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Anche i ricchi piangono


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La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



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venerdì, 01 settembre 2006

MUTISMI: MOSCA-CONCERTO

Pensiero lesso su Fiorella Mannoia
 
L’ altra sera, ho ucciso un enorme moscone con il Baygon e mi sono sentita profondamente infelice.
Ronzava dentro e contro una lampada accesa e, per un attimo, ho avuto il timore che potesse essere un tafano. Per legittima difesa, gli ho spruzzato addosso 3 secondi buoni di veleno.
L’ ho visto indugiare e poi cadere a terra, strisciare, stordito, lungo il pavimento, finire in un angolo a contorcersi nella sua morte, la morte che gli avevo deciso.
In fondo, non mi aveva fatto niente, si poteva convivere, con muta complicità. Avrei potuto continuare a leggere anche con il rumore inquietante del suo brutto corpo nero che batteva sul vetro, ma tant’ è… Cercavo un silenzio che non potevo trovare.
Per incontrare la mia approvazione a quel moschicidio, mi sono raccontata che anche lui, però, avrebbe potuto restarsene fuori, in mezzo alla campagna, invece di tentar fortuna in casa mia. Avrei voluto rimproverarlo. O supplicarlo.
Con lui sono caduta anch’io, ho strisciato anch’io. Ho sentito- cadendovi- la profonda tristezza che portano con sé le cose. Il “volgere” e l’ “accadimento”. Il “fare” e la fine che gli è innata. 
La vita, in genere, con certi suoi pesi, di certo, non mi aiuta ad ammazzare mosche senza soffrirne. Ormai anche la più frivola delle futilità, in un momento sufficientemente difficile, mi turba in modo profondo e talvolta mi spinge, apparentemente e con mia grande sorpresa, ad una sorta di misticismo spicciolo che nemmeno io mi spiego . E ogni volta che mi capita, prometto a me stessa che, qualsiasi cosa accada, comunque vadano le cose, non diventerò MAI –mai e poi mai!- vegetariana. Prometto a me stessa di tenere per me questa precaria ed eccessiva sensibilità e di non farne mai una regola estendibile al mondo, ma piuttosto di custodirla, segretamente, come una malattia vergognosa auto-indotta. 
Le mosche mi fanno schifo, come i piccioni. E alcuni insetti di campagna mi gettano nella totale immobilità, mi paralizzano in un disgusto senza risoluzione, mi incatenano al paradosso senza scampo che è “l’ essere inorriditi da un insetto che vive, tanto quanto dalla possibilità di quello stesso insetto MORTO”.
Nessuno dovrebbe morire. “Non esserci” sarebbe il giusto compromesso. Poi penso a quanto schifo faccio io ad un piccione.
Non so da dove mi venga questo torpore-stupore. Mi stupisco della vita, come se fossi nuova di qui e, ad un tempo, sento tutto il torpore di chi vive da troppo. E la rassegnazione, talvolta.
Le peggiori disgrazie, le situazioni più misere, a volte, sembra non mi sfiorino. I fatti più lacrimevoli, spesso, mi raggelano; mi sorprendo in un cinismo insospettabile, se rapportato al senso pungente di sconforto e alla commozione immotivata che, altre volte, invece, mi nascono anche solo da un annuncio letto su un giornale locale. Anche solo da un concerto. Un concerto di Fiorella Mannoia.   La signora della musica italiana.
Perché, trenta volte che l’ ho vista quest’ anima da donna che sbuffa, si divincola ed esplode, metamorfosata in “faccia che sorride” ed ecco che mi ghigna un cantare, di nuovo, ogni volta come “nuovamente”.
Sotto il palco sono un nervo teso. Peso d’ allegria, strappata all’eccezione che è -che dovrebbe essere- un concerto. Ma mi getta la sua voce come un osso. E le luci sono un calcio ai miei occhi di casa, di bianchi libri. Occhi secchi.
Resto ad ascoltare. E dovrei essere sconfitta, consumata e sconvolta da certe asperità tangibili della mia vita fin qui e invece sono un sasso e sono intatta. Ma la sua voce –“quella” voce(!)- che è un qualcosa di lontano, neutrale come la Svizzera al proseguire della mia esistenza, mi disintegra. Quella voce che potrebbe fare a meno di me, della mia vita, mi sveglia alle cose. E’ una morte di mosca. Ed è proprio allora che mi sento impotente. E non “sempre” davanti a certe tristi mie cose, ma “in quel momento”, dietro a quella voce che è potenza.
Mi commuove il silenzio, la comprensione muta che vorrebbe “toccare”, per spiegare. Perché, allora, vorrei solo che la sua voce fosse fango. Per sentirla con le mani.
Mi stupisco della vita, come se fossi nuova di qui…
E’ una voce “da ricoprir di fiori e di insulti”. Avrei voglia di disperarmi, tacitamente, quando si abbassa, quando scava, in ginocchio, fra le righe e ne sgorgano parole, come un volo da sempre, senza un decollo, senza atterraggio.
Rimango profondamente turbata dal silenzio delle belle cose, dal silenzio di un concerto. E il più piccolo atto di quella voce viva può darmi un sobbalzo, un singhiozzo al cuore, freddo –solitamente- e incapace.
La folla, che respira intorno, è silenzio e potrebbe gridare, tanto resterebbe silenzio comunque; ogni cosa, sopra e sotto di noi, è silenzio e lo sarebbe anche se avesse parole.
Lo stesso concerto, stessa transenna sudata… Ogni volta, se non fosse eccessivo, potrei piangere un po’ per le canzoni che ho ad invecchiarmi i timpani e non piango mai per le cose che non ho a ringiovanirmi il cuore.
Vorrei vendicare tutte le mosche uccise e i sassi dei bambini in fondo ai laghi. Vorrei fare qualcosa. Qualcosa per me, per salvarmi… Perché mi sento ferita, in mezzo alla gente dei concerti e… “siamo noi – bella ciao- che partiamo”, mi sento ferita. E non si possono uccidere le mosche senza soffrirne.
Resta! Come 3 secondi di veleno. Con la tua voce d’ ombra che mi commuove più di una madre, più di certe tristi cose e gli occhi taglienti, un pugnale di “nonsochecosa” , di verdazzurra malinconia, con i gesti duri, di donna dura, così dura che potresti piangere, insieme a me, davanti al giovane grillo che ora mi guarda e trema.
testo pubblicato in allegato al Mucchio Selvaggio di luglio/agosto con sottotilo: La MIA Fiorella Mannoia. Bea si dissocia da questa scelta. Resti il fatto che Fiorella Mannoia, pur non essendo SUA (di Bea), rimane la migliore interprete italiana.  

MA IL TRENO

Cohaerentia.

Pensiero lesso sulla coerenza dell'artista

L’arte dovrebbe bastare. L’arte basta a se stessa. L’arte. Esplosione. Se non fosse arte e basta, sarebbe niente. L’arte è un lampo di schioppo. Colpo di genio. E’ troppo “se stessa”, per pretenderla infinita, per attenderla fuori da sé, altro da sé.  E’ fatta di fulmine e di schiaffo. Ha natura improvvisa, trilla in un botto. L’arte è infarto. Dovrebbe bastare. Basta che sia. L’arte sa di pubblico. Privato? Ché se canto in questa doccia deserta una bella canzone d’amore, io sogno con me,
ma arte non è.
E’ un’altra cosa. La musica, ad esempio, entra in contraddizione con la vita ogni volta che giro una chiave, che rompo un bicchiere. La musica non entra mai in contraddizione con se stessa.  L’artista è un artista fino a quando fa arte.
Io ho visto l’arte nell’anima di muffa di un limone. Il limone non è sempre arte.
Però
Io non posso dirlo, non posso dire di non avere dischiuso le labbra ad un semi-sospiro di sgomento, sbigottito gli occhi in una mia tristezza. Perché io voglio siano rose di legno e di giardino, queste “belle” rose. Principio ed atto. Regola e comportamento. Conformità di profumo e colore. Siano rose al midollo, queste “vere” rose. Siano più che belle. Le rose. Tra una detta-rosa e una rosa-qui per me, rosa-al-tatto; tra un passo sul posto e una corsa verso due braccia, c’è la distanza verticale, incolmabile distendersi, amore incompiuto delle attese. La Differenza. O la Coerenza.
Cohaerentia, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. CO-HAE-REN-TIA: la punta della penna compie un breve viaggio di cinque centimetri per andare a bussare quindici volte contro il foglio. CO. HAE. REN. TIA.
Eri  Coerenza, null’altro che Coerenza, al mattino, nella tua statura di un metro e sessantasette, diritta, per la tua diritta strada. Eri Coerenza, sulle pagine dei dizionari. Coerenza nelle mie braccia… Io ti odio. Io ti amo.
Incoerenza:
Io non ti amo, quando “sei” me. Perché, se ti sento, mi pesa amarti. Pesi di presenza. Io ti amo quando “non sei” gli altri. E’ allora che sento di volerti. E a pesarmi è la tua assenza. Io non ti devo niente. Tu non mi devi niente. E’ difficile la vita con te. La vita senza te. Fuggi l’arte e l’ironia,
Cohaerentia mia.
Detto-Fatto io vorrei. Io vorrei che questa musica di parole abbracciasse le mie scarpe e le ginocchia.
Io me lo aspetto che sappia di cuore quest’arte. Ma sa solo d’arte. L’arte è incoerente con le cose. Per natura. Non è meno artista l’artista che non è "sempre"-artista. Sarebbe Dio. Sempre Dio. Perché la natura della carezza è natura circoscritta. L’amiamo perché si allontana. Così è “carezza” e non un  “toccare”. L’arte è un pubblico infarto. Potrebbe bastare.
Ma il treno
dei desideri,
nei miei pensieri,
all’incontrario... All'incontrario
va.

...

 

 

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conto: musica, riflessioni, il mio vecchio blog parolefritte

MINORENNE MOLTO

Parole fritte su Ivano Fossati









"Bella, non ho mica vent' anni... Ne ho molti di meno." Che simpatico Ivano!



Ma lo sai, Ivano, che sei simpatico? Ed io che volevo innamorarmi con le unghie, arrampicarmi sui muri, gettarmi al suolo con un triplo salto mortale carpiato con doppio avvitamento! Avevo bisogno di una canzone tragica! Una -come me- perennemente sospesa tra la tagliatella e la fenomenologia dello spirito, tra la crostata con le prugne e l' INFINITO di Leopardi, quando ascolta certe canzoni, vorrebbe -se permetti- sgretolarsi nel pianto, soffrire esageratamente, toccare il fondo del lutto. Ma ti sembra il momento di lasciare l'amaro in bocca, ironizzare?! Quella era una canzone che doveva indurmi, se non proprio al suicidio, ALMENO a bruciare la pizza nel forno, a disinteressarmi del mondo esterno! Doveva spingermi all'alienazione, mettermi in conflitto con la società! Ivano, è come se tu avessi accoltellato qualcuno, ridendo... E' come se io ti avessi visto accoltellare qualcuno! E' normale che io rimanga turbata (pensa che quando devo uccidere una zanzara, l'addormento prima, perché ho paura che soffra... ), però comunque non hai accoltellato ME! Mi hai traumatizzata senza finirmi. POI. Come se non bastasse, come posso rimediare al "riso"? Una si protegge tendenzialmente dall' infelicità, ma come si fa a dire "Non ho mica vent' anni, ne ho molti di meno"? e sentirsi in pace con la coscienza verso il tuo pubblico o comunque verso di me?! Mi hai abbandonata alla paresi, perché non è che faccia proprio ridere da farsela sotto, ma... Sei simpatico, Ivano! Anzi, voglio chiamarti "FOSSA", come il formaggio...



Bella, non ho mica vent' anni, ne ho molti di meno"...



L'ascolto in continuazione e poi, che è peggio, la faccio sentire a tutti quelli che si presentano a casa mia per un buon piatto di gnocchi al gorgonzola. La spaccio per una barzelletta. Non ride mai nessuno, al massimo fingono di sorridere, per assecondarmi, alcuni se ne vanno senza mangiare... Sono ossessionata... La uso anche per fare dediche speciali, per esempio, ad una mia amica di 40 anni: "Bella, non hai mica 40 anni, ne dimostri di più"; ad un mio amico 37nne : "Brutto, non hai mica trent' anni... e si vede".



Non dovevi, Ivans! Io ho bisogno di canzoni palesemente drammatiche, tipo: "sto morendo, tu sei scappata con uno che poi è morto anche lui, perché tanto un giorno morirai anche tu..." ; "bella, magari arrivarci a vent' anni!". E invece niente! Non so se ridere o se piangere, proprio come uno di quegli "amori veri" che non trovano parole... E' così che fai innamorare le donne... eh?! Peccato, Fossa, tu abbia meno di 20 anni, c'è la galera per noi maggiorenni...












Fossa








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MEDITAZIONI TOSSITE

Meditazioni musicali tossite tra i tornanti


Sarà che uno, a vent’anni, crede di essere invulnerabile… Poi ti viene la bronchite asmatica allergica e ci rimani male.



Scendi nelle piazze a predicare l’importanza della salute e inizi a ragionare come una novantenne con tre infarti e un ictus alle spalle.

In macchina, mi metto a pensare a quante sigarette ho fumato durante la giornata, perché, a 20 anni (22…), con la bronchite si può fumare –pensi- tanto poi ti attacchi al cortisone! L’importante è che non ci sia tosse! Credere nella legge causa-effetto! Se non c’è  effetto, non c’è causa.

Tornando a casa, proprio mentre sto raggiungendo l’apice del “meditare”, proprio mentre sento che mi sto avventurando lungo “l’oceano procelloso della metafisica” e già intravedo la LUCE, per radio si sente la voce di Cesare Cremonini.

-7 colpi di tosse-

Poi mi dico: POSSIBILE abbia detto “marmellata”, “l’ ho trovata” ? Mah! Strano…

E’ normale che una che ha visto in faccia la bronchite asmatica allergica rimanga impressionata da certe profondità…

E io –penso- ho scritto undici canzoni, considerate “ermetiche” (per questo ho poi aperto la BEA & ERMES S.R.L.), undici fogli che finiranno sotto un qualche anfibio a nettarlo, con gli angoli, da una merdiciattola di alano pestata allegramente!

Un giorno, tornando a casa, sentirò per radio “ Vado a fare la pipì, a me mi piace così. Lo chiedo a te cos’è un bidet!”. E ci saranno miriadi di ragazzini commossi, nasceranno amori, si faranno dediche…

Poi penso che certo se trasmettessero Paolo Conte, la gente capirebbe. O si aboliscono i 13 anni o si insegna cos’è Bene e cos’è Male! E’ chiaro che nessuno ha la verità in tasca, ma… Vorrei che qualcuno mi insegnasse la correttezza intellettuale.

E se –panico- ad un qualche cantautore piacesse il salame milanese?!

Penso ad un autore coprofago… “Mi hai nascosto il barattolo per l’esame delle feci che mi piacciono tanto. L’ ho trovato!” Fantastico.

Torno a casa perché a noi, che abbiamo la bronchite asmatica allergica, non resta che “tornare”.

La radio trasmette canzoni in inglese e, come al solito, penso che sarebbe bello capirci qualcosa, ma una che, invece di dire PIPOL, dice Péo-ple e pensa ad una qualche divinità, non ha molte speranze. E allora torno ai miei pensieri italiani e mi dico che in fondo l’ignoranza non è poi così male. A cosa serve sapere le lingue se poi, per sopravvivere, devi farti lobotomizzare?!

Ma poi mi viene quasi un buon dubbio… Certo che se la marmellata fosse di fichi, la canzone potrebbe piacermi… Si creerebbe una sorta di empatia, almeno! D’estate faccio i fichi caramellati con i fichi del mio albero, potrei farci una canzone… Oppure potrei scrivere qualcosa sul ragù…

Torno a casa. Noi con la bronchite  asmatica allergica sfrecciamo, di notte, in mezzo alla campagna, prendiamo tutte le buche che ci sono sull’asfalto e, all’occorrenza, anche quelle oltre la banchina… E mentre stiamo finendo dentro una voragine, ci aggrappiamo al volante e stringiamo i denti, socchiudiamo gli occhi, incassiamo il colpo, con una smorfia da “ Oddio che rumore” e andiamo avanti, nel buio, come nulla fosse.

E ascoltiamo la radio. Musica.

Mettiamo abbaglianti. Togliamo abbaglianti. Mettiamo abbaglianti. Teniamo. Togliamo abbaglianti.

A volte, alziamo gli occhi alla luna e ci viene da dire “Cazzo guardi?!” ma soprattutto “Cazzo ridi ?!”, perché noi con la bronchite asmatica siamo nervosetti. Ma poi, per radio, trasmettono Renga e un po’ ci tranquillizziamo. Certe canzoni sono furbe, basta mettere una musichina con crescendi e “scendendi”   e il mondo sembra più blu. Non fosse altro  che Renga, ad ogni parola cantata, sembra che vomiti o che sollevi un comò.

E poi resto triste comunque. Con le mie canzoni in testa e le mie finte superstizioni salvifiche… Se un gatto tigrato attraverserà la strada da destra a sinistra, non morirò tra breve. E potrei essere immortale, se non fosse per questa bronchite allergica  e per le canzoni che ho in testa, che mi danno un lungo passato,   solo perché so ricordarle. Ma soprattutto- forse- un futuro breve. Maledetti tutti!


Socrate, Catone, Gesù Cristo, BEATRICE… Noi, giusti perseguitati, cantiamo da soli, in silenzio tra noi e noi, mentre torniamo a casa.

Ho paura di morire. La musica non serve che ad accompagnarmi in una casa che è come se non ci fosse, perché sento che, alla fine, non sto andando da nessuna parte e -quel che è peggio (o forse no)- ci sto andando da sola. E ci rido sopra e ci guido sopra.

Sono disperata. Potrei divorarmi come una tragedia. Sono talmente disperata che mi viene da ridere e fermerei la macchina. Scenderei per urlare “CAZZO” alle colline e oltre.

Ecco che trasmettono Gigi d’Alessio (A bailar… a bailar)e noi, che abbiamo la bronchite da un mese, non sappiamo più aspettare, non abbiamo pazienza. Cambiamo stazione. Radio Maria è una certezza. Come la morte. La si potrebbe ascoltare anche 300 metri sotto terra, il segnale arriverebbe. Riuscirebbe a trovarti anche sepolto dalla sabbia sui fondali del Pacifico. Sarebbe bello pregare e basta.Tornare a casa accompagnata da Assunta di Salerno che vuole fare un voto per sua cognata.

Arrivare a casa. Scendere dalla macchina. Rimanere lì, sulla soglia, ad aspettare una canzone,

una canzone qualunque che mi porti via.




ckoffffff ckoffffff





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MEMORANDUM

Pensiero molto lesso

<<Gran bella malattia, signora! Davvero, gran bella malattia! Prenda 2 compresse di Zoloft al mattino e dòmini quella fastidiosa depressione, perché, se poi ci pensa, per cosa dovrebbe essere depressa?! Le viene in mente niente?!>>.

<<...>> Una volta sei stata persino campionessa italiana di tennis, si può dire che tu e la dea VITTORIA siate una cosa sola, ma un semplice spicchio d' arancia, per te, è oggetto trascendentale, essenza pura, gnoseologicamente inarrivabile... "Che sapore avrà?" dirai. Sei sempre stata allergica. Meno male, così, mentre torniamo a casa e passiamo davanti al fruttivendolo sulla strada,non c'è bisogno che anche tu, frugando col naso tra le reti, senta il retrogusto in bocca di un frutto, che, se fosse per te, potrebbe chiamarsi anche "banana". Ieri ho camminato per un'ora, avevo paura venisse a piovere, anche se, a dire la verità, la paura è una cosa un po' diversa dal sentirsi "senza ombrello", ma diciamo che ho avuto "paura", tanto per , tra di noi... Così ho fatto le stradine di casa nostra (quella vecchia), sotto ai portici, in silenzio e in modo molto composto, come dentro ad una chiesa. Ho incontrato Rosalberta, tua cognata, mi ha chiesto perché non ti fai mai viva e me lo chiedo anch' io (anche se io e te ci vediamo tutti i giorni). Le ho detto di chiamarti, perché ti fa piacere e non è una bugia vera, se ci pensi, è piuttosto un'omissione. Dovevo dirle che ti farebbe piacere anche uno scherzo telefonico di un maniaco?! Non potevo, la verità deve avere dei limiti, prendi le tue verità: altro che filosofia del limite! Se Kant fosse la faccia di una medaglia, tu sicuramente saresti l'altra! Chi ha detto che non si debba avere freni razionali?! A che serve sapere, meditare, ricordare? Comunque, per quanto riguarda il telefono, bisogna dire che ti accontenti, basta che non si tratti di sondaggi, perché ti agitano! Una volta ti hanno chiesto se avevi figli: ma che domande sono?! ---- Ti siedi e resti seduta. Il mio è un mutismo distratto, sbuccio patate, con disinvoltura e arte così come si inventano, tra sé e sé, nuove possibilità per un qualche supposto amore. Il tuo è mutismo non trattato, mutismo biologico, resti seduta e guardi, come se non guardassi, ma spesso rimani sorpresa, da qualcosa... Tabula rasa! Come hai fatto a dimenticarti tutto? <<La signora ha avuto parenti con Alzheimer?!>>- << No, dottore, credo di no... E' un'esclusiva sua, se l'è inventato da sola, senza aiuto!>>-<< Tutto da sola, signora? Complimenti!>>.Tutto ti sei dimenticata, non sai che differenza ci sia tra una fogna del viale e un bicchiere di cristallo. Rimani seduta e guardi, muta perché nessuno ti ha chiesto niente e tu non hai domande da fare. Hai dimenticato tutto, anche che non ti piacciono le rape. <<Nonna, puoi cantare da un'altra parte? Sono al telefono con Rosalberta, tua cognata...>> . <<Ma dove vai bellezza in bicicletta, così di fretta pedalando con ardor...>>

LA MAMMA

La mamma... Quando si è bambine, credo che la mamma più brava sia quella che riesce a tirarti i capelli nel modo più doloroso possibile quando ti fa la coda. E' una questione di principio! Mi ricordo che, da piccola, mia madre mi faceva i codini, li portavo per un giorno intero e non si poteva nemmeno chiudere gli occhi per piangere (stile "arancia meccanica"). Avevo un'espressione perennemente sorpresa, grazie alla tensione che, partendo dalla cute, coinvolgeva tutta la faccia. Quando arrivava il momento di sciogliere il martirio, sentivo la mia fronte aggrottarsi e una lacrima di sollievo distendermi la faccia, nonché i glutei. Perché una madre, anche se non riesce ad aprire i barattoli delle marmellate e usa di tutto(cucchiai, coltelli, ramine, tubi idraulici, lenzuola antiscivolo, muri e pavimenti), è forte più di un uomo, quando ci si mette, soprattutto se deve pettinarti. Beh almeno non sarà mai più forte di alcuni barattoli... Mia madre aveva anche poteri speciali... Una volta, quando ero già più grandina, in seguito ad una "conferenza" dal tema "ordine nelle camere, combattiamo i vestiti sparsi e aiutiamo le scrivanie a farsi vedere e a risalire le montagne immense di libri ammucchiati", mentre mi "ritiravo nei miei appartamenti", mi è scappato un impercettibile, appena sussurrato "vaffanculo" ... Da dietro la porta, tesissima, ho iniziato a sentire i talloni di mia madre sul legno... i passi avvicinarsi sempre di più...e infine LEI: MIA MADRE: <<COSA HAI DETTO????!!!!>>... E io: << Niente.>>. Perché una madre ha un udito veramente sorprendente e un figlio deve ricordarselo oppure mentire. Mia madre era anche un po' sadica... Quando cadevo sulla ghiaia e lei mi aveva messo i collant che, ovviamente, si rompevano, andava subito a prendere l' alcool e mi dava fuoco alle ginocchia; sono sicura che se non fosse stato poco etico, avrebbe preso anche un accendino (ma una madre sa anche accontentarsi...). Così, magari, potevo lanciarmi con la bicicletta dall'ultimo piano di un grattacielo, gettarmi in un vortice di fuoco, con una tuta di nylon, l'importante, per me, era che mia madre non venisse a saperlo... Oggi se mi taglio con la carta, mi viene voglia di farmi mettere i punti... La mia soglia di sopportazione del dolore si è notevolmente abbassata... Eppure, mamma, ce l'hai messa tutta...

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conto: racconti, il mio vecchio blog parolefritte

MAGGIO

Pensiero lessissimo sulla musica


Ho perso le parole in maggio. Nel maggio del 1997. C’era odore di refettorio, a pensarci adesso. Un odore rancido e teso, come una nebbia gialla; odore di pastelli, di inchiostro, di legno.
E di refettorio, appunto.
Non credo ci sia  dolore più grande di quel dolore. Di quel dolore mio, in quel maggio. Ho perso le parole, nel ‘97 . E non piango e non mi innamoro più. A tredici anni e otto mesi ero speciale, nonostante tutto. Avevo già conosciuto un grande male, ma ero ancora distratta da qualche sogno, da qualche amore, per ricordarmene con coscienza, per soffrirne debitamente.  Mi smarrivo nelle cose. Seguivo un pensiero, lo scioglievo come un nodo e  lo allungavo e tiravo e strappavo, finché non sentivo che in quel lavorare, in quell’ affannarmi, c’ero io; finché non sentivo che, alla fine -alla fine di tutto- sapevo respirare e camminare. Proprio “io”. “Sono qui” mi dicevo. “Vivo”. Ma non era un “Vivo” brancolante e piatto, era un “Vivo” rotondo e ruggente, impellente, ruvido. Incontenibile.. Un “vivo” folgorante e quasi- credo- quasi felice. All’epoca, amavo un verso di una canzone, un verso che parlava di squame, “squame rosse di bestemmie e vino negro”…   Mi piaceva, per partito preso. E lo recitavo ovunque, assieme agli altri versi,  assieme all’intera canzone, marcando, con la voce, “ROSSE di BESTEMMIE” e grattando, rabbiosamente, con la gola, su “vino negro”. Trovavo che quel verso avesse la giusta “erre” per eleggersi a simbolo del mio ruggire di volontà e aspirazioni, poi “bestemmie” era -ed è- una parola bellissima, per me. Perché è morbida e dura, ad un tempo. Molleggiante e severa. Come quando ci si mette d’impegno ad amare, come quando ci si mette ad amare fermamente.  Io ce l’avevo. L’amore. Per le cose. Ero languidamente -ed ingenuamente- una “piccola  bestemmia”.  
Per essere speciali, basta saper entrare nelle cose. Farsi sedia, polsi, aeroplano. Farsi rabbia o farsi ispirazione. Avere volontà. Avere possibilità. Non avere paura. Correre. Abbracciare. Avere parole.
A quattordici anni e quattro mesi, ho chiuso gli occhi.
Io ho perso le parole.  Posso parlare, per secoli e forte.  Ma, in realtà, mi sono lasciata, da qualche parte, in silenzio, come in un sonno irriducibile. E mi aspetto ancora. Ma non con impazienza, perché capita, ogni tanto, che io mi intraveda e che ne rimanga stupita. Come se mi fossi dimenticata di me e qualcuno me lo avesse fatto notare.
La musica mi stana. Una parola. Un mi bemolle. La lettera “e”. Riduce la distanza tra me e Maggio.
L’arte è cacciatrice d’anime. Ognuno di noi ha un qualche Maggio da dove osservarsi vivere, con distacco non cercato. Il proprio maggio incatenante  Ognuno di noi si è un po’ smarrito, si è lasciato indietro.
Sorprendersi della bellezza è ritrovarsi. E’ abbracciarsi. O almeno “credo”. Dal mio niente.
Mi sono abbracciata sulle note di un pianista, su di un “crescendo”, una volta che non “cresceva”, in me, un moto di tristezza. Che non “cresceva”, non raggiungeva l’apice e il frantumarsi e il disperdersi, l’ abbandonarmi.
Mi sono abbracciata su di un “Padre Eterno da così lontano” che guarda questo inferno e benedice, perché ho creduto, qualche volta, in  passato, ed ero lì, quando non ho creduto più.
Mi sono sorrisa al vibrare di una nota, che tendeva due antenne acute verso le mie braccia. Ho aperto le braccia. 
Mi sono incontrata  su parole ben accordate, che non erano “speranza” ma ne avevano un colore, un accento, quando desideravo con le unghie e volevo–diotiprego-volevo fortemente.
L’arte parla per noi che non abbiamo parole. Persuade ad incontrarsi.  
 
Credo che la musica accompagni le anime tristi.
La mia canzone, ha parole e musica e un odore che mi chiamano. Riemergo. E’ respirare ancora, per un attimo. Ancora una volta. Avere un cuore. Il cuore mi bestemmia. Mi bestemmia ancora di “vino negro”. Per un istante.
Mi basta un “accappatoio azzurro”, un mi bemolle… “Ecco dov’ero!” mi dico. E mi sorrido. Sorrido all’idea di essere ancora viva, nonostante tutto. Nonostante maggio.

L'AUTOLAVAGGIO

Allora, oggi sono andata a lavare la macchina... Non la lavavo da quando mi aveva cagato sul vetro un piccolo esemplare di piccione neonato, ora vecchissimo piccione stitico. Son partita da casa che non avevo intenzione di lavarla, ma poi, a metà strada, vedendo le ragnatele sul conta km con relativo ragno, una cascata di sterco verde colante sul finestrino e mezzo etto di cenere sparsa sulle pedanine, come illuminata d'improvviso, mi son detta che magari era il caso di darle una ripulita. Determinante però, devo ammettere, è stata la targa invisibile.  Altrimenti, per un altro mesetto, l'avrei tenuta così. La mia targa era diventata una lunga striscia nera e basta. Non si capiva neanche se c'era la targa vecchia o quella nuova. Vabbe'. Allora. Decido di andare in un posto che mi dà un sacco di soddisfazione, perché lì la macchina te la lavi tu, dandoti poi modo di acquistare tantissimi punti ai tuoi stessi occhi, e poi spendi niente. Arrivo, vado a tramutare 2 euro e cinquanta in 5 gettoni e inizio. Ovviamente, essendo ignara della piega che avrebbe poi preso la mia giornata tra le due e le tre del pomeriggio, al momento della vestizione,  stamattina, mi ero conciata tipo Madonna di San Luca... Infilo la moneta,  spingo il bottone PRELAVAGGIO, afferro la pistola e inizio a muovermi intorno a Rachele (si chiama così! Smarta Rachele, detta IL CASSONETTO, per via delle dimensioni ... e anche un po' della forma ). La cospargo di non so che cosa, poi mi si spegne l' "ambardan" e infilo il secondo gettone. Spingo il secondo bottone. Ora, c'è da dire che il secondo bottone riporta la scritta bella in grande SOLO SPAZZOLA CON SAPONE. Io chissà quale metafora credevo di scrorgere in siffatta indicazione, perdo metà del tempo a capire che cavolo di strumento devo prendere... Una volta trovata questa SOLO SPAZZOLA CON SAPONE, cerco di farla spruzzare, ma non succede niente (nel mio immaginario avrebbe dovuto esserci un getto di acqua potentissima con spazzola rotante e sapone invisibile che legge nel pensiero e ti fa i tarocchi)... Un cazzo. Mi metto a guardare 'sto robo e per guardarlo lo sollevo un po'. Inizia a colarmi un liquido lungo la manica del cappotto (cappotto da Madonna di San Luca con pelo e contro pelo). Da qui in poi mi agito. Si esaurisce il mio secondo gettone. Infilo il terzo. Spingo  LAVAGGIO AD ALTA PRESSIONE. Prendo la pistola, sparo e un getto potentissimo rimbalza sulla macchina, mi allontana. Mi faccio forza con le gambe. Cerco di resistere. Devo f"arla" tutta intorno, bene anche le ruote ché sono nere. Solo che poi ci si mette anche il vento e quando arrivo alla destra di Rachele, contro -corrente, l'acqua che le getto addosso mi torna indietro, come le maledizioni peggiori. Insomma mi smerdo completamente. Poi passa anche uno nel mio spazio e mi guarda. Mi vergogno tantissimo... Finisce anche il mio terzo gettone, ma Rebecca è lurida più di prima. Metto il quarto. Di nuovo LAVAGGIO AD ALTA PRESSIONE...VAI! Stessa storia. Ri-finisce il tempo. Problema: mi manca un gettone solo, non ho altre monete da cambiare e non mi pare il caso di farmi una carta da 50 euro  in gettoni per lavare la macchina( la prossima volta che la laverò, l'euro non ci sarà nemmeno più). Decido di interrompere così, per andare ad ASPIRAPOLVERARE l'interno... Sposto la macchina, intanto la manica di pelo mi si è congelata sul polso e inizio ad avere il famigerato reumatismo giovanile (quello che ti viene anche quando si bagnano i braccialettini di stoffa comprati dal Vu' cumpra'). Infilo l'ultimo gettone, inizio ad aspirare e mi accorgo che non riuscirerò mai a raggiungere il sedile del guidatore. Ho parcheggiato la macchina alla cazzo di cane ed è impossibile... Panico, perché io divento timida quando faccio le cazzate e c'è qualcuno che mi guarda. Simulo disinvoltura e padronanza della situazione, mentre quello accanto a me con la focus ha capito tutto della vita e disapprova la mia strategia di pulizia. MI sdraio sul sedile, infilo la testa dentro al freno a mano, gran casino, ma riesco solo a pulire la parte del passeggero... Scappo dall'autolavaggio. Mi vergogno troppo. Sento gli occhi della gente addosso, son tutti lì a pensare "NON HA LAVATO BENE LA MACCHINA-ACCHINA-ACCHINA...INA...NA...A". In un minuto sono già lontana. Poi, un raggio di sole e vedo... CAZZO! NON l'HO SCIACQUATA! CHE IDIOTA. Ci  sono le macchie di sapone dappertutto... MA VAFFANCULO.

IL CARDIOLOGO

E' da circa 8 mesi che credo di essere sul punto di morire. La cosiddetta (da me) "coscienza sporca da fumo", accompagnata ed alimentata da un po' di simpatica ipocondria da esaurita (quale io sono), su di me ha effetti devastanti. Le presunte probabili, nonché future, cause di decesso, nel mio cervello, si sono modificate, nel corso dei  mesi. All'inizio pensavo di avere un tum**e e mentre fumavo la ventesima sigaretta, visualizzavo, come un'apparizione, una gigantografia del mio polmone, e non lo vedevo benissimo. Poi, con il tempo, siccome mi pareva di respirare non malvagiamente, in fin dei conti... mi sono data al disturbo cardiaco. Una sera, facendo le scale, ho avuto il mio primo infarto. Ne ho avuti altri sei o sette quando ho scoperto che il primo non era un infarto ma un dolore intercostale... Poi, ho pensato ad una semplice angina. Mi sono traumatizzata da sola all'idea, sicuramente tuttavia meno drammatica, di avere un piccolo soffio al cuore. Anche quella di un generico disturbo valvolare, mi ha trasformata in una persona molto triste. Sì, perché, l'infarto era l'infarto e andava rispettato, però anche il fatto di essere così giovane e sapere (inventare) che per tutta la vita avrei dovuto tenermi un disturbo nel mio cuoricino FICHISSIMO, non mi aggradava. Ieri una mia amica esasperata dai miei continui infarti, mi ha prenotato la visita dal cardiologo. Oggi ci sono andata. Ho chiesto alla mia amica se poteva prendere qualche giorno di ferie, se si fosse scoperto che stavo morendo e lei mi ha detto che vedeva se aveva da fare o meno... Così sono andata, con lo spirito di quella che non arriva alla fine del mese. In sala d'attesa ero molto composta e guardavo la gente con una vena di malinconia. La gente guardava me e sicuramente pensava "poverina, così giovane... e, per giunta, così GNOCCA!!". E' arrivato il mio turno. Sono entrata e c'era un'infermiera che si chiama Graziana. Le ho detto che dovevo fare l'elettrocardiogramma e l'ecocardiogramma e che ero un po' preoccupata. Lei mia ha detto "stella, tesoro, sta' tranquilla! Sei piccolina quanti anni hai?".OTTANTA."Ne compio 23 fra qualche giorno...". "Stella!" mi ha detto lei. E sti cazzi. Mi ha fatto togliere il reggiseno e mi ha messo il gel fra le mie fantastiche tette private. Le ho chiesto se era colla vinilica e lei mi ha detto "No, è gel!". A Grazia', era una battuta! Sveglia! Vabbe'. MI ha chiesto se avevo le calze... No, le ho detto, ho i calzettoni. Fantastici calzettoni Burlington con losanga azzurri e blu. Mi ha riempita di fili e pinze e ventose... Fatto! Poi sono andata dal medico. Sono entrata e ho cominciato a spogliarmi un'altra volta, sono rimasta con la mia bellissima canottiera che lasciava trapelare tutto il "bendidio"(...) Allora, signorina, che problema ha? mi ha detto. Oh no! Scusi, ma così nuda mi vergogno a parlare... gli ho detto io. MI ha detto che allora prima mi faceva l'eco. Mi ha fatto mettere sul fianco, mi ha rimesso la colla vinilica, mi ha palpato un po' le tette -PORCO!- e poi ha iniziato a premermi sulle costole un robo tondo... Poi ho sentito un gran rumore tipo "SCHHHFFFUOOOK" e gli ho detto "NO!! HO UN SOFFIO!! LO SAPEVO!". Lui mi ha detto che facevo un rumore da libro, tanto era perfetto. EVVAI. Ha continuato a controllare, poi ci siamo fermati a chiacchierare e mi ha detto che io, dopo aver preso la laurea in filosofia, avrei dovuto fare Medicina... Gli ho spiegato che non so nemmeno dov'è il ginocchio e che se qualcuno dice "vena" mi viene da vomitare. Ma lui dice che sono portata... Mi ha chiesto se ho parenti cardiopatici. Gli ho detto che il nonno era cardiopatico e che ,difatti, è morto di infarto. "Che età aveva?" mi ha chiesto. "81"... "Vada tranquilla, signorina, lei ha un cuore perfetto, il suo cuore va benissimo, lo si potrebbe riportare sui libri come  esempio!". Grazie dottore, grazie! "Signorina, è stato un piacere!". "Anche per me, dottore, è bellissimo essere sani, lei non sa quanto sia contenta di  essere una persona sana, Arrivederci! Spero di vederla per piccoli e trascurabili disturbi!"... Sono uscita contenta. La gente nella sala d'attesa mi guardava e pensava "Ce l'ha fatta!".

 

MAGARI POI

Pensiero lesso sulla musica. E' giusto fare una distinzione tra musica vecchia e musica nuova? (domanda proposta dal sito  WRITEUP)

Magari, poi, devi finire un ragionamento, tra te e te, e allora ti viene voglia di dire “Stai zitta, un attimo?! Ho bisogno di sognare una cosa”. Perché se rispondi sempre “sì”, “no”, “infatti”, poi lo si capisce, a lungo andare, che stai pensando ad altro ed è meglio confessarlo fin da subito. Hai bisogno di un sacco di tempo per pensarci su. Per pensare alle cose. Mariele ti chiamava “testa/fra/le/nuvole”…
Quando avevi sette anni, un inverno, tua madre andò in India, con tuo padre.
Ti aveva lasciata con i nonni, in quei giorni. E una sera di quelle, eri arrivata a lezione di canto che ti eri vestita da sola. Mariele –tu eri entrata nello studio, senza cappotto- ti aveva guardata e ti aveva detto “Non hai freddo, vestita così?! Corri a metterti qualcosa!”… Ti eri messa una camicia a maniche corte, bianca e rossa. Era la tua preferita. Tu, con quella camicia, ti eri sentita bella. E così ti era venuta voglia di piangere, a dirti così. Come avevi fatto a non pensarci prima?! A tutto il freddo che c’era… Eri rimasta a progettare a lungo qualcosa da dire. Ma riuscivi a pensare solo “Ma scusa, non sono bella?!” .
Forse no .
È strano come si ricordino certe cose. Come sia facile inventarsi o scoprirsi spugna, all’occorrenza. E così la faccia di tua madre, quando tornava a casa, la sera, te la porti dietro, come a trascinarla. Tendevi le orecchie. Riconoscevi il rumore dei passi. I tacchi nervosi e forti che una donna bella, bella come è tua madre, deve avere, per farsi desiderare. Arrivava. Mamma! (Mamma…) Tu eri stata alla finestra ad aspettare. Avevi paura che ti morisse da qualche parte. Senza avvisare. Che non tornasse più. E ora ti sembra di pesare, ma, a pensarci, sei ancora carta bianca, un ramo spoglio.
 “Ti rapisco col cuore, in un niente, dal nulla, sai?! ti prendo, d’improvviso, perché mi va. Quanti anni ho, a prenderti così?!”
Hai cent’anni. Hai cent’anni e devi ancora nascere. Nel camminare, ti spiace ancora calpestare le formiche. Non hai imparato. Nelle coste di questo velluto o nella flanella di un pigiama, ti stupisci ancora. E se ti danno un cane che ti respiri accanto, vivo e basta, e che ti insegni, tu ti ricordi che sai ancora farti niente. Voi due… Insipidi. Esisti meno o forse di più, se ti impegni. Col cane. Bisogna smettere di pensare. È strano come per essere felici basti solo “essere felici”. Che età deve avere la musica per farti esistere? La tua. Quella tua e del cane. Ogni volta. Essere e basta. Banalmente. Il fiore. Le stelle. Il cuore. -Farfalla-.  L’amore… Banalmente. Di una canzone ti basta che si lasci amare. Se ha una ruga, appena sopra un “la”, l’amerai dell’amore dei figli. E sai farti madre. Hai quarantasette capelli bianchi.
La musica avrà una storia sua, si sarà creduta bella. Ma ti vive in faccia e basta. E tu a lei. Tanto che ora non sai più chi dei tre sia lo specchio.
Forse il cane.
Ogni cosa ti è nuova. Sei nuova anche tu. Non avete mai avuto sette anni, se vi si guarda. Tu e la Musica. Forse avete sempre avuto sette anni. Mariele aveva freddo quella volta che eri bella… Se c’è stata. Cosa importa?! Se vuoi, non sai di niente. Puoi anche non pensare, sai?! Ad oggi, ti amano in otto. Ti amano in faccia… Quanti anni hai? Forse nascerai solo domani, magari –per rispetto dei tempi- alle tre… che ne so?! perché “non avevo niente da fare”.