In comode rate

Anche i ricchi piangono


Creative Commons License
tutti i diritti riservati
(*loading* diritti)

La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



Black list

Berluscounter!

Servizi della Bea bank

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder


Elenco dei Blog italiani


Blog Aggregator 3.3 - The Filter



Image Hosted by ImageShack.us

Abbiamo rapinato

*loading* correntisti

Kira'stickers
mercoledì, 08 agosto 2007

All'amica F., che ha il mio bene.

Avrei voluto, ad un certo punto,  dirti di mangiare e assicurarmi non ti mancasse niente. Perché se hai fame o se qualcosa ti manca,  io piango. La distanza delle cose che hai visto e delle mani che  hai stretto e di tanti baci che hai dovuto dare e della faccia – bellissima- sui muri e dei capelli da riconoscere e fermarli e degli anni (se vogliamo), la distanza non c’era.  Tu non lo sai,  non sai niente, ma da qui, da una poltrona blu, in mezzo a molto velluto e a molti respiri, ti dicevo grazie, come una briciola o una lacrima sciocca. Perché una volta  mi hai fatto ridere, d’estate, e mi hai distratto il cuore con l’idea di te. Distante e amabile com’eri –e sei- tu. Tu guardi sempre un po’ di sbieco e io, che ho sempre paura della  tua fretta lontana, non so mai trovare il tempo per spiegare, per darti lo specchio di quello che sei a volte, senza saperlo.
Io credevo che i desideri fossero futuri e che si aspettassero  perlopiù  a lungo e qualche volta per sempre e senza averli mai. Che vani e vanescenti come i desideri, fossero i desideri. Grazie a te, poi,  non era vero. O almeno uno no, era di carta.  E grazie al cielo , così, sono stata felice anch’io. E lo sarò ancora, si  spera. E quando ti ho detto “ è come se tu, a vent’ anni, con il tuo caro Fabrizio…”  , ti ho guardata ben bene e avevi un sorriso così arreso e stanco e due occhi così azzurri e  accesi, che sembravi una madre e una sorella e forse una figlia e  amica mia, una dolce creatura da ringraziare, mentre respira, sorda  su di sé, il suo spazio corrucciato. E poi avrei voluto, ad un certo punto, dirti “che buona che sei”,  anche sbagliando su di te, magari. E salvarti la voce e le mani e  le guance dal tempo e abbracciarti con le braccia più leggere e  forse piangere senza piangere, piangerti in faccia un po’ di bene.
E avrei voluto, no, “vorrei” che nessuno ti facesse male, che fossi eterna, con quegli avambracci che ballano per l’aria e con quel sorriso che fai quando ti si apre il cuore sulla folla. E ad un  certo punto ho pensato che non è detto mai che tutto quel battere  di mani sia proprio quello la tua felicità e te ne avrei augurata,  non fosse quella, una diversa e più grande e gialla. E tutta la mia  ti avrei dato, solo per come hai detto che “C’è un tempo bellissimo”, solo per come hai volato e sei stata vana, con tutti i  carrelli della spesa e gli attaccapanni e le persiane e i succhi di  frutta ai mirtilli che ci sono nell’universo, in questo universo. Solo per come sei stata vana. E umana. Per le mie pantofole. 
E  vorrei per questo, anche ora, come allora, tu fossi felice e  sempre, ma non come si fa per dire, ma come uno schiaffo a  spettinarti. E –scusa se lo dico- io vorrei e avrei voluto che la  tua pelle fosse sempre così tua e bianca e non riconoscere in te nessun cambiamento. Perché ne piangerei ad accorgermene. Fosse  sempre come lo immagino io, bello, il tuo cuore da bambina. Perché  mi ricorda i salti e il ghiacciolo all’amarena sulle scale, giù in  cortile e la torta di riso e la notte. Avrei voluto dirti grazie  perché sei piccola a volte, piccola come una che non si accorge di nulla. Ma a volte sì. E mentre canti non sai che io dico sul serio  e non tanto per dire. Ma adesso sì.

                                    F. & B.

sabato, 28 ottobre 2006

BOLOGNA, GLI SEI MANCATA

Io da piccola Lucio Dalla lo ammiravo. Mi ero fatta un'idea su di lui tutta personale. Nel mio immaginario, Lucio Dalla era un omone alto con la barba, una specie di Babbo Natale castano. E cantava. Lucio Dalla non era di Bologna, secondo me. A dire il vero, io credevo che tutti fossimo di Bologna. Le elementari le facevo anch'io -è vero-, studiavo la geografia, si parlava di Lazio, Veneto, Sicilia, ma per me quello che si diceva in classe e quello che succedeva fuori erano due cose diverse. La vita vera -mica stavamo a pettinar le bambole- era che tutti eravamo di Bologna e non si stesse a discutere. Naturalmente, Lucio Dalla non poteva essere da meno, non era  una mosca bianca. Lucio lo stimavo. Era quello cha cantava Anna e Marco, Quale allegria, Futura, per non parlare di quella che è la mia preferita ma ora non mi viene in mente il titolo (tu corri dietro al vento e sembri una farfalla eccetera). Lo stimavo. Era un cantante barbuto, cosmopolita, che cantava delle belle canzoni.  Poi venne il tempo dell'album Attenti al lupo. Ecco. Proprio in quel tempo, ricordo che andavo in giro con mia nonna in macchina. Mia nonna in versione automobilista  era fonte di grande imbarazzo. Difatti guidava ai 20 km/h, in mezzo alla strada, creando lunghi cortei di macchine che suonavano. Andare in macchina con lei era come andare ad un Matrimonio. Io mi vergognavo così tanto che mi mettevo tutta piegata sulla pedanina, sotto il sedile, in modo tale che quelli che la sorpassavano da destra, mentre si voltavano verso di noi -interrogativi- per dire "Chi cazzo è 'st'idiota che mette la freccia per fare una curva obbligatoria", non mi riconoscessero e non pensassero che io avessi dei legami di parentela con l'idiota. In questi nostri viaggi interminabili ascoltavamo la cassetta Attenti al Lupo. Fu allora che iniziai a  far convivere due immagini profondamente distinte dello stesso uomo. Fu allora che raggiunsi la maturità emotiva.  Possibile che quel Lucio Dalla là, quello di Anna e Marco, abbia scritto una canzone sull'amore che dice per 7 minuti -mentre mia nonna tenta una partenza in salita- "ah l'amore asdrubaldì-asdrubaldà, storunti-Nasdak, ah l'amore Euribor sdrabladidu'"? Possibile? Sì. Da allora la mia idea su di lui iniziò a mutare in peggio, seppure  fomentata parzialmente da quel riflesso condizionato che era la guida di mia nonna. Poi arriva il 2006. Canzone su Bologna. Ora voglio dire: a distanza di anni ed anni, ho capito molte cose. Ho avuto tempo per scoprire -con l'esperienza- che Lucio Dalla è bolognese come me, che mi arriva all'incirca all'altezza del coccige (e ho il culo basso), che è biondo tinto e che -accostato alla Nannini- è più femminile lui, ma non ho avuto tempo per meditare sul suo nuovo lavoro. La canzone è ignobile, ma parla di Bologna e le devo voler bene per forza. Non fosse altro per mia nonna che "lungo l'autostrada" (cito la prima strofa), lei l'autostrada la prendeva al contrario. Cara nonna. Ma io penso al testo:



  • Lungo l’autostrada da lontano ti vedrò

  • ecco là le luci di San Luca (E fin qui è vero, le vedo anch'io)

  • entrando dentro al centro, l’auto si rovina un pò

  • Bologna, ogni strada c’è una buca ( E' vero. Io ho distrutto lo scooter, a 14 anni, finendo in una buca che era stata, da giovane, una piscina termale)

  • per prima cosa mangio una pizza da Altero (mai visto Dalla da Altero, anche perché per mangiare una pizza da Altero devi metterti ad aspettare e chiedere la gravidanza a rischio)

  • c’è un barista buffo, un tipo nero (non è vero)

  • Bologna, sai mi sei mancata un casino,

  • aspetto mezzanotte chè il giornale comprerò

  • lo stadio, il trotto, il Resto del Carlino

  • piove molto forte ma tanto non mi bagnerò

  • c’è un bar col portico, mi faccio un cappuccino (Dopo la pizza? Burp)

  • ma che casino, quanta gente, cos’è sta confusione?

  • c’è una puttana, anzi no: è un busone (...Tu? Trattasi di via fatta di specchi.)

  • Bologna, sai mi sei mancata un casino

  • chissà se in questa strada si può entrare oppure no? (Leggi i cartelli)

  • ah no, c’è Sirio, ma che due maroni

  • così cammino per la piazza (Ma non eri in macchina?)

  • con una merda sul paletot

  • ma perché anche col buio volano i piccioni? (E te non vai mai a letto?)

  • voglio andarmene sui colli (Ecco, bravo. Vacci)

  • voglio andarmene a vedere il temporale

  • tra i fulmini coi tuoni mi sembra di volare (Coi fulmini?)

  • nel tempo dei ricordi perdermi e affogare

  • figurine, piedi sporchi e ancora i compiti da fare

  • le pugnette sui tetti, che belli quei cieli (Penso a quello che è venuto a mettermi la parabolica per SKY.Pover'uomo)

  • seduti lì insieme con le nuvole che cambiano colore

  • bocche rosse d’estate, cocomeri in fiore (Cocomeri in fiore?)

  • come è buono nei viali il profumo dei tigli (Questo è vero)

  • con della benzina l’odore

  • certe notti stellate nei cine all’aperto

  • e le lucciole che si corrono dietro,(Le lucciole non le vediamo più dal 1948. Causa inquinamento, le lucciole muoiono ancor prima di essere concepite)

  • si corrono dietro per fare l’amore (Ma tu stai sempre a pensare a quello? Boh.)

  • com’è bello andar a fare l’amore (Ecco, vedi?!)

  • c’è un tuono più forte che la notte svanisce

  • mi sveglio di colpo più stanco più solo

  • mentre il cielo schiarisce

  • accendo il motore, guardo nello specchietto

  • e vedo riflessa con un po' di dolore

  • Bologna col rosso dei muri alle spalle

  • che poco a poco sparisce

  • metto la freccia e vado sulla luna

  • vado a trovare la luna.


Io 'sta canzone, nonostante tutto, nonostante l'apparenza, non riesco ad odiarla. Però Dalla è proprio basso e biondo. Mia nonna è bionda, ma almeno è una bella sgnacchera alta. Sbaradu'- Sbaradu'- Sbaraduldidoblo'.

venerdì, 20 ottobre 2006

IL NUOVO SINGOLO

...Ché poi ti alzi un mattino che è il 20 di ottobre e, oltre al fatto che in quella data ti daranno la busta paga(?) di 9 euro (lordi) con cui potrai finalmente comprarti un Cristo in legno di abete da baciare al posto di mangiare, esce il singolo della tua cantante preferita e allora è proprio una bella giornata. Suona la sveglia che hai puntato appositamente per fare l'invasata che si appassiona di musica, ti metti seduta sul letto, prendi la spinta con le braccia, ti erigi in tutta la tua statura e accendi la radio con gli occhi sbarluccichini di speranza. In che stazione potranno mai trasmettere Fiorella Mannoia? Fai mente locale finché non ti dici "bea, ti ricordi di una volta che eri ad un concerto e uno ti ha avvicinata per porgerti uno yo-yo con su scritto Radio Capital?" Certo che te lo  ricordi. "E che l'hai schifato indignata -girandogli alla larga facendo no con la testa- per poi ricercarlo disperatamente tra la folla quando hai letto sullo yo-yo di un altro che dietro c'era scritto anche Fiorella Mannoia, ma tanto poi erano finiti?" Te lo ricordi sì, son cose che rimangono. "Prova con Radio Capital, no?"  Quale stazione, in effetti,  più di Radio Capital, può trasmettere Fiorella, se proprio Radio Capital  la mette persino sui suoi yo-yo? E allora ti sintonizzi su Radio Capital e ogni volta che parte una canzone, ricolleghi la prima nota alle nozioni che hai sul singolo che cerchi: Brasile, duetto, Fiorella, nuovo.  Stai lì un'ora, di cui mezza a chinino come una disperata  e mezza seduta per terra,  cambiando stazione solo quando proprio hai un ampio margine di tempo per poi ritornarvici (si-ti-mi-ci-li); svolazzi zigzagando leggiadra da Radio Italia anni 60 a Radio KissKiss, da Radio deejay a Radio Maria,  ma niente. Poi è tardi e bisogna mangiare,  ti allontani diffidente appropinquandoti  verso la cucina, apri il frigo e opti per una jocca che è veloce e che, per festeggiare, riporrai in un piatto vero  e mangerai accompagnata da una fetta di salame. E' lì che, siccome sei in cucina e lo stereo è lontano, inizi ad avere le tue prime allucinazioni uditive. Hai paura che trasmettano Fiorella proprio mentre sei mezza sorda, piegata sul cacciatorino, allora stai tutta tesa. Di là senti che dicono blablablaMONDO e allora subito ti inventi retroattivamente la frase finché non diventa  "Fiorella Mannoia si sposta dall'Italia, viaggia per il MONDO, arriva in Brasile: ecco il singolo". Corri come una pazza lungo il corridoio, arrivi allo stereo con un filo di fiato  e:  niente. Ritorni in cucina, ti ripieghi sulla vastità del piatto,  nel frattempo ri-tendi le orecchie e senti che di là dicono blablablablablaFINITOblabla, allora ti ri-inventi retroattivamente la frase misteriosa finché non diventa "Fiorella Mannoia ha FINITO di cantare solo in italiano ora canta anche in portoghese: ecco il singolo". Ri-corri come una pazza lungo il corridoio, ri-arrivi davanti allo stereo e: niente. Poi torni in cucina e per un momento ti distrai sulla linguetta della CocaCola  e allora ad un certo punto dicono blablablablablaATTRICE e siccome sei con la testa tra le nuvole ti rialzi e scappi di là perché hai capito BeATRICE e poi quando ti trovi davanti allo stereo ti ricordi che la  parola magica doveva essere Fiorella Mannoia e non Beatrice. Beatrice sei tu. Fai così per un'ora buona, finché non ti viene il famoso "abbiocco post-prandiale" e -siccome stai dormendo tre ore circa per notte- decidi di approfittare del pomeriggio libero per sprofondare in quella metafora della perdizione che è Il Piumone. Ma metti la sveglia, altrimenti hai paura che non ti risvegli mai più. La radio non la spegni, per sicurezza. Ad un certo punto suona la sveglia e: blablablaCravo e Canela IL NUOVO SINGOLO DI FIORELLA MANNOIA e... Il miracolo si compie, la sua voce è tornata, Fiorella esiste, è lì, è lei con la sua voce blu, rossa, democratica, dispotica, intransignete,  vasta, che s'incanala, che è spessa,  che è un baratro, un abisso, che è fango, che è le due di notte, che segue la linea più dritta, ma si espande  a macchia d'olio e: è lei, sì. E' anche ironica ed esplosiva e ha voglia di saltare. Ma la canzone? Ci devi pensare, l'hai sentita una volta sola. E adesso puoi anche andare a farti la doccia, toglierti quella specie di pigiama con cui hai  traumatizzato il ragazzo dell'SDA e  ritornare nel mondo, come fanno tutte le personcine a modo.

finanziato da: BEA alle ore 20:20 | link |commenti (20)
conto: musica, racconti, diario, spettacolo, attualità
domenica, 01 ottobre 2006

MARIA (Madonna Maria...)

Ieri accendo la tv  e vedo uno sparviero biondo  di un metro e ottanta con un vestito dalla tonalità tenue del fucsia con striscione rosso sangue sotto al ginocchio ad intonarsi armonicamente con il viola azzurrato di un paio di scarpe ortopediche con tacco da viados: possibile sia Maria De Filippi quel coso lì? mi dico. Sì, è lei. E' proprio lei. Profondamente toccata, non riesco più a cambiare canale, perché con Maria è come con gli incidenti stradali. Maria gioca sul principio che regge le "code per curiosi" nelle nostre autostrade. Guardare C'è posta per te è come rimanere davanti ad un groviglio di lamiere in attesa di un'ambulanza che non arriverà mai.  Ieri sera  CREDO che Maria abbia toccato il limite della decenza. Dico "CREDO", perché  io non son sicura di aver visto bene, io spero di non aver visto bene. Magari quando sono vicina al ciclo mi invento le cose, ma mi pare di aver visto  uno dei suoi postini indossare, sopra ad una tutina attillata con bollino rosso "ad altezza pistolino", un gonnellino fatto di banane e una signorina, invitata da qualcuno al programma, cercare di staccarglielo a morsi.  Mi è sembrato di aver visto Maria sorridere e per un momento mi è parso di intravedere persino una gengiva. 




Io, da bambina, volevo bene a Maria, la rispettavo. Le volevo bene così com'era:  la accettavo quando diceva "se farei, potessi"; quando le usciva fuori quella voce da tredicenne durante lo sviluppo, quella voce che sembra un rutto improvviso; quando si presentava in trasmissione con un grembiule sopra ai jeans,  perché lei si sentiva bella; le volevo bene anche quando camminava in studio avanti e indietro e mi rievocava gli allevamenti odiosi di pollame fuoriporta, quelli dove ci sono galli e galline che si inseguono. Io l'ho sempre rispettata anche quando diceva "Questa è la storia di Silvana che ha una grande passione per il cucito" e c'era Silvana che si metteva a piangere con i singhiozzi e Maria che, spietata, andava avanti.  Le volevo bene quando ad Amici  , se c'era un ragazzo  che non possedeva  né un piccolo bagaglio di delusioni, né un'infanzia traumatica, lei trovava comunque  il modo di risolvere il problema:



-se riusciva a rintracciare una simil-fonte di commozione all'interno di quella giovane esistenza, allora la cosa scatenava immediatamente il filmato: il ragazzo che, davanti ad un pioppo, lacrimava per allergia alle graminacee con, come sottofondo, l'Ave Verum.



-se non riusciva a rintracciare una simil-fonte di commozione, il ragazzo, sotto l'imbarazzo disgustato di tutta la redazione, era costretto ad uscire dalla scuola.



Io le volevo bene anche in quelle occasioni, ma ieri sera non ce l'ho fatta. Forse erano le scarpe.




 




 

finanziato da: BEA alle ore 10:38 | link |commenti (19)
conto: spettacolo, attualità, 10 conto tv
martedì, 12 settembre 2006

11 SETTEMBRE 2001

Già 5 anni, ma ricordo perfettamente. Era l'anno della mia maturità, ero appena tornata dalla Scozia, stavo lavorando per la prima volta in vita mia, perché avevo litigato con i miei e nessuno mi dava più una lira. Mi ha chiamata una mia amica e mi ha detto che un aereo si era schiantato sulle due torri. Nel mio egoismo, ho pensato alle due torri di Bologna ed ero disperata perché pensavo che ci ero legata e sotto a quelle torri avevo passato buona parte della mia vita. Erano mie. Sono corsa nell'ufficio delle mie colleghe più grandi, ho raccontato quello che mi avevano detto, una di loro ha fatto una telefonata e si è fatta spiegare cos'era successo. Niente Garisenda, nessuna Asinelli. Abbiamo acceso la radio. Il mio cuore si è fermato, c'era una potenza nell'aria che non riuscivo a gestire. La potenza della vita, dell'inatteso, del non potere, dell'essere così piccoli e lontani, ovunque. Ho chiesto di andarmene; ho preso lo scooter, andavo adagio, confusa, e per strada c'era un silenzio che non dimenticherò mai. Era nostro. Ci si guardava, reciprocamente. C'era questo non sapere, una paura comune che ammutoliva la faccia. Ci si incontrava con gli occhi e nessuno diceva niente. Era un segreto di profonda tristezza e preoccupazione che vedevo in ogni sguardo. Nessuno aveva il coraggio di capire. Poi sono arrivata a casa e, dopo mesi che non gli rivolgevo la parola, trattenendo a fatica l'imbarazzo di aver bisogno di condividire proprio con lui un dolore, sono andata da mio padre gli ho chiesto se avesse sentito che schifo di vita è la nostra, morire per niente.

finanziato da: BEA alle ore 22:43 | link |commenti (3)
conto: riflessioni, attualitÃ