In comode rate

Anche i ricchi piangono


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La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



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martedì, 20 novembre 2007

Bea e il Piccolo Coro dell'Antoniano

Dedicato a Benedetta.

Grazie per non aver dimenticato il Piccolo Coro della tua infanzia e grazie per aver fatto ricordare anche a me il più bel periodo della mia vita. Un abbraccio

Bea

P.S. per quelli che mi conoscono: Sì, sono io, anche senza  il capello riccio, subentrato dopo lo sviluppo e non ancora dileguatosi.

 

 

 

martedì, 25 settembre 2007

IL ROTARI CLUB

Caro diario –nel senso di “costoso”-,
tu sai che mia nonna Anna Grazia è stata campionessa italiana di tennis e che ha vinto la Mille Miglia per l’eleganza e sai anche tante altre cose su di lei, cose che -se le vedessi in giro io delle cose del genere- mi farebbero parlare di chiccheria (leggi sciccheria) e di vera classe.
Ma sai anche che l’altra nonna, Virginia detta Gigna, era una di quelle nonne che si alzano alle sei per fare la sfoglia e, se ti ricordi, lei mi comprava le mutanTe (così le chiamava) al mercato e urlava –sorda com’era- che Ti ho comprato le mutantine, in mondovisione, davanti a milioni di Very Important Persons.
Detto questo, non ti sarà difficile immaginare come sia stato il mio ingresso, qualche sera fa,  all’aperitivo del Rotari. 
G. ed io, consapevoli (ma non troppo) dell’ambiente esclusivo in cui stavamo per imbatterci, iniziamo i preparativi alle due del pomeriggio. Per l’occasione, decidiamo persino di lavarci. E, sempre per l’occasione, di lavare anche i capelli.
Dopo una serie di preparativi a base di maschere di fango per il viso e maschere in gommalacca per le occhiaie, alle diciannove e quarantacinque, usciamo. Siamo vestite a metà strada tra la Madonna di Medjugorje e Renato Zero negli anni ’80.
Saliamo sulla bea-mobile, soddisfatte.
L’appuntamento è sui colli bolognesi, in una villa che troveremo senz’altro perché delimitata da un corteo di fiaccole. Così dicono.
Dopo un’ora di viaggio, vediamo, in lontananza uno zampirone. E’ lei.
Parcheggiamo la smarta accanto ad un trionfo di Audi, BMW e porsche  e ci appropinquiamo alla villa.
In un giardino ai piedi di un parco, una moltitudine di personaggi eterei sorseggia un nettare ultraterreno da calici di cristallo. Noi, da parte nostra, ci buttiamo sul tavolo del buffet.
Ad attenderci, una tavolata piena di ogni delizia. Al centro, una forma di parmigiano reggiano, delle dimensioni di camera mia, sostiene oltre ad un tripudio di  bocconcini di formaggio, grappoli d’uva e frutti estinti; tutt’attorno, oltre a vassoi argentei di salumi e tartine,  terrine di porcellana  Limonge piene di funghi porcini fritti fumanti, zucchine fritte tiepide, nuvole di panzerotti soffici e filanti, mozzarelle  temperate e abbracci di olive all’ascolana. Mentre noi ci abbuffiamo, in perfetto stile Biafra, tre principesse con tacco di ventidue centimetri cadono rovinosamente, facendo di culo tutta la scalinata d’accesso alla villa. Tre meraviglie dell’eleganza mondiale, sdraiate per terra sotto gli sguardi altezzosi degli altri commensali.
E’ lì che ci viene l’idea –rimasta, per decenza, incompiuta- di distrarre nuovamente gli invitati con una finta caduta, per riempirci la borsa di barattoli di marmellate e salame. Non lo facciamo perché non è bello, ma l’importante è il pensiero.
Caro diario, non ti dico la fatica che hanno fatto a staccarci dal tavolo delle vivande, per scambiare un ciao con chi ci aveva invitate. Solo i dolci ci hanno allontanate dal tavolo numero uno. Sul tavolo numero due, c’erano infatti freschezze di frutti prelibati, tiramisù e torte al cioccolato tagliate a coriandoli romboidali, mascarpone su cui adagiare mini-cubi di gelatina di Martini.
Più larghe che alte, preso il mascarpone e fatta la nostra porca figura, ci siamo dileguate. Ripresa la macchina in tutta fretta, siamo tornate in città come due cenerentole obese, allo scoccar delle nove e mezza.
giovedì, 20 settembre 2007

DIRE e NON DIRLO

 

Come un ciottolo in gola, dirti ti amo sarebbe sopravvivere improvvisamente, un fiotto rotondo d’aria, da inghiottire svelta nel dirtelo, perché quanto più eccede il cuore, tanto più mi scarseggia il fiato. Ti amo come a  inventarlo ad un tratto, un lanciare contro di te, a schiantarti in mille pezzi, una pietra dura e fredda. Dalla punta delle dita, lungo i segni delle calze, persino sul naso o in un’alzata tua di spalle, dirlo e lasciartelo lì. O scrivertelo, tanto non capisci niente. E poi anch’ io ti sono niente.
Camminavo oggi e ti amavo sopra ai lacci delle scarpe e dentro l’orlo dei pantaloni; ti amavo anche nel vetro di una pizzeria d’asporto, ma “dirtelo –pensavo- sarebbe come condannarsi, perché so come sei e a maggior ragione ormai che  non serve a niente, dirtelo è più lento che spararsi e tanto varrebbe, allora, fare in fretta”.
Sì, perché tu –checché se ne dica- non mi ami per niente e nessuno mai al mondo riuscirebbe ad amarmi così poco (forse un nano miniaturista) come tu mi ami, io invece ti amo tanto da schiantarmi nel non dirtelo, e a sufficienza amo me da non dirtelo mai.


Mentre faccio questi pensieri, lungo Via Rizzoli, tre cani neri taglia gigante, mi si fiondano  addosso. Cerco di scrollarmeli, ma non c’è verso.
<<Di chi cazzo sono ‘sti cani?>>- dico io, piena di grazia allo stesso modo, se non di più, di Maria, I cani continuano a sbranarmi.
A dieci passi da me, un punkabbestia vino-munito con braga a vita bassa e spaccatura verticale in zona anale,  mi si palesa senza dire niente. I cani sono inequivocabilmente i suoi, ma lui non ne rivendica la paternità.
Dietro di me, nel frattempo, un punkabbestia donna, con degli stivali rossi con frange a forma di frecce, due millimetri di calza a rete attorno a due buchi color carne di settantacinque centimetri a gamba, i capelli impiastricciati di alcune fra le prime tre sostanze da motore più unte ed inquinanti al mondo, seconde solo a quelle del mio scooter, saluta il padrone delle simpatiche bestie.
<<Ti hanno scambiata per la mia ragazza>> mi dice lui, indicando la giovane alle mie spalle.
Ecco perché non mi ami.

venerdì, 07 settembre 2007

LA FORCHETTA

10062007

Ma io dico – se ti chiedo se c’è un artista che ti fa venire in mente un bidet, puoi tu rispondermi che l’opera è fruibile da parte del pubblico e che il quadro più bello del mondo è la Gioconda?!? Il mio è un esempio calzante, ma non ho chiesto la storia del bidet.

L’altra sera, per festeggiare non so bene cosa, vado con tre amiche alla festa dell’Umidità di Bologna. Ristorante ferrarese. La signora al carrello dei dolci, soprannominata Clark Gable, per via dei baffi, si aggira fra un tavolo e l’altro ingobbita e circospetta, mentre noi, giovani donne ignare, consumiamo, al  contempo, quattro piatti di supremi tortellacci di zucca e tre  di patatine fritte (perché lì ti portano il primo e il caffè insieme per fare prima).
Siccome sul menù non c’è scritto niente e lungo i tavoli, si dimena la presenza della  nonna ferrar-bolognese con insolita leggiadria, mi sorge la speranza, per un attimo, che i dolci li regalino, così alla fine del pasto, chiamo Clark che si precipita con il carrello, pronta a dare pace alle nostre voglie.
Si può scegliere tra diverse opzioni: pista di pattinaggio a rotelle beige con striature marroni, traslucida, di non identificabile composizione; gigantesco assemblaggio di sterco equino ripieno di simil-panna  giallognola; disastro di crema catalana in mescolanza di tutti i dolci presenti sul carrello; suicidio di ribes in gelatina, accompagnato da sentore di millefoglie.
Chiedo alla signora che cosa c’è dentro alla torta con il ribes e mi risponde che c’è della roba e poi degli ingredienti. Proprio quello che cerco. Ne chiedo una porzione. Siccome poi la signora dice che io sono una golosetta, per via del calore con cui ho accolto la sua epifania, mi fa dono di un pezzo in più, che sommato al Profiteroles delle altre commensali fanno 5 euro.
Mentre noi scegliamo la strategia mangereccia, Clark, brandendo un tovagliolo, inizia a pulire le palette con cui serve i dolci. L’effetto è identico -se non peggiore perché poi te lo devi mangiare- a quello di una merda, sotto alla suola liscia di un mocassino, tolta con il Kleenex. Sulla tavola scende il panico. I baffi di Clark e le scarse condizioni igieniche del carrello maledetto seminano il terrore. Finché… Lo fa.
La signora prende la forchetta al sabor di tortelli e patate di A., abbandonata all’estremità del piatto su cui ancora dimora l’ombra tiepida della sfoglia, e serve i dolci con quella. Finito il nostro tavolo, parte alla volta di nuove tavolate con la forchetta al ragù, a servire il Profiteroles a voialtri.
venerdì, 10 novembre 2006

Mille ancora

Riassunto: ci sono io che ho le tette ancora più grosse rispetto allo scritto precedente. E più sode.


Cerco la fine del mondo. Bologna di sera mangia, non chiacchiera, è chiusa in casa. Io sto sul lato di un dirupo. Guardo e negli occhi ho l'amore di non vederti ma saperti laggiù, tra le case, a fare di me una che non hai. Non esisto nemmeno stasera. Mi dimentichi su un dirupo. Vorrei lo strappo al tedio, il dente che cade. Non ho più niente adesso. Non ho più nulla, e poi te che nient’altro mi dai che un’altra cosa da non avere. Ma cerco un inganno, una forza che scelga. Il bilancio è confuso, è veloce e –Dio- come scorre non avere più niente. 

Ho alla fine un divano di cuoio, con una, lì seduta, che mi amava. Mi porta via.

Dal nulla, in questa nebbia sopra i fari, subito ho dieci anni, è estate, il caldo sulla pelle, l'umido dei muri. E' vivida e terrena la villa dei dieci anni. Mi porta via.

Mi portano via i mici nati da cercare dentro un tubo, ché è lì che si nascondono. Ho ancora che mi hanno detto "forse". 

C’è una lavanderia oltre il pozzo, è fresco là dentro, l'ombra ed un fazzoletto ed il sapone giallo e l'asse per stirare mi portano via. 

Mi porta via che è allergica alle api, anche lei

Il laghetto.

La remata ampia e profonda mi porta via.

Dio, mi porta via svuotare la barca -non me lo ricordavo da qui. Ha piovuto. Prendere un bicchiere e chinarmi ed alzarmi e chinarmi, finché non rimaniamo solo io ed il legno.

E per giunta, questa sera, c' era una donna con i tacchi seduta sul cannone di una bicicletta. Tornavo a casa con la stanchezza sulle braccia, quella che non so più chi abbracciare. E ho visto uno straccio sul cavalcavia con scritto "Ti amo".

Mi portano via.

Posso avere tutto questo amore anch'io. L'amore sulla macchina gommata nuova, ho anch'io i ciclamini sul davanzale,

l'amore senza polvere sui libri,

l'amore nel miele,

l'amore di chiamare quando arrivo. Cosa voglio di più? Quanto perdo?

Mi porta via il ciclamino.

Mi porta via la macchia sulla maglia, provare a farla andare via anche lei. Cerco la fine del mondo, Bologna di sera lava i piatti.

Portami via, è facile.

Mi portano via, di giorno, gli occhi, quando mi guardi. Che sbaglio è guardarsi. E' veloce come la fine, è una privazione, un delitto così confuso. Così confuso e tanto sbaglio io a guardarti, sbaglio tanto che un errore così mi porta via per ore.

Ma ti avrei detto vieni, sali sul treno, ti faccio vedere che non è come dici tu. Non è ridere il mio, non è entusiasmo il mio, non è allegria, non sono giovane. Raramente qualcosa mi porta via. Non mi perdo più, non mi innamoro più di niente, qualche volta mi innamora -è vero- un sorriso perché guarda me, e qualche volta -è così poco- solamente perché è un sorriso.  

Su di un treno che è una spinta, ho detto ad un uomo un'età che non è la mia. Mi sono scontata due anni. Mi sono sentita che lo dicevo, due anni in meno. Non lo faccio mai più, per rispetto del fatto che io, i miei anni, li ho sofferti tutti. A rimanere, a farmi portare via. Quanti anni hai detto che hai? 

Cerco la fine del mondo. Dove mi porta un treno -là, guarda- io sono altrove. Là, io sono rapita. E’ che guardano proprio me, appena cerco il mio posto in un vagone. Non lo crederesti, ma se ci si incontra, con gli occhi, è perché siamo distanti e non ne ho voglia. E' perché non siamo mai gli altri. Anche quando passo e ti abbassi a non guardare. Siamo così soli col nostro cuore che sul dirupo, se mi porta via una musica, non mi trovi più. Quanto perdi? Non ti trovo mai.  

Ma mi portano via certe occhiate e il dito con l'anello, la sinistra, mi porta via la destra, toccarla. Mi portano via gli occhiali, l'orologio, mi portano via, sempre, le scarpe.

Scendi dal treno. Ti faccio vedere che non è come dici tu. Non è un lungo futuro il mio, non c'è così tanto tempo, non sono piena di possibilità. Tieni la mia mano, ti salvo. E poi tienila e salvami tu. Scendevo dal treno solo ieri, per salire sul dirupo. Qualcosa, nonostante tutto mi porta ancora via.

Dio, era la donna con i tacchi a portarmi via, per strada. Poi sto solamente dietro un parabrezza e resto più di tutti. Sto tornando, ho le mani crepate, poco amore, alcuni mi dimenticano.

Mi portasse via, all'improvviso, la musica. Mille anni al mondo, mille ancora, che bell'inganno sei, anima mia. Mi porta via la parola “bello”. Bello. E' più larga, da qui. E' più larga quando ho sperato, non ho avuto e torno a casa. E' così larga, detta così. Fa così male, è così dolce. Detta così a una che si perde dietro un tacco, a una che si perde sulla risata, che aspetta il suo nome per voltarsi, a una così. Fa così male accontentarsi, è così un dolore patire e fingere la bellezza; rimanere inchiodata. E' un chiodo come su di un bacio che non dò, sullo sforzo della leggerezza. Che bell'inganno sei anima mia. Un Nobel, un Nobel per la musica alla musica della parola "bello". Detta così, detta ad una che sta a lato del dirupo mentre Bologna mangia, ad una che la dimenticano. Bell'inganno. Anima. Un Nobel alle due "A" che aprono così tanto le braccia, mentre io sono un ramo secco e non so più chi vorrei mi abbracciasse. A questa tristezza che non sa nemmeno essere triste, che non è capace di niente e non chiede nient'altro che dire "bello". Un Nobel per questo verso che vorrei andarmene io, con le mie gambe; giù dal dirupo, sulla tua bocca. Un Nobel che rivorrei le braccia e correre come una vela. Quando torno. Un Nobel perché a volte vorrei tornare.

Ma mi porta via la curva, la linea tratteggiata. Riparto, abbaglio, vado avanti.

L'uomo sulla macchina mi porta via.

Mi sento il contraltare del mondo, mi sento lontana e abbandonata.

Ma forse rimango sempre china sul tubo. E alla fine c'erano.

Così poi ritorno e mi sento che vorrei essere te, per vedere quanto soffri tu ora, quanti anni hai e se c'è da fidarsi, a questo punto, a non portarti via.  
finanziato da: BEA alle ore 15:39 | link |commenti (35)
conto: musica, amore, riflessioni, racconti, vita, bologna
sabato, 28 ottobre 2006

BOLOGNA, GLI SEI MANCATA

Io da piccola Lucio Dalla lo ammiravo. Mi ero fatta un'idea su di lui tutta personale. Nel mio immaginario, Lucio Dalla era un omone alto con la barba, una specie di Babbo Natale castano. E cantava. Lucio Dalla non era di Bologna, secondo me. A dire il vero, io credevo che tutti fossimo di Bologna. Le elementari le facevo anch'io -è vero-, studiavo la geografia, si parlava di Lazio, Veneto, Sicilia, ma per me quello che si diceva in classe e quello che succedeva fuori erano due cose diverse. La vita vera -mica stavamo a pettinar le bambole- era che tutti eravamo di Bologna e non si stesse a discutere. Naturalmente, Lucio Dalla non poteva essere da meno, non era  una mosca bianca. Lucio lo stimavo. Era quello cha cantava Anna e Marco, Quale allegria, Futura, per non parlare di quella che è la mia preferita ma ora non mi viene in mente il titolo (tu corri dietro al vento e sembri una farfalla eccetera). Lo stimavo. Era un cantante barbuto, cosmopolita, che cantava delle belle canzoni.  Poi venne il tempo dell'album Attenti al lupo. Ecco. Proprio in quel tempo, ricordo che andavo in giro con mia nonna in macchina. Mia nonna in versione automobilista  era fonte di grande imbarazzo. Difatti guidava ai 20 km/h, in mezzo alla strada, creando lunghi cortei di macchine che suonavano. Andare in macchina con lei era come andare ad un Matrimonio. Io mi vergognavo così tanto che mi mettevo tutta piegata sulla pedanina, sotto il sedile, in modo tale che quelli che la sorpassavano da destra, mentre si voltavano verso di noi -interrogativi- per dire "Chi cazzo è 'st'idiota che mette la freccia per fare una curva obbligatoria", non mi riconoscessero e non pensassero che io avessi dei legami di parentela con l'idiota. In questi nostri viaggi interminabili ascoltavamo la cassetta Attenti al Lupo. Fu allora che iniziai a  far convivere due immagini profondamente distinte dello stesso uomo. Fu allora che raggiunsi la maturità emotiva.  Possibile che quel Lucio Dalla là, quello di Anna e Marco, abbia scritto una canzone sull'amore che dice per 7 minuti -mentre mia nonna tenta una partenza in salita- "ah l'amore asdrubaldì-asdrubaldà, storunti-Nasdak, ah l'amore Euribor sdrabladidu'"? Possibile? Sì. Da allora la mia idea su di lui iniziò a mutare in peggio, seppure  fomentata parzialmente da quel riflesso condizionato che era la guida di mia nonna. Poi arriva il 2006. Canzone su Bologna. Ora voglio dire: a distanza di anni ed anni, ho capito molte cose. Ho avuto tempo per scoprire -con l'esperienza- che Lucio Dalla è bolognese come me, che mi arriva all'incirca all'altezza del coccige (e ho il culo basso), che è biondo tinto e che -accostato alla Nannini- è più femminile lui, ma non ho avuto tempo per meditare sul suo nuovo lavoro. La canzone è ignobile, ma parla di Bologna e le devo voler bene per forza. Non fosse altro per mia nonna che "lungo l'autostrada" (cito la prima strofa), lei l'autostrada la prendeva al contrario. Cara nonna. Ma io penso al testo:



  • Lungo l’autostrada da lontano ti vedrò

  • ecco là le luci di San Luca (E fin qui è vero, le vedo anch'io)

  • entrando dentro al centro, l’auto si rovina un pò

  • Bologna, ogni strada c’è una buca ( E' vero. Io ho distrutto lo scooter, a 14 anni, finendo in una buca che era stata, da giovane, una piscina termale)

  • per prima cosa mangio una pizza da Altero (mai visto Dalla da Altero, anche perché per mangiare una pizza da Altero devi metterti ad aspettare e chiedere la gravidanza a rischio)

  • c’è un barista buffo, un tipo nero (non è vero)

  • Bologna, sai mi sei mancata un casino,

  • aspetto mezzanotte chè il giornale comprerò

  • lo stadio, il trotto, il Resto del Carlino

  • piove molto forte ma tanto non mi bagnerò

  • c’è un bar col portico, mi faccio un cappuccino (Dopo la pizza? Burp)

  • ma che casino, quanta gente, cos’è sta confusione?

  • c’è una puttana, anzi no: è un busone (...Tu? Trattasi di via fatta di specchi.)

  • Bologna, sai mi sei mancata un casino

  • chissà se in questa strada si può entrare oppure no? (Leggi i cartelli)

  • ah no, c’è Sirio, ma che due maroni

  • così cammino per la piazza (Ma non eri in macchina?)

  • con una merda sul paletot

  • ma perché anche col buio volano i piccioni? (E te non vai mai a letto?)

  • voglio andarmene sui colli (Ecco, bravo. Vacci)

  • voglio andarmene a vedere il temporale

  • tra i fulmini coi tuoni mi sembra di volare (Coi fulmini?)

  • nel tempo dei ricordi perdermi e affogare

  • figurine, piedi sporchi e ancora i compiti da fare

  • le pugnette sui tetti, che belli quei cieli (Penso a quello che è venuto a mettermi la parabolica per SKY.Pover'uomo)

  • seduti lì insieme con le nuvole che cambiano colore

  • bocche rosse d’estate, cocomeri in fiore (Cocomeri in fiore?)

  • come è buono nei viali il profumo dei tigli (Questo è vero)

  • con della benzina l’odore

  • certe notti stellate nei cine all’aperto

  • e le lucciole che si corrono dietro,(Le lucciole non le vediamo più dal 1948. Causa inquinamento, le lucciole muoiono ancor prima di essere concepite)

  • si corrono dietro per fare l’amore (Ma tu stai sempre a pensare a quello? Boh.)

  • com’è bello andar a fare l’amore (Ecco, vedi?!)

  • c’è un tuono più forte che la notte svanisce

  • mi sveglio di colpo più stanco più solo

  • mentre il cielo schiarisce

  • accendo il motore, guardo nello specchietto

  • e vedo riflessa con un po' di dolore

  • Bologna col rosso dei muri alle spalle

  • che poco a poco sparisce

  • metto la freccia e vado sulla luna

  • vado a trovare la luna.


Io 'sta canzone, nonostante tutto, nonostante l'apparenza, non riesco ad odiarla. Però Dalla è proprio basso e biondo. Mia nonna è bionda, ma almeno è una bella sgnacchera alta. Sbaradu'- Sbaradu'- Sbaraduldidoblo'.