C’è una donna che ha gli occhi che sembra che pianga fra breve o da breve che abbia pianto e quando la guardo ha un dolore nel fondo che, fosse un lago, lo pescherei, lo pescherei. E l’ ho sognata più piccola e leggera e –sollevata con le braccia- non so di che cosa scherzavamo insieme, ma per un attimo ha riso. Questa donna ha i capelli rossi e ride poco e ci si snoda negli occhi. Due occhi belli e perduti.
C’è uno che mi conosce, che conosco; come un fratello potrei baciarlo sulle labbra e nessuno capirebbe, ma noi sì. Noi sì. E se ci dicessimo ti amo, nessuno saprebbe cos’è, eccetto noi. Noi non abbiamo paura di niente e siamo fratelli, io sua sorella e sappiamo essere pieni di baci.
C’è che ho visto l’eclissi e abbracciavo due spalle per sempre, eternamente, all’infinito, fra i fili e le mollette per stendere.
C’è un camion senza rimorchio, a me fa sorridere. Sono cose da poco. Mi ricorda un uomo con i capelli tagliati mali, tutto ritto e impettito che va . E non si volta mai, morbido, indietro.
C’è poi mio padre Andrea, come il passato, come quello che avrebbe dovuto essere e non sarà mai o non sarà più. Mio padre quella volta che l’ ho visto piangere, seduto, per un uomo che mi amava. E uno schiaffo da rimanere zitti per ore.
Mia madre non c’è.
C’è che ho dormito in un prato e non sono più tornata. E riconosco le magnolie e riconosco la forsizia. C’è la primavera un’altra volta e non sono pronta ad essere io di nuovo. Sono forse una macchina da guerra, una che passa. Pur ci sono anch’io e non devo, non devo più avere paura.
C’è che ho stretto una mano e -sfiorata la pelle- ho sospirato a lungo, inspirato il calore, aperto il cuore. Le orecchie tese a sentire il movimento, che non fosse solo il mio, che fosse tiepido e placato; pacato, vibrasse a lungo. Mi ha scosso il corpo, come un bacio improvviso che cade e si perde. L’odore della pelle più calda e una voce che canta, come la felicità. Come si potesse, noi due, essere felici. E nemmeno una carezza.
C’è Barbara che non so bene chi sia, ma ti parla e guarda come una che potrebbe capirti e stare al gioco, una di noi, del nostro cortile. Ci giocherei una volta a pallone, se tornassi bambina.
C’è che forse non sono niente per te ed è l’una passata. E’ così semplice la vita alla fine, così spoglia e ossuta, come un ramo o gli occhiali o grattarsi, l’amore, urlare. Come se ognuno -ma non tu- stesse sveglio alla sua notte; come se io alla mia.