Che poi io avessi paura delle formiche da bambina e in casa facesse ridere la cosa, che poi succedesse questo, ecco che ora che ho una formica sulla scrivania me ne posso ricordare. La formica è rossa e cattiva, forse la paura c’è ancora.
Non voglio amare più, che non mi si chieda più di amare. Specie quando non me lo ha chiesto nessuno. Il mio cuore è dilaniato e vorrei che questa formica mi uccidesse. Ho chiesto a Giulia i barbiturici, ma dice che non li prescrivono più e lei non vuole prescrivermi il Valium in gocce perché non crede alla promessa che le ho fatto di prenderne una goccia solamente; ho chiesto la forza, ma ce l’ ho già; ho chiesto la velocità di pensiero di buttarmi nel vuoto. Basterebbe amare il giusto o magari fortemente, ma ricambiati e vivere.
Questo dolore –mi dico- non è niente, teniamocelo. Parlo con la formica nell’attesa che passi, non ad alta voce perché è folle, non piano perché è triste. Scrivo alla formica. Sono fissata con gli animali. Michela dice che dico sempre le stesse cose. Ma gli animali hanno una tenerezza che non mi basta guardarla. C’è troppo amore, per lasciarlo lì, imparlato.
E a questo punto che ho smesso di piangere, non ho più nulla da dire. Finito il dolore nel vivo, nelle sue quattordici righe di durata, trovassi la formica che chissà dov’è andata, saluterei e me ne andrei anch’io. Anzi ora me ne andrò. Potrei andarmene anch’io.