
LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

MANETTEMia nonna dice che sono bella. Mi avrà scambiata per la nipote di un’altra.
Ho i capelli in disordine, il mio cuore scandisce l’eterogeneità degli eventi e impallidisce sulle guance, gonfia le palpebre. Non fuggo da lei, dalla malattia che le disperde parole e memoria per le stanze e sul divano, decido di deglutire altrove –non qui- il mio pianto. Fuggo dal dovuto saper che fare, dall’inerzia del solito. E non so più che fare di me, in cambio. Ma spero e provo.
Il mio cane è la mia allegria e ci accompagna fino alla soglia, come una cerniera fra le cose che da molto ho amato lì e le stesse cose che fra poco continuerò ad amare non so dove.
I passi dal portone alla mia stanza sono solenni, porto sulle spalle la noia dell’aspettarmi chissà per quanto e l’obbedienza alla vita e già penso a tutto il passato che potrò distillare da un atto così presente e senza ritorno.
Il trasloco da un posto vivo: come un amore che finisce e rimane da qualche parte a farsi ricordare incompiuto e provvisorio, indimenticato e infinito, tanto quanto l’andarsene, demolendo la casa, assomiglia al lutto, col dolore circoscritto che in esso punge, della fine.
La musica che dovrò ricordare, quando penserò ad oggi, non è nulla di più dell’ultima sopravissuta, per sei minuti ancora, alla bocca ordinata degli scatoloni. Come certe vite, vive, per via di un poco, di un acaro in più, di un colpo di tosse. La musica che suona ora è l’ultima fra le dita, prima di chiudere tutto. Casta diva.
E’ il mio addio alle cose, non voluto. Con il cacciavite a svitare e l’impressione premonitrice di non tornare più, il cuore rapito.
Passo le casse con i fili tra le mensole, lungo gli stipiti, la musica mi passa da una mano all’altra e si dispera e urla come se a fuggire fosse tutta la vita, senza di me.
Mia nonna è una piccola creatura della mia fuga. Non stessi fuggendo, sarebbero meno profonde le rughe e la deficienza del sorriso, meno affilata. Comprende solo musica e non me, che vado via e con questa speranza che soffia intorno, dalle note conosciute, mi fa piangere pensare che -morisse fra breve, mia nonna- oggi potrebbe essere l’ultima volta che non mi riconosce più.
Il mio cane mi guarda a lungo, mentre trovo un paio di manette in un cassetto e le metto via. Comincia a scodinzolare con tutta la gioia e l’amore che non so ancora, ma saprà bene la memoria. Fra otto mesi morirà, il mio amore di cane e scodinzola ora davanti alle manette con i suoi occhi canini.
Credeva fossero un guinzaglio.
La mia assenza: il ritorno alla vecchia casaPremessa: lo so che non avete lo sbattimento di leggere tutto, ha tutta la mia solidarietà chi riuscirà ad arrivare in fondo.
Ti ho aspettato qui, in questo grande parcheggio dove sono stata bambina, dove lo sono stata a metà, perché allora non era tutto un parcheggio, per metà ci si poteva pattinare. Da quella panchina là in fondo, vedi, sono caduta; ho perso l’equilibrio, mi hanno messo il ghiaccio e non ho versato una lacrima perché tutti mi stavano accanto ed era un grande incidente già di per sé, quello, non serviva coronarlo di un pianto. Qui, mia nonna compariva, come il sole, nella composta ricreazione della mia scuola privata; mi salutava un po’ distante com’era lei, ma a me bastava che fosse così elegante e perfetta, così piena di classe. E’ mia nonna.
Ci si scambiava taciti vanti. Lei aveva me, vestita di baschi e gonne scozzesi ed io lei, bellissima di abbronzatura e rughe e naso nuovo, che svernava a Nizza per tornare poi in questa piazza dov’ero io, con i regali più belli. Chiedevano tutti se non fosse mia madre.
Ti ho aspettato dietro al chiosco dei giornali. Non ho più voglia di incontrare nessuno, da quando non c’è più Antonietta, la mia amica ottantenne, fresca di parrucchiere. Si prendeva il caffé al nostro bar e piangevamo, negli ultimi incontri, di sua nipote bellissima. Si facevano feste insieme, nella nostra mezza infanzia da bambine pettinate in quel mezzo parcheggio, ma poi il padre aveva una pistola e l’anno scorso, nello studio pieno di carte e di nessun altro altre a lei, così bella ha aperto il cassetto e si è sentito un rumore. Non piangere, Antonietta.
Non sono io, è la mia distanza, la mancanza di me che ti spinge a cercarmi sempre e ancora. Tra di noi c’è l’infinito, c’è Antonietta e che tu non capiresti mai cosa ho nel cuore quando sono qui, in questa piazza dove ti ho aspettato. Vedo la finestra enorme di quella che era la mia stanza. Sotto il portico, mi pare che ci sia il fantasma del mio scooter a guardarmi, con il casco nella sella blu notte e l’ultima sigaretta, spenta col piede.
Sei arrivato.
Siamo saliti sulla tua macchina e siamo scivolati dentro un bar che piace a me. Abbiamo preso panini; ti ho portato in un parco a mangiare scalzi, sopra un plaid. Ti piace sederti con me in un parco, ti sembra di avere meno anni. L’ho compreso da un lampo che ti brillava negli occhi, ma non ho detto niente. Quando mi guardi sento di sembrarti giovane e piena di futuro come dovrebbe essere, e questo ti fa bene. E te lo regalo; ti regalo l’idea di me.
C’era caldo sull’erba ed io avevo fretta di tornarmene a casa, mentre spostavo le tue mani e ti allontanavo. Ho iniziato a snocciolare le cose che avrei dovuto fare una volta arrivata, per dissuaderti dall’accompagnarmi. Era il mio rosario di noie e preoccupazioni, perché tu mi lasciassi sola. Era importante, per me, vedere cos’era successo in questi mesi a casa mia. Tu non ci pensavi, ti preoccupavi di questi ricci indomabili.
Hai deciso di venire con me per starmi vicino.
Sono lontana però. Al semaforo, all’improvviso, hai cambiato strada. Non mi piacciono questi mutamenti improvvisi. Voglio sapere cosa sarà di me. Non mi serviva un caffé in un posto pieno di specchi. Te lo avrei fatto a casa mia.
Abbiamo ripreso la strada, l’ultima curva era la stessa di aprile. Ecco casa mia.
Abbiamo parcheggiato. Ho infilato la mano oltre il cancello per aprirlo e dal vialetto, come un fulmine, è arrivata lei, correndo di gioia immensa e di sovrumana disperazione: il mio cane. Mi sono inginocchiata su di lei e lei mi è saltata addosso e ha tossito di emozione fin quasi a non muoversi più. Io avevo le ginocchia sulle pietre del viale e accarezzavo con tutto il mio amore, con tutta la pietà che le chiedevo e il perdono, accarezzavo. E mi si strozzava il pianto. La mia bambina, il mio cane. Lei è il mio cane. Non ti ho abbandonata mia piccola creatura, perdonami se ti ho lasciata sola, darei tutto il mio amore alla tua innocenza di cane, le ho detto con le carezze per risanare le ferite.
Mi sono sollevata dopo molto poi ho continuato, lungo il sentiero, a camminare con il cuore in subbuglio, gli occhi vuoti di aghi di pino e gerani. Ecco le ortensie. Ecco sotto il portico un grande abbandono.
Ai lati del sentiero, le olle erano rotte, ma dentro alla prima c’erano tre rose selvatiche.
La porta era aperta. Sono entrata ed era lì. Seduta nel salone. “Ciao nonna”. Si è alzata: i capelli in disordine, la maglia verde acceso, i pantaloni chiari e stirati, le scarpe di papà. Timberland colorate. Che belle scarpe le ho detto per non piangere. Mi ha detto che ero bella, che trovava in forma me e i capelli, invece, pettinati. E dai suoi occhi ci siamo intese. Ho visto bene che lo sapeva che ero io quella del basco e della gonna scozzese. Si ricordava di me. Le ho dato un bacio con la guancia, le ho sfiorato la faccia, come distante.
Non le perdonerò mai di non riuscire a farsi perdonare, mai, da me.
Tu pensavi ad un sigaro che hai comprato quest’estate a Cuba, così ti ho lasciato in giardino come una palla sgonfia e me ne sono andata in camera mia, tra le mie cose, troppe cose. Oggetti, libri, fogli, musica ovunque.
Avevo troppe cose, così troppo perdo.
Mi sono seduta per terra, ho preso la tastiera e l’ho appoggiata sulle ginocchia, ho suonato Bach e sei arrivato ridendo, come un padre, di quella posa mia.
Sorridendo d’amore del fatto che tra tutte le cose da fare, avessi scelto proprio di sedermi per terra a suonare, con la tastiera sulle ginocchia. Ed è venuto da sorridere anche a me, per la vergogna di essere così insensata a volte. Così ho riempito qualche valigia e me ne sono andata al piano di sotto, per vedere cosa c’era di diverso, senza di me e la mia vita. Tutto. Poi quando sono risalita, c’era mia nonna davanti a tre cavalli dipinti a dirmi, come per la prima volta, con gli occhi accesi in un gran sorriso, che ero bella, di nuovo. Le ho detto “Grazie, non direi” e ho sorriso senza guardare.
Ho preso quattro stracci, li ho lavati io. Loredana non tinge più le mie cose di azzurro e stirare stiro io con le mani.
Sulla sedia c’era una giacca di velluto verde, mi hai chiesto da quanto tempo se ne stesse lì a sgualcire. Da quando me ne sono andata.
Poi si è fatto tardi, sul pesco c’erano ombre nuove e ho riposto i vestiti ancora umidi in una grande borsa. Andiamo, ti ho detto.
E mi hai seguito senza capire che si straccia il mio cuore a far così, a lungo andare. E ho avuto il sentore che le nostre distanze siano due tristezze differenti, tutto qui, e che tu non possa farci niente: non impareresti mai cosa ho nel cuore io. La mia tristezza, come l’amore non riamato, è una moneta che si perde oltre il tombino. La tua è che non ti amerò e che mi perdo così, che non ne ho avuto mai la pazienza.
Il mio cane, la mia ombra, mi ha guardata dalle sbarre a lungo, quando ce ne siamo andati.
C’è un’olla rotta in giardino, con tre rose selvatiche.
La mia assenza: MEMPHIS, MILANO, MACERATA, AGOSTO 2006A voi non piace quando scrivo le cose serie, ma per punirvi ve ne scriverò una lunghissima. Tie'. Voi passerete oltre fingendo che la Telecom vi abbia staccato la connessione o leggerete qualche parola qua e là, un po' all'inizio, un po' in mezzo. Vi conosco. Magari uno solo tra voi leggerà il testo per intero, lascerà un commento e gli altri spereranno di trovare nel commento stesso l'essenza di quello che ho scritto e invece niente. Qui di seguito, ve lo dico io, troverete un testo a sfondo FETICISTA. Un testo che parla di scarpe e che voglio dedicare a quella fanatica delle scarpe che è La Pimpra.
M. dice che le mie scarpe parlano, che le mie scarpe hanno gli occhi, hanno la bocca. Ogni tanto viene a casa mia, mi prende le scarpe e me le lava. Decine di paia di scarpe ad asciugare con la carta del giornale; io M. la adoro. Afferra la scarpa, toglie i lacci, prende il sapone da bucato e insapona, con una spazzola strofina, lei che è mezzo dirigente di una banca. Mi innervosisco, perché le dico che deve lasciare stare le mie cose, ma lei mi dice che altrimenti chi ci pensa a me?
Chi?
Ha delle mani bellissime, con le dita lunghe, con la pelle che non le daresti 20 anni e invece ne ha più di 40. M. è in America, dovevo viaggiare con lei, quest’estate, vedere gli Stati Uniti con lei, mica alzarmi alle 6 del mattino, e andare a lavorare con i capelli legati e le scarpe pulite. Chi l’avrebbe mai detto?! M. prima di partire mi ha chiesto se le scaricavo la musica sull’ iPod per il viaggio in aereo, ho sbuffato e le ho copiato 15 cd in virtù del fatto che tante volte lei mi ha lavato le scarpe. Per quando torna devo aver trovato l’incipit per un libro -mi ha scritto in un biglietto che ha lasciato sotto al computer. E allora chissà come si incavola quando torna. Avevo paura quando è partita, avevo paura le succedesse qualcosa e non vedo l’ora che torni perché ho ancora paura che le succeda qualcosa. Le dicevo “torni, eh?!” e piangevo, “torni, eh?!” e piangevo. Lo so che torna, ma quando la guardo mi commuovo a pensare che senza di lei nessuno mi laverebbe le scarpe e, triste come sono a volte io, che guardo giù, vedrei le scarpe piene di polvere e penserei a lei. Torna, eh?! E piango. Torna, eh?! E piango. I viaggi più belli li ho fatti con lei. Lei è l’emblema della mia selettività, l’ho scelta con una lanterna, tra milioni, lei è l’amica che vale un tesoro, è l’amica del momento del bisogno, è lei l’amica dei proverbi e dei luoghi comuni e li calza tutti e ad un tempo li supera ed esorbita, per perfezione. Non ha nulla a che fare con un luogo comune, poi. A volte mi viene da dirle “ma non sei contenta che ti voglio bene?”. Lei dice di sì, ma non capisce il senso. Il senso è che a volte penso che il mio bene sia prezioso solo per il fatto che non lo do a tutti. Magari è semplicemente che sono un po’ arida e non c’è nulla di prezioso nel mio bene, solo rarità e avarizia, fatto sta che se devo, con coscienza, dire a qualcuno “ti voglio bene”, lo dico per prima a lei che si commuove davanti alle mie scarpe. E io davanti alle sue. A quest’ora dovrei essere nella Valle della Morte con lei, in macchina ascolteremmo insieme Rosie Vela e faremmo venire a piovere. Ogni volta che abbiamo ascoltato, in viaggio, Rosie Vela o ne abbiamo semplicemente pronunciato il nome, ha iniziato a piovere. Se dico “Rosie Vela” ora, piove. È una nostra magia, dei nostri viaggi.
Chissà cosa ci faccio io qui, quando dovrei starmene in quei posti, come era chiaro, stabilito, progettato tempo fa. Il viaggio negli Stati Uniti con M. e R. e Giò, inevitabile: volere, potere. La vita era questa, andare là. Della vita non ci si può fidare, ti prende le scarpe e te le butta in un fosso o ti manda qualcuno a pestarti un piede. Quando M. mi lava le scarpe, secondo me, pensa a quante ne combino io, al cane che mi ha mangiato i lacci, alla morchia che non viene più via, come ho fatto a sporcarle proprio lì, se sono entrata con un piede dentro una marmitta. Pensa ai miei viaggi. Si diverte con le mie scarpe parlanti. Io invece mi commuovo se penso a come sono stanche e che ora mi stanno guardando, una dritta davanti a me, di punta, e l’altra a quattro metri, ribaltata in mezzo alla stanza. Mi commuovo a vederle inermi, tanto più che M. è negli Stati Uniti con le sue scarpe comode e le mancherà non avere me che le racconto le cose. La penultima volta che le ho portate, la volta prima di oggi, stavo andando ad un concerto, proprio con lei.
In autostrada, verso Milano, Elisabetta guidava ed io, appoggiata al finestrino con la testa, sollevavo le gambe, di tanto in tanto, perché non volevo dirle che l'aria mi congelava i polpacci. Di fianco a me, M. sollevava le gambe anche lei, ogni tanto.
E già allora pensavo… Guardavo il nostro viaggio, come siamo ridicoli sulle automobili, a lasciarci trasportare da una scatola; ridicoli a guardarci, ciascuno rinchiuso nel suo "da fare". Ed io ero rinchiusa nel mio, a pensare che Elisabetta aveva fatto male a portare con noi, adulte, sua nipote, che aveva la mia età, meno adulta, e che quindi ci si aspettava che le parlassi io, per via degli anni, che la intrattenessi. Non avevo voglia e mi ero scusata se chiudevo gli occhi un attimo per dormire, ma ero tanto stanca che era meglio così. Ma non dormivo, pensavo ad occhi chiusi. A M. che di lì a poco sarebbe partita per l’America, senza di me, che avrebbe fatto lei il mio viaggio. O, meglio, che lo avrebbe fatto lei anche per me. E pensavo a quel breve viaggio che stavamo consumando allora, dovuto alla Musica, alla storia, all'evento, a quel viaggio che si faceva noi quattro a Milano per i Rolling Stones in concerto. Un pezzo della nostra vita, in parte, parzialmente un pezzo del nostro viaggio, quello vero. E mi dicevo: fra due ore, che evento vederli così vecchi anche loro, così vivi, così pieni di rughe, così nostri, con M. che "me li ha insegnati" col fatto che sono parte di un percorso solo suo, col fatto che mi anticipa, nel viaggio, di 20 anni. Ma pensavo: è roba nostra. E lo sappiamo tutti o quasi chi sono e dietro ai nostri occhi, sotto alle mie scarpe e ai capelli di M., c'è una traccia di Rolling Stones anche se non ci pensiamo, anche se ognuno ci ha il suo viaggio per i fatti suoi.
Arrivate a San Siro, San Siro era grande tanto che avrei potuto portare tutte quante le mie scarpe, sedermi con i miei pensieri, camminare lungo il perimetro, impolverarmi nell’attesa fino alle caviglie. M. mi ha comprato dei calzettini come piacciono a me, con le righe colorate, mi ha riempito i cassetti curva su di sé e, curva su di sé, mi ha svuotato una valigia quando volevo andarmene e non tornare più. Chissà se si ricorda. Chissà se si ricorda che poi erano arrivati anche loro, i ROLLING STONES ed eravamo tutti lì, a "viaggiarci insieme, a viaggiarci insieme ciecamente" (avrebbe detto Suzanne a tutte e due).
Eravamo piccole là dentro, con quelle luci laggiù, con quell'urlare e ballare e quell'ansia di muoversi e di sputare l'anima. La musica è come il ricordo, qualche volta, di qualcosa che non c'è mai stato. Come a Milano, che eravamo tutti lì, coi Rolling Stones, a ricordare niente. Eravamo tutti insieme senza saperlo: i Rolling Stones erano stati, da qualche parte, nello spazio-tempo assoluti, roba di tutti, il viaggio di tutti.
O come l’America, che c’è M. laggiù e quello che avrei dovuto essere io e che non sono… Forse sono insieme a lei adesso, nel nostro viaggio, e lei non lo sa che io non sono rimasta tutta qui e che un po’ del mio cuore è con lei, magari a Memphis, sotto una pioggia magica.
A Milano, ché tanto avevo con me M., mi portavo dietro altri viaggi, solo miei. A studiare Mick Jagger, mi era venuto da portarmi dietro pure un viaggio con G. , un viaggio diverso, un'altra musica che mi capitava – ascoltando- di accostare a quei Miti indiavolati, antropomorfi per via dei solchi in faccia: un viaggio a Macerata, tempo prima, che non sapevo nemmeno dove fosse. E quello era un altro concerto, un viaggio solo mio (anche se c'era altra gente) e nemmeno a M. avevo detto niente. Perché tanto ci sono certi viaggi che anche se li facciamo insieme, non ci si incontra mai. E quello era Macerata.
In macchina guidavo io e arrivata all’anfiteatro, l'anfiteatro era così grande che M. ci avrebbe messo tutte le mie scarpe ad asciugare, con la carta del giornale e G. l’avrebbe aiutata. Poi era arrivata la voce che piace a me e persino Mick Jagger, indiavolato com’è, si sarebbe fermato a studiarla. L’avrebbe presa, pure lui, come si beve ad una fonte, così piano. Come scalzo.
Credo che ascoltare certa musica, certa bellezza, sia sentire, d’un tratto, la dolcezza delle scarpe. La dolcezza di proteggere la vita dietro le cose. La voce che piace a me ha la bellezza disarmante di certe scarpe parlanti. E io la capisco M. quando si prende cura delle mie e resta ferma, piegata sul sapone. Ed è sempre una specie di miracolo, la bellezza all’improvviso di non saper più viaggiare la bellezza, girarci su, fermarsi. A Macerata, mi viaggiavo da sola, da sola ciecamente (avrebbe detto Suzanne, solo a me). Ed ero stanca, per via dei miei viaggi così tristi, a volte. E avevo voglia di fermarmi lì sulla salita, a mezza strada con la mia stanchezza, ma poi pensavo a M. che mi avrebbe detto Torni?! E avrebbe pianto. Torni?! E avrebbe pianto, forse, anche lei.
La mia assenza: una governanteDove sono le luci? Dove sono?
Non si accende il davanzale.
Mi si perde il cuore,
Tina,
sotto la nostra vecchia casa.
E' spento il passato,
spento il portico,
le mie gambe,
la chiave gialla.
Tua nipote sarà già una donna. Ed io,
che non sono ancora diventata bambina,
che non ne ho avuto ancora il tempo,
ho cambiato casa un'altra volta.
Tina, ho lavato le mie maglie stanotte,
non c'è centrifuga che vada,
non c'è cestello più desolato
del mio senza di te
più solo
del mio senza di te e senza di me.
Dove sono?
Volevo pensare a quando entravi nella mia stanza e ridevi.
Il mio disordine te lo impacchetterei ordinato, sul fondo di un brillante;
te lo metterei sulla soglia di casa, per farti sorridere e per fare di te
una donna con un gioiello.
Non sapevi come fare con me,
ti portavi le mani sulla fronte.
Io faccio finta di ridere adesso.
Quanti vestiti, Tina.
Mi hai detto "Che bene voglio alla Biri".
"La Biri" sono io.
Sono sempre stata io
e tu avevi il tuo buon ragù fra le mani, quando dicevi "Che bene che ti voglio,
Biri".
Io non so più dove andare.
Ti voglio bene anch'io,
perché mi manca la tua scopa a battere sugli stipiti,
mi manchi piegata sulla ribalta,
mi manca l'odore, che ti porti dietro tu, di cera d'api
e di legno.
Ti truccavi,
Tina,
nel bagno di servizio.
Io piango a pensare al tuo rossetto così rosso nella mia testa, con te davanti allo specchio,
prima di andartene.
Ti raccontavo dei miei dolori,
a volte.
I miei dolori sono pugnalate, sassi aguzzi nello stomaco.
Sono molto infelice
Tina, non avevo le mollette per stendere, stanotte.
Me ne sono accorta troppo tardi, con il mio sonno e il freddo che ti dà un ultimo piano così nudo.
Sono andata sul nuovo davanzale e ho legato le maglie per le maniche,
lungo i fili,
per non farle cadere.
Tina, tu non mi hai mai tinto
le maglie
di giallo.
Loredana sì.
Loredana, a volte, sì.
Ho perso tutto, sai?
Lo ripeto come una preghiera.
E' una bestemmia.
La mia bestemmia alla vita.
Ho perso tutto.
Forse non ho mai avuto niente,
solo questo grande dolore.
Non so a chi darlo.
Tieni, buttalo.
Buttalo tu per me.
E vorrei arrivassi con il tuo mazzo di chiavi,
mi chiamassi a gran voce,
appoggiassi la tua spesa.
Che vita, Tina,
è la nostra.
Una vita a mettere in ordine le mie cose.
Come hai fatto?
Io ti adoro per essere stata mia,
io adoro quei quindici anni passati con le tue pantofole in uno stanzino.
Tina, soffro molto questa vita.
La patisco in ogni accento,
mentre la ascolto,
la guardo,
la tocco.
Chissà dove sei finita,
chissà se tua nipote
si trucca già.
Anche lei.
La mia assenza: RESIDENZA E DOMICILIOSempre durante la mia latitanza dal vecchio blog e sempre mentre voi sguazzavate nella disperazione chiedendovi perché non tornassi, dove fossi, come mai fossi così desiderabile e l'assenza di me , viceversa, insopportabile e odiosa, proprio in quei giorni lì, me ne stavo al telefono a cercare -da Cagliari- un lavoro da fare in quel di Bologna una volta tornata. Infatti, in cima alla classifica delle cose da fare, oltre a quella di andare da uno psichiatra che mi facesse rassegnare all'idea che cadere inaspettatamente nella sventura e nella disperazione non fosse male, c'era quella di cercare una fonte di sopravvivenza. Così, nemmeno atterrato all'aeroporto di Bologna, il mio pensiero poteva già andare al suo primo, vero, ansiogeno colloquio di lavoro che si sarebbe tenuto pochissimi giorni dopo il suo arrivo nel capoluogo emiliano.
Quel giorno ricevo una telefonata dove mi si comunica di presentarmi immediatamente al colloquio con la signora R. A. , in via S.
Fuori ci sono 40°C , ma io, che provvisoriamente sono una sfollata, ho metà dei miei vestiti estivi nella vecchia casa e mi vedo costretta a mettermi una polo a manica lunga a righe bianco-blu-azzurre da sci. Arrivo al colloquio liquefatta. Mi accolgono due donne che mi fanno accomodare in una seggiolina e mi studiano. Mi fanno un sacco di domande e io devo urlare per rispondere perché sento la mia voce farsi i cazzi suoi all'altezza dei reni e non c'è modo di convincerla a raggiungere la gola. "Lasciami in pace, sto dormendo" mi dice. Le due donne mi fanno fare degli esercizi difficilissimi e trascendentali al computer tra cui: il copia-incolla. Poi mi dànno un foglio. E' in quell'occasione che iniziano i miei problemi con le leggendarie Residenza e Domicilio. Le due sorelle vivevano pacificamente in un angolo del cervello fino a quel momento, fino a che -insomma- non mi costringono, con la forza e le minacce, a compilare un modulo. Io sottoscritta____ (la so: BEA), nata il____ (la so la so: 17/1...millenovecentoeccetera) residente in via____... Residente in via____... Ho detto "RESIDENTE IN VIA____(?)" dice il modulo da compilare. Il vuoto.
Dove risiedo io? A Cagliari non ci sto più e quindi di sicuro non ci risiedo, a casa mia non ci torno e poi mica ci risiedo (mi sa), ci domiciliavo prima, ma adesso me ne sono andata e quindi non risiedo lì. Forse. La mia casa non era un albergo e, se tanto mi dà tanto, neppure un Residence. Figuriamoci. La mia casa era una casa, una "domus". Di sicuro era una domiciliosona e io ero la sua padrona e domiciliataria. Mentre faccio questi ragionamenti mi sale l'ansia, inizio a confondere le due gemelle omoziogoti. Residenza diventa Domicilio e Domicilio s'impone arrogante e prima di prendere il posto della sorella Residenza, la mette dentro un sacco e la butta in un pozzo nero. Compilo il modulo mettendo al posto della mia Residenza reale, la via dove invece risiede, domicilia e si fa recapitare l'amica che mi ospita provvisoriamente. Il modulo ora continua impertinente: "Domiciliata in ____(...)". Ho detto "DOMICILIATA IN____(???)". Non gli rispondo. Inizio a sudare perché capisco che ho fatto la cazzata e decido di mettere sempre l'indirizzo della mia amica, visto che il fatto che io sia domiciliata lì è l'unica cosa vera che c'è al mondo in quel momento. Ovviamente metto la via e non metto le magiche "C/O" , così non mi troveranno mai. Ormai è fatta. Non posso più tornare indietro e con gli occhi gonfi di vergogna, la voce nell'entrocoscia, la faccia violacea, deglutendo aria, sorrido disinvolta.
"Le faremo sapere", dicono ignare le due donne.
"Attendo", dico io mentre scappo e già sono lontana.
La mia assenza: LO STOPDurante la mia lunga assenza, me ne sono successe parecchie. Per esempio:
Alle sette e trenta di un mattino di fine luglio, mentre voi tutti stavate chiedendovi dove io fossi (in modo ossessivo e perverso per via della profonda mancanza che avevate di me, mancanza che, a dirla tutta, vi toglieva il sonno), insomma -dicevo- alle sette e trenta di un mattino di luglio, quando in macchina c'ero solo io in tutto il mondo con una mia amica accanto, vedo un parcheggio. Impossibile, mi dico: c'è da parcheggiare, a Bologna! Mentre sono tutta presa dall'entusiasmo e fisso il posto sapendo che lo farò mio, la mia amica sussurra un bea fiacco e rassegnato e mentre mi volto... BOOOOOM. "Ecco, questo ti stavo dicendo", mi dice. Davanti a me, una punto verde sfreccia con un testacoda. Mani sulla fronte. Gulp... Non ho rispettato lo stop, anzi: GLI stop, perché c'è scritto Stop anche per terra, ai lati, ne ho uno sicuramente anche tatuato su un gluteo, dappertutto. Niente. Non l'ho visto. La mia amica sorride dalla paura. Io pronuncio un porca put**na quasi cantato, le mie gambe si liquefanno. Scendo dalla macchina, tremante e mi ritrovo una signora sulla sessantaseina con la faccia della tipa de "l'esorcista". Sollevo le braccia, mi avvicino -con le mani in alto- e le dico mi scusi, mi scusi, lo so, è colpa mia, non si preoccupi, è colpa mia, è colpa mia, lo so. E vedo la sua macchina disintegrata. Si è fatta male?, le chiedo con la voce di Madre Teresa di Calcutta. "No , ma i mali saltano fuori DOPO" dice. Ecco, questa è una puttana, concludo (brutta stronza che vuoi fare la truffa ai danni della mia Assicurazione!). Taccio. Chiamo i carabinieri, dice lei. Faccia quello che vuole, come vuole, tutto quello che vuole, dico io. La mia amica inizia a telefonare: "tardiamo abbiamo avuto un incidente, Beatrice non si è fermata allo Stop". Beatrice? E chi cavolo è? Io realizzo che trattasi di me e mi caccio a piangere come un vitello. Mi scuso, se piango, ma sapesse signora che periodo sto passando. Lei mi dice che anche per lei è un brutto periodo infatti ha appena rifatto il motore"(...) Accidenti, signora, proprio un periodaccio. "Beh con 'sto incidente si rifà la macchina nuova", azzardo. Arriva il marito, in pigiama, con la sigaretta in bocca (7:40) che mi comunica che nel pomeriggio deve fare la visita dal cardiologo e "ORA COME FACCIO?!" dice. Chiedo scusa pure a lui, per non fare preferenze. La signora decide di fare la constatazione amichevole e mentre piango sul suo baule, le voglio bene solo perché mi passa un fazzolettino di carta che ha preso dalla borsa. E non è più una puttana e già penso "poi domani la chiamo, per sapere come sta". Continuo a chiederle scusa, di cuore, col cuore. Lei mi dice che si è solamente presa un grandissimo spavento. Io amo quella donna.
Qualche giorno dopo, mentre voi eravate lì a davanti al vostro computer e pensavate a bea, la rinnovatamente puttana ritira la constatazione amichevole, perché dice che si è sentita male. E' bellina la mia macchina con il muso verde. Quasi quasi mi faccio venire addosso dall'ambulanza, mi faccio travolgere dai pompieri e faccio la smart dell'Italia. PO POrompo Po pooom Pooooo.
La mia assenza: anche i ricchi piangonoNon vi ho detto più niente, ma il motivo per cui ho smesso di scrivere è che ho perso tutto e per mesi anche il computer. Tutto tutto. Infatti una delle cose più belle di questi ultimi tempi è che non ho più niente(casa, persiana verde, cd, televisione con decoder, comodino personalizzato con mongolfiere dipinto dalla compagna di mio padre -nonché madre acquisita- appositamente per me, piccolo frigo dove giacevano cioccolatini scaduti dal 2002, libri, libreria, maxi stereo a forma di muso di automobile con fari che si illuminano, stereo cromato, stereo nero, stereo giallo, masterizzatore, cabina telefonica-porta-oggetti-vari, oggetti vari, scrivania con disordine, il mio cane). La seconda cosa bellissima che mi è capitata è che ho dovuto smettere di studiare e cercare una casa. La terza cosa -ed è una cosa meravigliosa- che mi è capitata è che ho trovato un lavoro nel mondo dello spettacolo: infatti lavoro in un posto dove c'è stata Striscia la Notizia per denunciare simpatici sfruttamenti. Comunque, date retta a me: la cosa più importante è la salute, del resto -in fin dei conti- anche i ricchi piangono.
Ho la febbre dal 3 agosto.
La mia assenza: IL FUMO...E una mattina mi sono svegliata con un po' di tosse così non ho fumato per tutto il giorno. Siccome poi il giorno dopo avevo mal di gola, non ho fumato nemmeno il giorno dopo. Siccome poi avevo il cuore pieno di dolore e i polmoni non lo so, ho resistito per una settimana. Proprio io. Io che con la sigaretta in mano, cercavo il pacchetto per accendermi una sigaretta, io che mi accendevo una sigaretta e poi dovevo spegnerla perché mi ricordavo, ad un tratto, che stavo mangiando. Io che tenevo i grissini tra l'indice e il medio e me li appoggiavo sulle labbra per aspirarli finché non capivo che erano solo pane , tutto pane e niente arrosto. Proprio io, che fumavo in bicicletta, sui pattini, sui pendii in salita, di corsa verso qualcosa. Poi una sera mi è passata la tosse e allora in una terrazza di un appartamento di Cagliari (è da lì che non vi scrivevo più, è da lì che non potevo più parlarvi) ho acceso una sigaretta e ho provato un senso di colpa verso di me, dei miei sacrifici, della mia rinuncia. L'ho spenta. Siccome continuavo a piangere in quei giorni, siccome non cambiava nulla un dolore in più o uno in meno, ho smesso di fumare. E' da tre mesi che non fumo. Siccome poi ero a Cagliari, avevo sostituito il fumo con il formaggio. Volevo fumare e prendevo un pezzo di pane carassau e ci spalmavo sopra il formaggio fuso. Volevo fumare e mi mangiavo un caprino. Volevo fumare e mi tagliavo una fetta di pecorino stagionato. Volevo fumare e via di gorgonzola. Volevo fumare e mi compravo gli antipastini Invernizzi con i mini formaggini alla Provenzale. Qualche volta, per spezzare, volevo fumare e mangiavo una banana. Colpo di scena. Poi sono tornata a Bologna e sono entrata in un centro di disintossicazione da formaggio, un centro dove apri il frigo e dentro c'è: un limone grigio deceduto con un barattolo di capperi che ne dà il triste annuncio e un tubo di triplo concentrato Mutti inconsolabile e... là in fondo... un pezzo di Parmigiano Reggiano con la muffa. Non ce l'ho fatta nemmeno lì, ma un po' mi sono disintossicata. Il fatto che io abbia smesso di fumare la dice lunga sulla mia disperazione. Questa è una seconda cosa che dovevo dirvi.
La mia assenzaQualche mese fa, una sera, è successo qualcosa che non posso spiegarvi. Sono uscita di casa, ho preso la macchina e me ne sono andata in mezzo ai campi a piangere, perché non sapevo che fare. Voi eravate nelle vostre case intanto, davanti ai vostri computer, magari ve ne stavate lì, sul mio blog, a vedere se avevo scritto, per lasciarmi il commentino, io invece non c'ero, me ne stavo davanti ad un casolare, vicino ad un fosso. Sono stata lì finché non è scesa la notte. E allora, quando è venuta e ho avuto paura di un parcheggio diventato ormai deserto, in mezzo alla pianura, sono tornata a casa, sono entrata dalla finestra di camera mia, per non fare rumore. Ho preso una scala, mi sono arrampicata, ho recuperato da un armadio la valigia più grande che ho trovato e l'ho riempita con le mie cose. Sono uscita senza dire niente, con il cuore in gola, la faccia gonfia e calda di fatica. Ho caricato la valigia in macchina, ho acceso. Guardavo casa mia, il mio giardino, il vialetto, il portico, le persiane della mia camera, nascoste dal caco e dalla palma. Le ortensie. E' stato difficile. Sono fuggita, nauseata dal sonno. Ho fatto 30 km con gli occhi ancora pieni di pianto e di nonsaperchefare, sgranati. Ho trovato riparo a casa di un'amica che non c'era, ma aveva dimenticato le chiavi, per uno strano caso, sopra una vecchia cassapanca che avevo io, a casa mia. Il giorno dopo, ho preso un aereo. Me ne sono andata. Sono stata via un mese. La mattina mi alzavo e iniziavo a piangere. Smettevo per un'oretta, la sera, giusto il tempo per studiare. Un'ora al giorno, poi potevo ricominciare a piangere. Sono tornata a Bologna, a casa di un'amica, e ho dato un esame, stravolta. Questo è il motivo per cui, per un mese, sono sparita. Per gli altri mesi di sparizione ho altri motivi... Vi aggiorno in seguito.
Resti il fatto che questo è un grandissimo periodo di merda e che voi siete proprio bellini bellini e ve lo devo di' perché, nonostante io sia disperata, almeno di vedervi sono contenta.