinar le bambole- era che tutti eravamo di Bologna e non si stesse a discutere. Naturalmente, Lucio Dalla non poteva essere da meno, non era una mosca bianca. Lucio lo stimavo. Era quello cha cantava Anna e Marco, Quale allegria, Futura, per non parlare di quella che è la mia preferita ma ora non mi viene in mente il titolo (tu corri dietro al vento e sembri una farfalla eccetera). Lo stimavo. Era un cantante barbuto, cosmopolita, che cantava delle belle canzoni. Poi venne il tempo dell'album Attenti al lupo. Ecco. Proprio in quel tempo, ricordo che andavo in giro con mia nonna in macchina. Mia nonna in versione automobilista era fonte di grande imbarazzo. Difatti guidava ai 20 km/h, in mezzo alla strada, creando lunghi cortei di macchine che suonavano. Andare in macchina con lei era come andare ad un Matrimonio. Io mi vergognavo così tanto che mi mettevo tutta piegata sulla pedanina, sotto il sedile, in modo tale che quelli che la sorpassavano da destra, mentre si voltavano verso di noi -interrogativi- per dire "Chi cazzo è 'st'idiota che mette la freccia per fare una curva obbligatoria", non mi riconoscessero e non pensassero che io avessi dei legami di parentela con l'idiota. In questi nostri viaggi interminabili ascoltavamo la cassetta Attenti al Lupo. Fu allora che iniziai a far convivere due immagini profondamente distinte dello stesso uomo. Fu allora che raggiunsi la maturità emotiva. Possibile che quel Lucio Dalla là, quello di Anna e Marco, abbia scritto una canzone sull'amore che dice per 7 minuti -mentre mia nonna tenta una partenza in salita- "ah l'amore asdrubaldì-asdrubaldà, storunti-Nasdak, ah l'amore Euribor sdrabladidu'"? Possibile? Sì. Da allora la mia idea su di lui iniziò a mutare in peggio, seppure fomentata parzialmente da quel riflesso condizionato che era la guida di mia nonna. Poi arriva il 2006. Canzone su Bologna. Ora voglio dire: a distanza di anni ed anni, ho capito molte cose. Ho avuto tempo per scoprire -con l'esperienza- che Lucio Dalla è bolognese come me, che mi arriva all'incirca all'altezza del coccige (e ho il culo basso), che è biondo tinto e che -accostato alla Nannini- è più femminile lui, ma non ho avuto tempo per meditare sul suo nuovo lavoro. La canzone è ignobile, ma parla di Bologna e le devo voler bene per forza. Non fosse altro per mia nonna che "lungo l'autostrada" (cito la prima strofa), lei l'autostrada la prendeva al contrario. Cara nonna. Ma io penso al testo:
Io 'sta canzone, nonostante tutto, nonostante l'apparenza, non riesco ad odiarla. Però Dalla è proprio basso e biondo. Mia nonna è bionda, ma almeno è una bella sgnacchera alta. Sbaradu'- Sbaradu'- Sbaraduldidoblo'.
IL NUOVO SINGOLO...Ché poi ti alzi un mattino che è il 20 di ottobre e, oltre al fatto che in quella data ti daranno la busta paga(?) di 9 euro (lordi) con cui potrai finalmente comprarti un Cristo in legno di abete da baciare al posto di mangiare, esce il singolo della tua cantante preferita e allora è proprio una bella giornata. Suona la sveglia che hai puntato appositamente per fare l'invasata che si appassiona di musica, ti metti seduta sul letto, prendi la spinta con le braccia, ti erigi in tutta la tua statura e accendi la radio con gli occhi sbarluccichini di speranza. In che stazione potranno mai trasmettere Fiorella Mannoia? Fai mente locale finché non ti dici "bea, ti ricordi di una volta che eri ad un concerto e uno ti ha avvicinata per porgerti uno yo-yo con su scritto Radio Capital?" Certo che te lo ricordi. "E che l'hai schifato indignata -girandogli alla larga facendo no con la testa- per poi ricercarlo disperatamente tra la folla quando hai letto sullo yo-yo di un altro che dietro c'era scritto anche Fiorella Mannoia, ma tanto poi erano finiti?" Te lo ricordi sì, son cose che rimangono. "Prova con Radio Capital, no?" Quale stazione, in effetti, più di Radio Capital, può trasmettere Fiorella, se proprio Radio Capital la mette persino sui suoi yo-yo? E allora ti sintonizzi su Radio Capital e ogni volta che parte una canzone, ricolleghi la prima nota alle nozioni che hai sul singolo che cerchi: Brasile, duetto, Fiorella, nuovo. Stai lì un'ora, di cui mezza a chinino come una disperata e mezza seduta per terra, cambiando stazione solo quando proprio hai un ampio margine di tempo per poi ritornarvici (si-ti-mi-ci-li); svolazzi zigzagando leggiadra da Radio Italia anni 60 a Radio KissKiss, da Radio deejay a Radio Maria, ma niente. Poi è tardi e bisogna mangiare, ti allontani diffidente appropinquandoti verso la cucina, apri il frigo e opti per una jocca che è veloce e che, per festeggiare, riporrai in un piatto vero e mangerai accompagnata da una fetta di salame. E' lì che, siccome sei in cucina e lo stereo è lontano, inizi ad avere le tue prime allucinazioni uditive. Hai paura che trasmettano Fiorella proprio mentre sei mezza sorda, piegata sul cacciatorino, allora stai tutta tesa. Di là senti che dicono blablablaMONDO e allora subito ti inventi retroattivamente la frase finché non diventa "Fiorella Mannoia si sposta dall'Italia, viaggia per il MONDO, arriva in Brasile: ecco il singolo". Corri come una pazza lungo il corridoio, arrivi allo stereo con un filo di fiato e: niente. Ritorni in cucina, ti ripieghi sulla vastità del piatto, nel frattempo ri-tendi le orecchie e senti che di là dicono blablablablablaFINITOblabla, allora ti ri-inventi retroattivamente la frase misteriosa finché non diventa "Fiorella Mannoia ha FINITO di cantare solo in italiano ora canta anche in portoghese: ecco il singolo". Ri-corri come una pazza lungo il corridoio, ri-arrivi davanti allo stereo e: niente. Poi torni in cucina e per un momento ti distrai sulla linguetta della CocaCola e allora ad un certo punto dicono blablablablablaATTRICE e siccome sei con la testa tra le nuvole ti rialzi e scappi di là perché hai capito BeATRICE e poi quando ti trovi davanti allo stereo ti ricordi che la parola magica doveva essere Fiorella Mannoia e non Beatrice. Beatrice sei tu. Fai così per un'ora buona, finché non ti viene il famoso "abbiocco post-prandiale" e -siccome stai dormendo tre ore circa per notte- decidi di approfittare del pomeriggio libero per sprofondare in quella metafora della perdizione che è Il Piumone. Ma metti la sveglia, altrimenti hai paura che non ti risvegli mai più. La radio non la spegni, per sicurezza. Ad un certo punto suona la sveglia e: blablablaCravo e Canela IL NUOVO SINGOLO DI FIORELLA MANNOIA e... Il miracolo si compie, la sua voce è tornata, Fiorella esiste, è lì, è lei con la sua voce blu, rossa, democratica, dispotica, intransignete, vasta, che s'incanala, che è spessa, che è un baratro, un abisso, che è fango, che è le due di notte, che segue la linea più dritta, ma si espande a macchia d'olio e: è lei, sì. E' anche ironica ed esplosiva e ha voglia di saltare. Ma la canzone? Ci devi pensare, l'hai sentita una volta sola. E adesso puoi anche andare a farti la doccia, toglierti quella specie di pigiama con cui hai traumatizzato il ragazzo dell'SDA e ritornare nel mondo, come fanno tutte le personcine a modo.
MARIA (Madonna Maria...)Ieri accendo la tv e vedo uno sparviero biondo di un metro e ottanta con un vestito dalla tonalità tenue del fucsia con striscione rosso sangue sotto al ginocchio ad intonarsi armonicamente con il viola azzurrato di un paio di scarpe ortopediche con tacco da viados: possibile sia Maria De Filippi quel coso lì? mi dico. Sì, è lei. E' proprio lei. Profondamente toccata, non riesco più a cambiare canale, perché con Maria è come con gli incidenti stradali. Maria gioca sul principio che regge le "code per curiosi" nelle nostre autostrade. Guardare C'è posta per te è come rimanere davanti ad un groviglio di lamiere in attesa di un'ambulanza che non arriverà mai. Ieri sera CREDO che Maria abbia toccato il limite della decenza. Dico "CREDO", perché io non son sicura di aver visto bene, io spero di non aver visto bene. Magari quando sono vicina al ciclo mi invento le cose, ma mi pare di aver visto uno dei suoi postini indossare, sopra ad una tutina attillata con bollino rosso "ad altezza pistolino", un gonnellino fatto di banane e una signorina, invitata da qualcuno al programma, cercare di staccarglielo a morsi. Mi è sembrato di aver visto Maria sorridere e per un momento mi è parso di intravedere persino una gengiva.
Io, da bambina, volevo bene a Maria, la rispettavo. Le volevo bene così com'era: la accettavo quando diceva "se farei, potessi"; quando le usciva fuori quella voce da tredicenne durante lo sviluppo, quella voce che sembra un rutto improvviso; quando si presentava in trasmissione con un grembiule sopra ai jeans, perché lei si sentiva bella; le volevo bene anche quando camminava in studio avanti e indietro e mi rievocava gli allevamenti odiosi di pollame fuoriporta, quelli dove ci sono galli e galline che si inseguono. Io l'ho sempre rispettata anche quando diceva "Questa è la storia di Silvana che ha una grande passione per il cucito" e c'era Silvana che si metteva a piangere con i singhiozzi e Maria che, spietata, andava avanti. Le volevo bene quando ad Amici , se c'era un ragazzo che non possedeva né un piccolo bagaglio di delusioni, né un'infanzia traumatica, lei trovava comunque il modo di risolvere il problema:
-se riusciva a rintracciare una simil-fonte di commozione all'interno di quella giovane esistenza, allora la cosa scatenava immediatamente il filmato: il ragazzo che, davanti ad un pioppo, lacrimava per allergia alle graminacee con, come sottofondo, l'Ave Verum.
-se non riusciva a rintracciare una simil-fonte di commozione, il ragazzo, sotto l'imbarazzo disgustato di tutta la redazione, era costretto ad uscire dalla scuola.
Io le volevo bene anche in quelle occasioni, ma ieri sera non ce l'ho fatta. Forse erano le scarpe.
11 SETTEMBRE 2001Già 5 anni, ma ricordo perfettamente. Era l'anno della mia maturità, ero appena tornata dalla Scozia, stavo lavorando per la prima volta in vita mia, perché avevo litigato con i miei e nessuno mi dava più una lira. Mi ha chiamata una mia amica e mi ha detto che un aereo si era schiantato sulle due torri. Nel mio egoismo, ho pensato alle due torri di Bologna ed ero disperata perché pensavo che ci ero legata e sotto a quelle torri avevo passato buona parte della mia vita. Erano mie. Sono corsa nell'ufficio delle mie colleghe più grandi, ho raccontato quello che mi avevano detto, una di loro ha fatto una telefonata e si è fatta spiegare cos'era successo. Niente Garisenda, nessuna Asinelli. Abbiamo acceso la radio. Il mio cuore si è fermato, c'era una potenza nell'aria che non riuscivo a gestire. La potenza della vita, dell'inatteso, del non potere, dell'essere così piccoli e lontani, ovunque. Ho chiesto di andarmene; ho preso lo scooter, andavo adagio, confusa, e per strada c'era un silenzio che non dimenticherò mai. Era nostro. Ci si guardava, reciprocamente. C'era questo non sapere, una paura comune che ammutoliva la faccia. Ci si incontrava con gli occhi e nessuno diceva niente. Era un segreto di profonda tristezza e preoccupazione che vedevo in ogni sguardo. Nessuno aveva il coraggio di capire. Poi sono arrivata a casa e, dopo mesi che non gli rivolgevo la parola, trattenendo a fatica l'imbarazzo di aver bisogno di condividire proprio con lui un dolore, sono andata da mio padre gli ho chiesto se avesse sentito che schifo di vita è la nostra, morire per niente.