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Anche i ricchi piangono


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La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



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mercoledì, 17 ottobre 2007

Al corpo

Ciao corpo. Ti auguro di stare bene  fino alla fine dei tuoi giorni, anche se capisco non sia sempre facile vivere con me e difficile tener duro. E' vero. A volte non ti dò da mangiare, altre volte te ne dò troppo, ti sbatto contro gli spigoli; certe volte, ti mangio le pelliccine. Lo so, non dovrei. Ma ti metto le creme e ti depilo. E' capitato che, per pietà di te (che non capisci che è per il tuo bene) ti depilassi una gamba sola: non volevo tu stessi male, male fisicamente. Una gamba sì, una no. Capita altre volte che io non abbia piena cura di te e magari, mettendo un tappo alla penna e mancando il bersaglio, ti macchi le dita con antiestetici segni neri. Ma ti trucco con i migliori fondotinta e ti rigo piano gli occhi. E uso il rimmel per le tue ciglia. Se ricordi, e  se sei onesto, ti ho fatto baciare dei grandi amori e tu ti sei sbriciolato, hai mescolato il dolore all'allegria e non l'hai sentito più. Ti ho soffiato il naso quando piangevi, ti ho fatto dare più di mille carezze, ti ho slacciato i pantaloni, sotto al tavolo, durante cene esagerate, in gran segreto; ti ho sgranchito le gambe, fatto fare l'amore. E' vero che ti ho fatto anche prendere delle sberle e pizzicotti e spinte e pestate di piedi, ma non volevo e forse, a dirla tutta, un po' è stata colpa della tua lingua. Io ti chiedo di non voler ammalarti mai, di portarmi dove voglio e di non lasciarmi mai senza fiato a metà corsa. Da parte mia, mi impegnerò a darti un ascensore dove ci sono scale e una sedia quando si sta in piedi. Ti voglio bene, ricordalo sempre e scusami se ti ho ingrassato un po' negli ultimi tempi, ma a volte, per troppo amore, si sbaglia e a te piace il formaggio e quando mi guardi con quella pancia così tenera, non sempre so dirti di no. A volte, perché tu stia meglio, ti snodo persino il patema e il pianto, penso al mio caro amore e a quattro baci sudati e abbracciati e tu sorridi. Non è colpa nostra se non si è fatto amare per quanto è lungo il nostro amore, non perdere l'appetito, ma non mangiare nemmeno di più. Ti prego, se puoi, non morirmi mai e sii sano, attento a te, alle mie ed alle tue debolezze. Perché, vedi, potrai non credermi, ma io giurerei: che se stai male tu, corpo mio, sto male anch'io.
martedì, 25 settembre 2007

IL ROTARI CLUB

Caro diario –nel senso di “costoso”-,
tu sai che mia nonna Anna Grazia è stata campionessa italiana di tennis e che ha vinto la Mille Miglia per l’eleganza e sai anche tante altre cose su di lei, cose che -se le vedessi in giro io delle cose del genere- mi farebbero parlare di chiccheria (leggi sciccheria) e di vera classe.
Ma sai anche che l’altra nonna, Virginia detta Gigna, era una di quelle nonne che si alzano alle sei per fare la sfoglia e, se ti ricordi, lei mi comprava le mutanTe (così le chiamava) al mercato e urlava –sorda com’era- che Ti ho comprato le mutantine, in mondovisione, davanti a milioni di Very Important Persons.
Detto questo, non ti sarà difficile immaginare come sia stato il mio ingresso, qualche sera fa,  all’aperitivo del Rotari. 
G. ed io, consapevoli (ma non troppo) dell’ambiente esclusivo in cui stavamo per imbatterci, iniziamo i preparativi alle due del pomeriggio. Per l’occasione, decidiamo persino di lavarci. E, sempre per l’occasione, di lavare anche i capelli.
Dopo una serie di preparativi a base di maschere di fango per il viso e maschere in gommalacca per le occhiaie, alle diciannove e quarantacinque, usciamo. Siamo vestite a metà strada tra la Madonna di Medjugorje e Renato Zero negli anni ’80.
Saliamo sulla bea-mobile, soddisfatte.
L’appuntamento è sui colli bolognesi, in una villa che troveremo senz’altro perché delimitata da un corteo di fiaccole. Così dicono.
Dopo un’ora di viaggio, vediamo, in lontananza uno zampirone. E’ lei.
Parcheggiamo la smarta accanto ad un trionfo di Audi, BMW e porsche  e ci appropinquiamo alla villa.
In un giardino ai piedi di un parco, una moltitudine di personaggi eterei sorseggia un nettare ultraterreno da calici di cristallo. Noi, da parte nostra, ci buttiamo sul tavolo del buffet.
Ad attenderci, una tavolata piena di ogni delizia. Al centro, una forma di parmigiano reggiano, delle dimensioni di camera mia, sostiene oltre ad un tripudio di  bocconcini di formaggio, grappoli d’uva e frutti estinti; tutt’attorno, oltre a vassoi argentei di salumi e tartine,  terrine di porcellana  Limonge piene di funghi porcini fritti fumanti, zucchine fritte tiepide, nuvole di panzerotti soffici e filanti, mozzarelle  temperate e abbracci di olive all’ascolana. Mentre noi ci abbuffiamo, in perfetto stile Biafra, tre principesse con tacco di ventidue centimetri cadono rovinosamente, facendo di culo tutta la scalinata d’accesso alla villa. Tre meraviglie dell’eleganza mondiale, sdraiate per terra sotto gli sguardi altezzosi degli altri commensali.
E’ lì che ci viene l’idea –rimasta, per decenza, incompiuta- di distrarre nuovamente gli invitati con una finta caduta, per riempirci la borsa di barattoli di marmellate e salame. Non lo facciamo perché non è bello, ma l’importante è il pensiero.
Caro diario, non ti dico la fatica che hanno fatto a staccarci dal tavolo delle vivande, per scambiare un ciao con chi ci aveva invitate. Solo i dolci ci hanno allontanate dal tavolo numero uno. Sul tavolo numero due, c’erano infatti freschezze di frutti prelibati, tiramisù e torte al cioccolato tagliate a coriandoli romboidali, mascarpone su cui adagiare mini-cubi di gelatina di Martini.
Più larghe che alte, preso il mascarpone e fatta la nostra porca figura, ci siamo dileguate. Ripresa la macchina in tutta fretta, siamo tornate in città come due cenerentole obese, allo scoccar delle nove e mezza.
mercoledì, 08 agosto 2007

All'amica F., che ha il mio bene.

Avrei voluto, ad un certo punto,  dirti di mangiare e assicurarmi non ti mancasse niente. Perché se hai fame o se qualcosa ti manca,  io piango. La distanza delle cose che hai visto e delle mani che  hai stretto e di tanti baci che hai dovuto dare e della faccia – bellissima- sui muri e dei capelli da riconoscere e fermarli e degli anni (se vogliamo), la distanza non c’era.  Tu non lo sai,  non sai niente, ma da qui, da una poltrona blu, in mezzo a molto velluto e a molti respiri, ti dicevo grazie, come una briciola o una lacrima sciocca. Perché una volta  mi hai fatto ridere, d’estate, e mi hai distratto il cuore con l’idea di te. Distante e amabile com’eri –e sei- tu. Tu guardi sempre un po’ di sbieco e io, che ho sempre paura della  tua fretta lontana, non so mai trovare il tempo per spiegare, per darti lo specchio di quello che sei a volte, senza saperlo.
Io credevo che i desideri fossero futuri e che si aspettassero  perlopiù  a lungo e qualche volta per sempre e senza averli mai. Che vani e vanescenti come i desideri, fossero i desideri. Grazie a te, poi,  non era vero. O almeno uno no, era di carta.  E grazie al cielo , così, sono stata felice anch’io. E lo sarò ancora, si  spera. E quando ti ho detto “ è come se tu, a vent’ anni, con il tuo caro Fabrizio…”  , ti ho guardata ben bene e avevi un sorriso così arreso e stanco e due occhi così azzurri e  accesi, che sembravi una madre e una sorella e forse una figlia e  amica mia, una dolce creatura da ringraziare, mentre respira, sorda  su di sé, il suo spazio corrucciato. E poi avrei voluto, ad un certo punto, dirti “che buona che sei”,  anche sbagliando su di te, magari. E salvarti la voce e le mani e  le guance dal tempo e abbracciarti con le braccia più leggere e  forse piangere senza piangere, piangerti in faccia un po’ di bene.
E avrei voluto, no, “vorrei” che nessuno ti facesse male, che fossi eterna, con quegli avambracci che ballano per l’aria e con quel sorriso che fai quando ti si apre il cuore sulla folla. E ad un  certo punto ho pensato che non è detto mai che tutto quel battere  di mani sia proprio quello la tua felicità e te ne avrei augurata,  non fosse quella, una diversa e più grande e gialla. E tutta la mia  ti avrei dato, solo per come hai detto che “C’è un tempo bellissimo”, solo per come hai volato e sei stata vana, con tutti i  carrelli della spesa e gli attaccapanni e le persiane e i succhi di  frutta ai mirtilli che ci sono nell’universo, in questo universo. Solo per come sei stata vana. E umana. Per le mie pantofole. 
E  vorrei per questo, anche ora, come allora, tu fossi felice e  sempre, ma non come si fa per dire, ma come uno schiaffo a  spettinarti. E –scusa se lo dico- io vorrei e avrei voluto che la  tua pelle fosse sempre così tua e bianca e non riconoscere in te nessun cambiamento. Perché ne piangerei ad accorgermene. Fosse  sempre come lo immagino io, bello, il tuo cuore da bambina. Perché  mi ricorda i salti e il ghiacciolo all’amarena sulle scale, giù in  cortile e la torta di riso e la notte. Avrei voluto dirti grazie  perché sei piccola a volte, piccola come una che non si accorge di nulla. Ma a volte sì. E mentre canti non sai che io dico sul serio  e non tanto per dire. Ma adesso sì.

                                    F. & B.

venerdì, 03 agosto 2007

EGREGIO DIO,

Se posso permettermi di pregarTi, Ti prego di farmi ricordare sempre il codice di accesso per vedere l’estratto conto su internet. Per prima cosa, che non cambi mai, nemmeno a novant’anni. Che io abbia la lucidità di sedermi su una sedia solitaria e di digitare con le dita d’artrite gli otto numeri sempre identici. Che inizino con 5 e finiscano con 6. Ti chiedo di migliorare, di essere paziente, tollerante. Non Tu, Io. Che io sia migliore. Mi piacerebbe chiederti (ma forse questo è troppo e non lo so se lo voglio davvero –ma Tu lo saprai meglio di me- e insomma prendilo con le pinze, prima di esaudirlo) di farmi innamorare e di essere riamata. Voglio una grande passione, vorrei. Ma che alla fine ci amiamo. Forse. Vedi Tu.
I soldi, sai meglio di me quanto siano importanti; ché se tu avessi avuto 31 denari a quest’ora non staremmo qui a discutere. Ti chiedo di fare aprire gli occhi a tutti quelli che in qualche modo mi hanno arrecato danno e credono di essere nel giusto. E una volta che se ne sono accorti, Ti chiedo che vengano da me a dirmelo. Poi io decido cosa fare. Mica voglio vendicarmi. Te lo chiedo così, per parlare, E se ho sbagliato io, ti chiedo invece  – e diamoci del minuscolo, ché siamo in confidenza- che mi perdonino, perché sono speciale. Se non dovessi esserlo, fammelo diventare. Speciale.
Lo sai che a me è sempre fregato poco del successo e del lavoro, cioè sai che mi interessa ma che non mi applico perché ho sempre investito tutto sui sentimenti, e allora premiami un minimo. Per esempio, fa’ che tutto il mondo mi ami in virtù dell’essere io, io.
Che mia nonna non capisca che brutta vecchiaia è la sua e che non si senta abbandonata. Fa’ un miracolo perché, nonostante tutto, sia felice. Per sbaglio, per reazioni chimiche, per malattia.
Fa’ che il padre di M. protegga M. e se non ha potuto avere quell’amore, dagliene uno cento volte maggiore.
E se tu potessi farmi entrare nel paradiso dei cani, ti sarei grata se mi facessi abbracciare ancora il tuffo di gioia di Giunone, su di me. La felicità fatta a cagnetta, sulle cosce, in uno scodinzolio che è un frullo immenso e nella sua corsa in tondo, davanti a me, baciarla col cuore.
E quando dovrai riflettere sul da farsi, prima di scegliere se essermi Dio, come tu sei stato e sarai ad altri, sappi che per un attimo,  io, anch’io ho creduto in te
sabato, 28 luglio 2007

I granchi e le bottiglie (lettera ad F.)

Ci sono certi granchi, F., che convivono con bottiglie gettate nel mare e mentre i tuoi occhi guardano una qualche strada del venerdì, i loro sono lontani e presenti, tondi in quella vita.


Ci sono certe volte che, viaggiando, penso ai tuoi viaggi e potrei odiare il martedì, se tu, di martedì, partissi controvoglia. Sulla sabbia, F., vivo la vita dei granchi e nel respirarla sento la mia e la diversità degli esseri. F.,  è sciocco, ma io vorrei, a volte, lontano dal bene degli uomini, volertene uno che ti raddoppiasse la vita, regalasse più occhi e ti stendesse al sole, come un masso,  se volessi –e solo se  tu volessi- riposarti, a volte. E ho qualche motivo: le tue mani, perché sono mani buone. I tuoi discorsi sul  Paese, con la speranza che c’è in te e che non so se sia vera Speranza o se non sia nemmeno Speranza finta, ma ti grida nella gola e mi verrebbe da esaudirla. Mille altri motivi e poi uno. Che mentre tu canti e guardi in fondo, senza distinguere i volti, ma come se mirassi al futuro con tutta la vita passata e il tuo presente, così ingombrante da applaudirlo, da fermarlo per le strade e  da intervistarlo, mentre tu guardi in fondo, cantando, io resto con i granchi a pensare che sarebbe bello raddoppiarti la vita e a raddoppiartela. Perché lo racconto a te, a te sola che sei lontana, questa cosa dei granchi.

Non ti serve a niente la vita dei granchi, né la tua serve a loro. Ma lo vedi come respiriamo tutti, come viviamo e conviviamo dispersi?!? E’ rotonda e compatta la tua voce ed è così sola e dimenticata che mi pare stia in un gioco suo che solo io posso capire. Ma non del tutto. E’ così sola, F., la tua voce, che non so dov’è quando viaggi muta,  se sta con i granchi nella lontananza,  o se forse la imprigiona una bottiglia, se è trasparenza in movimento o se resta ferma e volontaria da qualche parte della strada o in mezzo al mare. E non so a cosa pensiate voi due, ma io penso che vorrei raddoppiarvi la vita. Come se ti volessi una specie di bene che mi vergogno a confessare,  come se ti portassi con me, certe volte, nel pensiero o fra gli scogli. 

finanziato da: BEA alle ore 15:17 | link |commenti (15)
conto: riflessioni, vita, lettere, amicizia, 03 conto blu
lunedì, 22 gennaio 2007

A MARTA

I confetti di Sulmona al tartufo devi chiuderli bene o invecchiano. Li metti nella scatola dei desideri e li tiri fuori all’occorrenza, ne prendi uno fra due dita, lo metti in bocca e se ti vede Alba, ti sgrida. Non so se siano ancora buoni. I confetti di Sulmona, se ti piacciono, te ne porto altri, prima che scadano, ma devi mangiarne con parsimonia perché dici di essere a dieta e io mi fido di quello che dici. Mangia un mandarino ché ti fa bene e ci sono le vitamine e ti rinfresca l’anima . Così poi la sala odora di agrumi e a me sembra che ci siano scintille tutt’attorno arancioni e gialle. Marta, metti la giacca, quando esci, perché se ti ammali, come fai? Ci vuole una grande forza, non lo sai che inverno ti aspetta. Riguardati. Sei morbida, Marta, ma tanto sei rifatta –dicono- e se ti scrivo così, mi sa che sorridi. Quando ridi, la tua voce è un torrente in mezzo ad un boschetto, è un ruzzolare di biglie fra le scale e diverse farfalle ordinate che frullano nell’aria velocissime. Viene da ridere anche a me. Se ricominci a fumare, però, io piango.

Ti ho sentito che lo dicevi.

Ricordati di dire sempre “cameretta” così come lo dici tu, con la “e” aperta; prendi un sacchetto, una bolletta, una civetta da Milano e portali a Bologna. E porta a Milano un bacio per tua madre, grande, da parte mia, che non sono nessuno. Quando sono andata a Modena, sono entrata in una piccola chiesa e ho preso una candela da accendere per lei e ho pregato. Ho chiesto -nel caso Lui esistesse- se non poteva mica fare qualcosa per lei, ma soprattutto per te. E ho precisato, eventualmente, di scegliere per il meglio. Che non è il meglio nostro, di noi umani, ma il meglio per Dio, se c’è. Io non so perché ti faccia soffrire. Fossi io Dio, farei di meglio per te, ma si vede che tu ogni tanto devi sbuffare, così io te lo dico. Il Bar Saffi è migliore del Girasol, il caffè della Rita è più buono, bisogna proprio dirlo. Una volta qualcuno –e non mi ricordo chi- ha detto che sei permalosa e ora qualsiasi cosa dico, mi chiedo se non ti faccia un po’ arrabbiare. Per me non lo sei. Per me sei intelligente e saresti una delle persone più simpatiche che io abbia mai conosciuto, se non fosse che sei cattiva e non ti piace nemmeno questa poesia in prosa, me-ra-vi-glio-sa, che ho scritto per te. E mi fa molto ridere la storia che diventerai la padrona del mondo. Tu, Marta: tu sei già la padrona del mondo, abbi rispetto e soprattutto affetto per te e per lui, io so che lui, per te, ne ha.


Marta colleziona mucche(n.d.a.)

 
finanziato da: BEA alle ore 22:21 | link |commenti (23)
conto: poesia, lettere, 03 conto blu
venerdì, 22 dicembre 2006

LETTERA A B.

E’ quasi Natale. A me il Natale non piace per niente. Da bambina figlia di divorziati, ogni anno era la stessa storia, sapevo che mi aspettava la scelta. E allora c’era mia madre che mi chiedeva “preferisci stare con me o con papà?”. Io preferivo stare con papà, perché mio padre era –ed è- un uomo spiritoso e divertente e mi riempiva di regali bellissimi e inaspettati. Io avevo l’ansia e la curiosità di vederli tutti e presto, quei regali. Mio padre sapeva cosa volevo, sapeva cosa poteva desiderare un bambino, più di quanto non lo sapessi io, perché lui lo era stato a lungo, era stato a lungo un bambino poco coccolato ma viziatissimo e così sapeva bene cosa mi avrebbe fatto contenta. Mio padre per il mio quattordicesimo compleanno mi regalò un cd dal titolo I SUCCESSI DI NAPOLI. Aperta la custodia, trovai la targa dello scooter, il mio scooter blu notte. “Preferisci” stare con me o con papà? Non volevo offendere nessuno. Fate voi, dicevo. E’ uguale. Uguale un corno, perché mia madre piangeva sempre. Mi ricordo che temevo che lei vedesse che non mi piaceva quello che mi regalava e che soffrisse l’umiliazione di non aver capito nulla di me, dei miei gusti. Era molto infelice perché doveva crescere me e mio padre era un egoista che non l’aiutava per niente. Ma io preferivo passare il Natale con lui. Finivo per passarlo infelice con mia madre e il compagno del momento, con cui non andavo d’accordo. Quest’anno è stato un anno molto difficile. Non passerò più nessun Natale con mia madre e saranno 10 anni che non ne passo uno con lei. E’ brutto, B., non poter fidarsi di nessuno. Forse non sono infelice per quello che non ho avuto, forse sono infelice per quello che non mi hanno fatto diventare. Io da bambina credevo di avere tante possibilità; mi scambierai per una pazza, ma io sentivo di essere una bambina speciale. Non in senso mistico, ma credevo che la sofferenza mi servisse. Non sopporto il misticismo. Amo le tagliatelle e qualche volta un po’ di amore, ma è già troppo leggero, per me, l’amore. Mentre cucinavo gli gnocchi per fare contenta mia madre, a nove/dieci anni e trattenevo il magone perché la sentivo piangere per i suoi amori falliti, per i suoi insuccessi, pensavo che ci sarebbe stato un premio per me, per me che le preparavo gli gnocchi. Ho cantato 6 anni al Piccolo Coro dell’Antoniano. Mi ha salvata, è la cosa più bella che io ricordi. Mariele era una donna eccezionale e io facevo di tutto per piacerle. Mi accorgo che per molti versi ho ancora sei anni e che la mia esuberanza per cercare di accattivarmi un avanzo di amore, a volte rimane immutata, anche se dentro di me sento che qualcosa se n’è andato per sempre e non torna più. Cantare, con la platea che è un mistero, un salto nel vuoto finché non ti abitui alle luci e allora vedi qualche volto, era abbracciarsi. E’ forse sul palco che ho sentito per la prima volta il sentimento dell’amore. Le bellezza che viene da te. Ero una cosa sola con l’amore. Ero io l’amore. Mia madre mi ha fatto smettere di cantare dalla sera alla mattina, dopo sei anni di prove tutti i santi giorni, di incisioni, di registrazioni, di spettacoli, di tournée (non mi ricordo più come si scrive). L’ultimo Zecchino d’oro, dal ritorno dallo studio dopo l’ultima serata, nella sala delle prove, mia madre mi ha detto “Saluta tutti perché è l’ultima volta che li vedi”. Ciao. E’ stato lì forse che ho percepito per la prima volta il dolore pungente. Altri dolori li avevo già provati. Quello era delusione bruciante, acuta, uno scoglio improvviso che ti piega lo stomaco e gli occhi. Sentivo come spezzarsi, uno ad uno, i capillari delle guance. Ho smesso di cantare e me ne sono andata con mia madre che non era mai contenta. Natale. Il Natale non mi è mai piaciuto. Risparmiavo tutto l’anno la paghetta della nonna per fare a mia madre dei regali costosissimi che lasciavano interdetti e incerti i commessi nei negozi. A Natale si avvicinava anche il mio compleanno da nata in gennaio e io già da bambina sentivo tutta la gravità del tempo che passa e che non perdona. Non c’è niente da fare, qualsiasi cosa uno faccia della propria vita, il tempo passa. Io, B., vorrei morire tutti i giorni e vorrei vivere per sempre. Vorrei morire tutti i giorni perché soffro per tutto, per tutta la vita, per tutte le cose che non so dire, perché non so se posso fidarmi, non so di chi, perché mi sento sola con la mia vita, anche se qualcuno che si preoccupa per me se vado forte in macchina ce l’ho anch’io. Io soffro anche tutta la bellezza della musica, soffro per la  voce, perché non so spiegartela, soffro perché vorrei riposarmi, credere in qualcosa. Soffro mentre ti scrivo perché volevo solo farti gli auguri di Buon Natale e invece mi viene da raccontarti i fatti miei. Me ne sono andata da casa. Mia madre per me è morta, è morta ancor prima che io nascessi, mio padre lo sento raramente e provo rancore verso di lui che non ha saputo proteggermi mai, che ha rischiato sulla mia pelle, mia nonna è abbandonata a se stessa e sicuramente vorrei dirle che la amo, se non la odiassi per avermi abbandonata, per aver scelto una malattia al posto mio. Il mio cane è il mio amore e non lo vedo più. L’innocenza di un cane ha in sé tutto quello che penso io dell’amore. Sento il bisogno di parenti. Non ho uno straccio di parente decente. E’ vero che l’amore te lo può dare chiunque, ma vuoi mettere l’amore obbligato, sicuro di qualcuno che si fa chiamare papà, di qualcuno –soprattutto- che si fa chiamare mamma?! Lavoro. Mi prendo cura di me, perché sono l’unica persona su cui possa fare davvero affidamento. Non tradirei mai nessuno e io lo so. Credo di essere buona e nervosa. Non so perché te lo dica. Vorrei chiederti come hai fatto tu a diventare quello che sei, se hai mai avuto paura di non riuscire a coltivarti, di sbagliare strada, vorrei avere la pretesa di una risposta sincera, senza paura. Sai, se potessi tornare indietro, il Natale lo passerei ancora con mia madre, perché so che non cambierei e mi dispiacerebbe ancora farla sentire inadeguata, poco amata, scartata. Anche se mia madre è una belva. Una bellissima belva. Mia madre aveva la tua cassetta in macchina e io davvero da bambina –quando credevo ancora in qualcosa- pregavo per te, solo per il fatto che esistevi. E ti avevo davvero in mente. Ora forse non credo più, pregherò con il cuore un qualche altro Dio, che tu possa essere serena. E per Natale ti auguro la leggerezza di non dover scegliere mai e, non servisse, la forza e il cuore di scegliere sempre per il meglio. Un abbraccio



P.S. Lo so che sono scomparsa, lo so. Non ho più tempo nemmeno per fare pipì. Meno male che ho gente che la fa per me. Se non ci sentiamo, vi auguro un Buon Natale, di cuore.

finanziato da: BEA alle ore 23:53 | link |commenti (25)
conto: pensieri, riflessioni, racconti, vita, diario, lettere, 03 conto blu