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Anche i ricchi piangono


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La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



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mercoledì, 16 gennaio 2008

Moltiplica

Posto qui un mio testo senza fissa dimora spazio-temporale.

Così, di colpo, alle nove del mattino, come uno spavento, mi sveglio perché ti amo già. Così. Di colpo. Di mattina.
Bologna ha un colore grasso. Cammino sotto i portici e me ne riempio gli occhi a tratti. Ho fretta di amare, tra il bar e la colonna scrostata. Io che non amo mai nessuno. Io che ho un cuore che è un calzino bucato, che è uno spillo. Ci sono delle volte che non mangio, d'amore. Altre volte che non dormo. Sempre "d'amore". Oggi ne ho la fretta. "D'amore" intendo. Anche tra la striscia pedonale e la "Graziella" arrugginita. Ho una qualche musica da amare, una qualche voce da abbracciare. E non lo dico qual è la mia canzone. Perché non posso. O ci si sente sempre soli ad amare - nell'amore - o non si ama abbastanza.
Fumo, mentre ti amo. La gente mi osserva come se amassi chissà chi.                                                             
Qualcuno ha appena gridato “Anna” per strada ed è stato un chiamare così fermo e volenteroso che mi sono girata, anche se, alla fine, non mi chiamo mica “Anna”.
E mi srotolo lungo il marciapiede come se non avessi nemmeno un nome. Anna…
Anna, io non so parlare, come fai tu, da qualche parte del mondo, dove ti immagino che ridi. Io mi esaurisco, mi spengo, “mi muoio” nelle grandezze. Nella grandezza di non essere te, né tu me. Nella grandezza di non capirci mai e di finire così, scivolando distinte.
Io, Anna, non vado leggera.
Anna, ho paura.
Anna, senti questa musica! Senti che io me ne innamoro e ne piango profondamente, di un altro pianto che non so dire! Non è il tuo. Perché è il pianto di non essere, noi due, le stesse labbra e gli stessi occhi. La musica mi abbandona. Lo sento mentre ti parlo e ad un tempo, non posso parlarti, perché non so farlo. Io non lo so. Io non so raccontarlo il silenzio che ho. Non mi resta che buttarmi a terra, Anna. E vedere se sopravvivo, così, all’amore. Alla Musica. Facendo finta di essere morta, mentre continuo a bruciare.
Ma non posso, perché è freddo, qui che piastrellano il cemento sotto il palazzo del Signor T… È freddo che non possano più pattinare i bambini. E’ fredda questa gravezza presunta, questo esserci e così, essendoci, “saperlo” che non si potrà più pattinare. Così fredda che ne impazzirei maggiormente a stendermici. Me ne ammalerei di più.
Te lo darei il mio cuore pieno di questa musica, per curarmelo tu, se puoi… Se puoi raccontarmelo. Ma si sprofonda, con questa canzone, in una caduta tesa e non so più esistere ed essere qualcosa, nemmeno per te. Musica. Mi lascia incompiuta. Non mi uccide del tutto. Mi esaurisco, mi spengo e “mi muoio” nella sua grandezza. Come dirtelo, Anna?! Si potrebbe aprire i pugni, per vedere cosa succede. Non succede niente. La musica mi sconvolge, mi stipa le mani di niente. È amare non amati. È il non poter parlare. Solitudine di noi due, Anna -che-non-sei-me.  E allora canto, che è la mia voglia di correre. La mia voglia ferma di correre. La mia paralisi.
Di correre.
Musica. La desidero con l’azzurro delle vene. Con tutto l’azzurro. Come un’infanzia
E piango, di un altro pianto. Che potrebbe essere lui la felicità. Se solo potessi chiamarlo. Ma si srotola dentro di me come se non avesse un nome. E chissà se anche tu, Anna, hai qualcosa da non chiamare?! Chissà se ce l’hai un tacere tutto tuo che non posso capirti, che non posso scontarti io, con pietà di te?!
Ho pena di noi due che ascoltiamo, desolate, la bellezza e il turbamento. Imprigionate nelle nostre distanze. In una reclusione di spazio incoercibile. Troppo spazio. Troppa musica, Anna. Ho troppo da amare... E mi volto al tuo nome, a una speranza o a un inganno. E continuo a camminare. Di un colore grasso, a tratti.
Ma muoio da me, come il silenzio di una stanza.


finanziato da: BEA alle ore 23:45 | link |commenti (46)
conto: parole, pensieri, musica, poesia, amore, riflessioni, 03 conto blu
martedì, 18 settembre 2007

MANETTE

Mia nonna dice che sono bella. Mi avrà scambiata per la nipote di un’altra.
Ho i capelli in disordine, il mio cuore scandisce l’eterogeneità degli eventi e impallidisce sulle guance, gonfia le palpebre. Non fuggo da lei, dalla malattia che le disperde parole e memoria per le stanze e sul divano, decido di  deglutire altrove –non qui- il mio pianto. Fuggo dal dovuto saper che fare, dall’inerzia del solito. E non so più che fare di me, in cambio. Ma spero e provo.
Il mio cane è la mia allegria e ci accompagna fino alla soglia, come una cerniera fra le cose che da molto ho amato lì e le stesse cose che fra poco continuerò ad amare non so dove.
I passi dal portone alla mia stanza sono solenni, porto sulle spalle la noia dell’aspettarmi chissà per quanto e l’obbedienza alla vita e  già penso a tutto il  passato che potrò distillare da un atto così presente e senza ritorno.
Il trasloco da un posto vivo: come un amore che finisce e rimane da qualche parte a farsi ricordare incompiuto e provvisorio, indimenticato e infinito, tanto quanto l’andarsene, demolendo  la casa, assomiglia al  lutto, col dolore circoscritto che in esso punge,  della fine.
La musica che dovrò ricordare, quando penserò ad oggi,  non è nulla di più dell’ultima sopravissuta, per sei minuti ancora, alla bocca ordinata degli scatoloni. Come certe vite, vive, per via di un poco, di un acaro in più, di un colpo di tosse. La musica che suona ora è l’ultima fra le dita, prima di chiudere tutto. Casta diva.
E’ il mio addio alle cose, non voluto. Con il cacciavite a svitare e l’impressione premonitrice di non tornare più, il cuore rapito.
Passo le casse con i fili tra le mensole, lungo gli stipiti, la musica mi passa da una mano all’altra e si dispera e urla come se a fuggire  fosse tutta la vita, senza di me.
Mia nonna è una piccola creatura della mia fuga. Non stessi fuggendo, sarebbero meno profonde le rughe e la deficienza del sorriso, meno affilata. Comprende solo musica e non me, che vado via e con questa speranza che soffia intorno, dalle note conosciute, mi fa piangere pensare che -morisse fra breve, mia nonna- oggi potrebbe essere l’ultima volta che non mi riconosce più.
Il mio cane mi guarda a lungo, mentre trovo un paio di manette in un cassetto e le metto via. Comincia a scodinzolare con tutta la gioia e l’amore che non so ancora, ma saprà bene la memoria. Fra otto mesi morirà, il mio amore di cane e scodinzola ora davanti alle manette con i suoi occhi canini.
Credeva fossero un guinzaglio.

lunedì, 10 settembre 2007

LUCIANO PAVAROTTI

Avevo paura, quando lo vedevo sudare, che si sciogliesse il nero della tinta. Gli grondasse dai capelli. Avevo già chiara l’immagine fittizia, come fosse stata un’abitudine, restavo tesa all’imbarazzo d’anticipo, tanto fasullo quanto palpabile, di vederlo come irrigato da un inchiostro. Alla fine, passava il bianco di un fazzoletto sulla fronte madida e non succedeva niente.
Ho anche cantato con lui, da bimba. Era la mia piccola infanzia canterina, piena di grandi cose e nomi non goduti, per via dei pochi anni e della distrazione, forse, di essere una bambina un po’ malinconica e preoccupata.
Non c’è più. Il mio non è il dolore di una perdita, ma piuttosto l’attaccamento ad un’epoca. Sento, come una valanga implosa da un’amnesia, la solitudine della vita, il passare, lo smottamento del tempo e dello spazio. Questa morte non si porta via solo un uomo e per me, tra l’altro, ha ben poco della morte di un uomo, ma si porta via –e dovrei vergognarmene- mia nonna in macchina,  con la cassetta a risuonare fra i sedili, dietro i finestrini, sul nostro coro vivace e sulla sua fierezza nell’insegnarmi quanto fosse buono  e dovuto amare Luciano.
E nel silenzio che abbiamo, tra noi, mia nonna malata ed io, vorrei dirle, fra tante cose, che è morto il suo bravo tenore, il nostro. Non capirebbe e non sarebbe una grande cosa raccontarle una  tristezza. E’ che non ci saremo mai più, noi tre, a cantare, e lo scopro oggi. Eravamo del mondo e non lo sapeva nessuno. Appartengo ad un cuore collettivo che ha respirato la stessa aria di un mito, così posso dire Luciano e siamo tutti a stringerci le mani in una comunione di pensieri. Siamo nostri e il collante è ricordare cose comuni, anche se su automobili diverse.
C’è il dolore di non poter dire  al mutismo di mia nonna che dentro un momento siamo state nostre e che non lo sapevo. E che Luciano è morto.

mercoledì, 08 agosto 2007

All'amica F., che ha il mio bene.

Avrei voluto, ad un certo punto,  dirti di mangiare e assicurarmi non ti mancasse niente. Perché se hai fame o se qualcosa ti manca,  io piango. La distanza delle cose che hai visto e delle mani che  hai stretto e di tanti baci che hai dovuto dare e della faccia – bellissima- sui muri e dei capelli da riconoscere e fermarli e degli anni (se vogliamo), la distanza non c’era.  Tu non lo sai,  non sai niente, ma da qui, da una poltrona blu, in mezzo a molto velluto e a molti respiri, ti dicevo grazie, come una briciola o una lacrima sciocca. Perché una volta  mi hai fatto ridere, d’estate, e mi hai distratto il cuore con l’idea di te. Distante e amabile com’eri –e sei- tu. Tu guardi sempre un po’ di sbieco e io, che ho sempre paura della  tua fretta lontana, non so mai trovare il tempo per spiegare, per darti lo specchio di quello che sei a volte, senza saperlo.
Io credevo che i desideri fossero futuri e che si aspettassero  perlopiù  a lungo e qualche volta per sempre e senza averli mai. Che vani e vanescenti come i desideri, fossero i desideri. Grazie a te, poi,  non era vero. O almeno uno no, era di carta.  E grazie al cielo , così, sono stata felice anch’io. E lo sarò ancora, si  spera. E quando ti ho detto “ è come se tu, a vent’ anni, con il tuo caro Fabrizio…”  , ti ho guardata ben bene e avevi un sorriso così arreso e stanco e due occhi così azzurri e  accesi, che sembravi una madre e una sorella e forse una figlia e  amica mia, una dolce creatura da ringraziare, mentre respira, sorda  su di sé, il suo spazio corrucciato. E poi avrei voluto, ad un certo punto, dirti “che buona che sei”,  anche sbagliando su di te, magari. E salvarti la voce e le mani e  le guance dal tempo e abbracciarti con le braccia più leggere e  forse piangere senza piangere, piangerti in faccia un po’ di bene.
E avrei voluto, no, “vorrei” che nessuno ti facesse male, che fossi eterna, con quegli avambracci che ballano per l’aria e con quel sorriso che fai quando ti si apre il cuore sulla folla. E ad un  certo punto ho pensato che non è detto mai che tutto quel battere  di mani sia proprio quello la tua felicità e te ne avrei augurata,  non fosse quella, una diversa e più grande e gialla. E tutta la mia  ti avrei dato, solo per come hai detto che “C’è un tempo bellissimo”, solo per come hai volato e sei stata vana, con tutti i  carrelli della spesa e gli attaccapanni e le persiane e i succhi di  frutta ai mirtilli che ci sono nell’universo, in questo universo. Solo per come sei stata vana. E umana. Per le mie pantofole. 
E  vorrei per questo, anche ora, come allora, tu fossi felice e  sempre, ma non come si fa per dire, ma come uno schiaffo a  spettinarti. E –scusa se lo dico- io vorrei e avrei voluto che la  tua pelle fosse sempre così tua e bianca e non riconoscere in te nessun cambiamento. Perché ne piangerei ad accorgermene. Fosse  sempre come lo immagino io, bello, il tuo cuore da bambina. Perché  mi ricorda i salti e il ghiacciolo all’amarena sulle scale, giù in  cortile e la torta di riso e la notte. Avrei voluto dirti grazie  perché sei piccola a volte, piccola come una che non si accorge di nulla. Ma a volte sì. E mentre canti non sai che io dico sul serio  e non tanto per dire. Ma adesso sì.

                                    F. & B.

martedì, 13 febbraio 2007

Maleducazione



E’ stupido e insensato essere sinceri come sono sincera a volte io. La mia maleducazione. Ho detto ad un pittore che preferivo i necrologi agli scritti che parlavano di lui (e poi lui si è toccato il cavallo dei pantaloni e io gli ho detto ”scherzo”). Sono scesa da una macchina al primo semaforo, di corsa, e sono scappata, senza voltarmi. Mi sono fatta trascinare lontano da via Mazzini perché non si sparisce così, dal sedile di dietro. Ma più di tutti ti ho detto che ti voglio bene e che sono stanca di quel modo tuo. Sono stanca di te e ti voglio bene. Perché c’è un dare ed un avere nelle cose e tu non vuoi niente e non dài niente. A lungo andare stanca la passività di non essere amati. 

La gente è imperfetta, si consuma, finisce e ha un carattere. Io ce l’ ho. I corpi, a volte, se li guardo da vicino, a studiarli, sono disgustosi e pieni di pori e capillari. E nascondono così tante vene ed organi e sangue e si deteriorano così necessariamente che mi lasciano esterrefatta. E lontana . Sono triste, sconsolata dall’essere umana. Ma qualche volta che grande bellezza che sei.  

La bellezza di certi corpi è tutta nella mia pelle. La sento sui polpastrelli, sui palmi: la colonna che tocco, il legno che accarezzo, il cuscino che affondo, la tua mano rara. C’è una bellezza segreta nell’umanità di certe forme, che sono sicura di essere la sola a vedere e a capire le tue cinque, fantastiche dita. Non sono capace di amare poco se amo tanto, né di amare un po’ di più, non amando per niente; incapace di sorridere e capirti, stare zitta quando serve, trattenere la rabbia, o il sorriso quando ridi. Spietata per ferirti e guarirti, ferirti o guarirti. O niente di tutto questo, spietata e basta, a misura mia, ché tu non ci pensi nemmeno, con tutti i pensieri che hai. 

L’odore del lexotan nel bicchiere –vorrei dirti- è il mio segnale che quello è il mio bicchiere. Questo lo sapevo solo io al mondo.

Sono entrata in un oratorio e c’erano quattro uomini che cantavano un canto gregoriano e c’erano fiori sparsi per terra e un odore fortissimo di rose. Petali. Le rose sono di tutti, tutti lo sanno. Ma che tu non c’eri l’ ho sofferto io. Ed è struggente come gli innamorati o come i graffi sulle rocce.

Ti voglio un bene che se tu sapessi quanto perderesti, se tu lo perdessi davvero, porteresti i guanti e mi saluteresti a bassa voce, perché è languido e pieno di dolcezza. E non è che tu non lo sappia. Non ti interessa. E’ un segreto diverso, l’obbligata omissione di chi non esiste.

Per tutto questo io ascolto canzoni e so che sono per te e te le dedico tutte, con verità e maleducazione, stringendo forte le meningi perché tu possa sentirle come una ventata nel cuore, improvvisamente, mentre stai parlando con qualcuno e ridi arricciando il naso o mentre cammini lasciando gli occhi sui prezzi di qualche vetrina. Perché quando ascolto tutto questo che fa di te una bellezza da soccorrere io so quanto sono buona e quanto pagherebbe il mondo intero per il mio pregiato bene ed è così che mi trucco io, davvero.

Ho poi pensato –un giorno- che all’improvviso, volendomi tu, potrei finire e lasciarti così come una cosa, ed è stato un attimo, ma poi mi sono rigirata, oltre quest’ombra. E’ così pieno di amore ascoltare l’amore, che bisogna ascoltare musica con un occhio solo e a zoppo galletto, perché sia tutta luce e gioco. C’è una linea sottile, per me, sotto una nota, appena oltre l’impossibilità dell’amore. E che io non amerò mai più non lo si dice a nessuno, tanto meno alla finzione che sei. E forse va bene così, che lontano dal mio cono d’ombra tu non mi voglia mai e che sia sempre dolce che tutte le canzoni siano tue, per il tuo cuore distante. A cantare sembra –e non vorrei dirlo- la mia vanità di avere un’anima col capriccio di non voler vedere quanto poco ci serviamo. E bisogna stare attenti, nel caso. Ho paura, se ci penso. E’ così languido il bene, mentre ascolto la privazione - disumana- del tuo che potrebbe scivolare e l’ombra è che sia finto il mio. Potrebbe farti male, così che prego di soffrire sempre la tua distanza e patirti in tutte le canzoni. Come se fosse tutto vero, vero il bene. 



finanziato da: BEA alle ore 20:32 | link |commenti (16)
conto: musica, amore, 03 conto blu
martedì, 09 gennaio 2007

Mamaioa - FIORELLA MANNOIA - Onda Tropicale

C’era una coccinella sul lavandino, agonizzante. La stessa coccinella l’avevo vista più volte in giro per casa e ogni volta mi aveva dato come il sentore di un dono celestiale e futuro, il presentimento di una qualche leggerezza, che fosse per me, appena fuori di casa. Prima l’ ho mossa con un dito e poi, con un pezzo di carta perché le zampine facessero presa sui pori, l’ ho sollevata. Cosa mangeranno le coccinelle? Ho pensato che essendo un animale anche lei, potesse avere sete e allora, bagnato appena il polpastrello, le ho dato da bere, così come usano bere le coccinelle. Non so se abbia bevuto davvero, ma poi l’ ho appoggiata sulla terra umida di una piantina. Non voglio sapere se sia morta. Non voglio vederla. Era la mia coccinella delle leggerezze, la mia coccinella della fortuna. Ho pensato che se qualcuno mi avesse raccontato da bambina che le cimici sono di buon auspicio, probabilmente mi sembrerebbero belle anche loro e ora le prenderei tra le mani nude e le salverei da me, che tento di lanciarle fuori dalla finestra munita di guanti e panni e giornali, per non sfiorarle nemmeno. Non riesco a credere che una coccinella possa essere anziana, per consolarmi, così come non può esistere una coccinella maschio. C’è una solitudine che cerco a volte. E’ quando sono piegata su qualche vita a guardare se si muove ancora. E’ il mio viaggio dentro le cose, lontana dal mondo. Il mio viaggio è distante e non so dove; tendo la mano verso di me, ma è proprio allora che non torno e non mi sveglio. C’è qualcosa di ovattante, a volte, in me, che non vuole che torni. Mi solleva a sprofondare. Mi affossa di leggerezza . E’ la bellezza. E’ così muta la bellezza che mi allontano per ascoltarla e non mi giro più al mio nome, in tutto quel silenzio. E’ un covare il dolore della vita, il male del bello senza voce. Si agita come un presagio di nulla che si strozzerà, morirà in se stesso. E’ la vita, il ripiegarsi della triste meraviglia che c’è nella meraviglia. E’ una grande ferita in me, che sento a volte, vivere. Perché l’amore che amo è più grande, la compassione che piango implode di carità, la passione che brucio è la più calda. Il colore non è solo colore, posso toccarlo. La musica –nient’altro che musica- come un rapimento, mi chiude gli occhi e mi lega le mani. Non c’è niente che mi consoli di più al mondo, di quello che per il mondo è niente. L’uscita di un nuovo disco, nuova musica. Così, per un nulla, un giorno sono scesa dalla macchina come la fretta; come lo scoppio imminente di una risata grandiosa. E dopo qualche passo –forse dopo una corsa- ho avuto fra le mani la voce che piace a me. Che per me è un miracolo. La mia liberazione volante. I capelli rossi e la maglia blu. Ho iniziato a scartare per strada l’involucro di plastica, la distanza. Gli occhi vacillavano fra i cappotti dei signori, più di un sorriso là giù in fondo, come il mio cane verso di me, a zampe levate, dalla cuccia alle braccia. Ho teso le orecchie con la paura che non mi piacesse, la trepidazione del rischio di una caduta. Ferma e librata. Liberata. Come ho potuto non fidarmi? Era sempre lei. Ecco una preghiera di salvezza, strozzarsi in gola, disperante. E non c’era niente, non c’è niente che mi perseguiti e nessun riscatto per me , è solo che qualche volta vorrei le braccia più larghe, perché non so abbracciare e non so cosa. In quei momenti vorrei pregare. Perché la voce che piace a me non si può accarezzarla e nemmeno prenderla per un polso e riempirla di schiaffi. Ma il nuovo disco ha volato e mi ha stretto le scapole con forti artigli di gomma, nel vuoto abbraccio che mi fa piangere, se ci penso; e allora avrei voluto pregare o mangiare o forse niente, proprio niente. Ho canzoni e momenti, ha detto all’inizio. La sua voce è piena di canzoni. Ho pianto, se piangere è non sapere più che cosa fare. Si vorrebbe prendere fra le dita la cara cosa che è e sollevarla come fossi io sua madre, vorrei. E avrei voluto -e vorrei- saper raccontare le canzoni della voce che piace a me e liberarmi da questo non poter essere un’altra. Ho acceso la macchina e me ne sono andata svelta verso casa. Avevo paura di rovinare qualcosa, di sciupare il premio alla mia attesa, per un’ingordigia sciocca, un’avidità di sorprese. Volevo un rito, per non pentirmi poi di aver ascoltato in fretta e male. Perché là dove manca una legge, nel dubbio, si potrebbe portare rispetto. Bisognerebbe accendere una candela, a vedere se serve. C’è un niente vivo che agita questa voce e che agita me, la presenza a se stessa, immobile e immutabile. In mezzo alle altre voci, si mescola in una leggerezza di coccinella insalvata che fa piegare la testa. Quel viaggio lontano, allora mio, fra le pareti e il pigiama, sapeva di nulla, sapeva che un dio servirebbe qualche volta, fra le cose inutili che ci rapiscono. Ho visto bene il grande abbraccio di cui parla lei. L ’ho visto e volava, pieno di tristezza, anche se rideva, e di ritorno. Fiorella Mannoia, nuova, per le mie matite e le maniglie delle porte, la vedevo bene, con le sue belle mani magre, aperte a riempirmi gli occhi di cose. Una fusione di voci, ma la sua l’ ho riconosciuta, è la mia felpa comoda. L’ ho riconosciuta e proprio per questo me ne sono stupita. Io la riconoscerei tra milioni questa voce, ma mi ha sorpreso come me ne fossi ricordata tutto a un tratto. Ballava e quasi non era lei. Non c’era bene più grande e semplice, in quel momento, di quel pieno bene per la voce e le sue note. Mi ha parlato di un viaggio. E’ una voce che, prima ancora di ogni partenza, già vuole tornare. Per un attimo mi ha abbracciato forte e ho pensato alle mani di uno sconosciuto, da bambina, a strapparmi da una tempesta di sabbia, sulla spiaggia, al mare. Mi ha sollevata ed era un affossarsi nell’essere io, me. E lontana dal mondo. Mi ha piegato la testa, Fiorella, e forse ha visto che mi muovevo ancora. E ho bevuto.

venerdì, 10 novembre 2006

Mille ancora

Riassunto: ci sono io che ho le tette ancora più grosse rispetto allo scritto precedente. E più sode.


Cerco la fine del mondo. Bologna di sera mangia, non chiacchiera, è chiusa in casa. Io sto sul lato di un dirupo. Guardo e negli occhi ho l'amore di non vederti ma saperti laggiù, tra le case, a fare di me una che non hai. Non esisto nemmeno stasera. Mi dimentichi su un dirupo. Vorrei lo strappo al tedio, il dente che cade. Non ho più niente adesso. Non ho più nulla, e poi te che nient’altro mi dai che un’altra cosa da non avere. Ma cerco un inganno, una forza che scelga. Il bilancio è confuso, è veloce e –Dio- come scorre non avere più niente. 

Ho alla fine un divano di cuoio, con una, lì seduta, che mi amava. Mi porta via.

Dal nulla, in questa nebbia sopra i fari, subito ho dieci anni, è estate, il caldo sulla pelle, l'umido dei muri. E' vivida e terrena la villa dei dieci anni. Mi porta via.

Mi portano via i mici nati da cercare dentro un tubo, ché è lì che si nascondono. Ho ancora che mi hanno detto "forse". 

C’è una lavanderia oltre il pozzo, è fresco là dentro, l'ombra ed un fazzoletto ed il sapone giallo e l'asse per stirare mi portano via. 

Mi porta via che è allergica alle api, anche lei

Il laghetto.

La remata ampia e profonda mi porta via.

Dio, mi porta via svuotare la barca -non me lo ricordavo da qui. Ha piovuto. Prendere un bicchiere e chinarmi ed alzarmi e chinarmi, finché non rimaniamo solo io ed il legno.

E per giunta, questa sera, c' era una donna con i tacchi seduta sul cannone di una bicicletta. Tornavo a casa con la stanchezza sulle braccia, quella che non so più chi abbracciare. E ho visto uno straccio sul cavalcavia con scritto "Ti amo".

Mi portano via.

Posso avere tutto questo amore anch'io. L'amore sulla macchina gommata nuova, ho anch'io i ciclamini sul davanzale,

l'amore senza polvere sui libri,

l'amore nel miele,

l'amore di chiamare quando arrivo. Cosa voglio di più? Quanto perdo?

Mi porta via il ciclamino.

Mi porta via la macchia sulla maglia, provare a farla andare via anche lei. Cerco la fine del mondo, Bologna di sera lava i piatti.

Portami via, è facile.

Mi portano via, di giorno, gli occhi, quando mi guardi. Che sbaglio è guardarsi. E' veloce come la fine, è una privazione, un delitto così confuso. Così confuso e tanto sbaglio io a guardarti, sbaglio tanto che un errore così mi porta via per ore.

Ma ti avrei detto vieni, sali sul treno, ti faccio vedere che non è come dici tu. Non è ridere il mio, non è entusiasmo il mio, non è allegria, non sono giovane. Raramente qualcosa mi porta via. Non mi perdo più, non mi innamoro più di niente, qualche volta mi innamora -è vero- un sorriso perché guarda me, e qualche volta -è così poco- solamente perché è un sorriso.  

Su di un treno che è una spinta, ho detto ad un uomo un'età che non è la mia. Mi sono scontata due anni. Mi sono sentita che lo dicevo, due anni in meno. Non lo faccio mai più, per rispetto del fatto che io, i miei anni, li ho sofferti tutti. A rimanere, a farmi portare via. Quanti anni hai detto che hai? 

Cerco la fine del mondo. Dove mi porta un treno -là, guarda- io sono altrove. Là, io sono rapita. E’ che guardano proprio me, appena cerco il mio posto in un vagone. Non lo crederesti, ma se ci si incontra, con gli occhi, è perché siamo distanti e non ne ho voglia. E' perché non siamo mai gli altri. Anche quando passo e ti abbassi a non guardare. Siamo così soli col nostro cuore che sul dirupo, se mi porta via una musica, non mi trovi più. Quanto perdi? Non ti trovo mai.  

Ma mi portano via certe occhiate e il dito con l'anello, la sinistra, mi porta via la destra, toccarla. Mi portano via gli occhiali, l'orologio, mi portano via, sempre, le scarpe.

Scendi dal treno. Ti faccio vedere che non è come dici tu. Non è un lungo futuro il mio, non c'è così tanto tempo, non sono piena di possibilità. Tieni la mia mano, ti salvo. E poi tienila e salvami tu. Scendevo dal treno solo ieri, per salire sul dirupo. Qualcosa, nonostante tutto mi porta ancora via.

Dio, era la donna con i tacchi a portarmi via, per strada. Poi sto solamente dietro un parabrezza e resto più di tutti. Sto tornando, ho le mani crepate, poco amore, alcuni mi dimenticano.

Mi portasse via, all'improvviso, la musica. Mille anni al mondo, mille ancora, che bell'inganno sei, anima mia. Mi porta via la parola “bello”. Bello. E' più larga, da qui. E' più larga quando ho sperato, non ho avuto e torno a casa. E' così larga, detta così. Fa così male, è così dolce. Detta così a una che si perde dietro un tacco, a una che si perde sulla risata, che aspetta il suo nome per voltarsi, a una così. Fa così male accontentarsi, è così un dolore patire e fingere la bellezza; rimanere inchiodata. E' un chiodo come su di un bacio che non dò, sullo sforzo della leggerezza. Che bell'inganno sei anima mia. Un Nobel, un Nobel per la musica alla musica della parola "bello". Detta così, detta ad una che sta a lato del dirupo mentre Bologna mangia, ad una che la dimenticano. Bell'inganno. Anima. Un Nobel alle due "A" che aprono così tanto le braccia, mentre io sono un ramo secco e non so più chi vorrei mi abbracciasse. A questa tristezza che non sa nemmeno essere triste, che non è capace di niente e non chiede nient'altro che dire "bello". Un Nobel per questo verso che vorrei andarmene io, con le mie gambe; giù dal dirupo, sulla tua bocca. Un Nobel che rivorrei le braccia e correre come una vela. Quando torno. Un Nobel perché a volte vorrei tornare.

Ma mi porta via la curva, la linea tratteggiata. Riparto, abbaglio, vado avanti.

L'uomo sulla macchina mi porta via.

Mi sento il contraltare del mondo, mi sento lontana e abbandonata.

Ma forse rimango sempre china sul tubo. E alla fine c'erano.

Così poi ritorno e mi sento che vorrei essere te, per vedere quanto soffri tu ora, quanti anni hai e se c'è da fidarsi, a questo punto, a non portarti via.  
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conto: musica, amore, riflessioni, racconti, vita, bologna
sabato, 28 ottobre 2006

BOLOGNA, GLI SEI MANCATA

Io da piccola Lucio Dalla lo ammiravo. Mi ero fatta un'idea su di lui tutta personale. Nel mio immaginario, Lucio Dalla era un omone alto con la barba, una specie di Babbo Natale castano. E cantava. Lucio Dalla non era di Bologna, secondo me. A dire il vero, io credevo che tutti fossimo di Bologna. Le elementari le facevo anch'io -è vero-, studiavo la geografia, si parlava di Lazio, Veneto, Sicilia, ma per me quello che si diceva in classe e quello che succedeva fuori erano due cose diverse. La vita vera -mica stavamo a pettinar le bambole- era che tutti eravamo di Bologna e non si stesse a discutere. Naturalmente, Lucio Dalla non poteva essere da meno, non era  una mosca bianca. Lucio lo stimavo. Era quello cha cantava Anna e Marco, Quale allegria, Futura, per non parlare di quella che è la mia preferita ma ora non mi viene in mente il titolo (tu corri dietro al vento e sembri una farfalla eccetera). Lo stimavo. Era un cantante barbuto, cosmopolita, che cantava delle belle canzoni.  Poi venne il tempo dell'album Attenti al lupo. Ecco. Proprio in quel tempo, ricordo che andavo in giro con mia nonna in macchina. Mia nonna in versione automobilista  era fonte di grande imbarazzo. Difatti guidava ai 20 km/h, in mezzo alla strada, creando lunghi cortei di macchine che suonavano. Andare in macchina con lei era come andare ad un Matrimonio. Io mi vergognavo così tanto che mi mettevo tutta piegata sulla pedanina, sotto il sedile, in modo tale che quelli che la sorpassavano da destra, mentre si voltavano verso di noi -interrogativi- per dire "Chi cazzo è 'st'idiota che mette la freccia per fare una curva obbligatoria", non mi riconoscessero e non pensassero che io avessi dei legami di parentela con l'idiota. In questi nostri viaggi interminabili ascoltavamo la cassetta Attenti al Lupo. Fu allora che iniziai a  far convivere due immagini profondamente distinte dello stesso uomo. Fu allora che raggiunsi la maturità emotiva.  Possibile che quel Lucio Dalla là, quello di Anna e Marco, abbia scritto una canzone sull'amore che dice per 7 minuti -mentre mia nonna tenta una partenza in salita- "ah l'amore asdrubaldì-asdrubaldà, storunti-Nasdak, ah l'amore Euribor sdrabladidu'"? Possibile? Sì. Da allora la mia idea su di lui iniziò a mutare in peggio, seppure  fomentata parzialmente da quel riflesso condizionato che era la guida di mia nonna. Poi arriva il 2006. Canzone su Bologna. Ora voglio dire: a distanza di anni ed anni, ho capito molte cose. Ho avuto tempo per scoprire -con l'esperienza- che Lucio Dalla è bolognese come me, che mi arriva all'incirca all'altezza del coccige (e ho il culo basso), che è biondo tinto e che -accostato alla Nannini- è più femminile lui, ma non ho avuto tempo per meditare sul suo nuovo lavoro. La canzone è ignobile, ma parla di Bologna e le devo voler bene per forza. Non fosse altro per mia nonna che "lungo l'autostrada" (cito la prima strofa), lei l'autostrada la prendeva al contrario. Cara nonna. Ma io penso al testo:



  • Lungo l’autostrada da lontano ti vedrò

  • ecco là le luci di San Luca (E fin qui è vero, le vedo anch'io)

  • entrando dentro al centro, l’auto si rovina un pò

  • Bologna, ogni strada c’è una buca ( E' vero. Io ho distrutto lo scooter, a 14 anni, finendo in una buca che era stata, da giovane, una piscina termale)

  • per prima cosa mangio una pizza da Altero (mai visto Dalla da Altero, anche perché per mangiare una pizza da Altero devi metterti ad aspettare e chiedere la gravidanza a rischio)

  • c’è un barista buffo, un tipo nero (non è vero)

  • Bologna, sai mi sei mancata un casino,

  • aspetto mezzanotte chè il giornale comprerò

  • lo stadio, il trotto, il Resto del Carlino

  • piove molto forte ma tanto non mi bagnerò

  • c’è un bar col portico, mi faccio un cappuccino (Dopo la pizza? Burp)

  • ma che casino, quanta gente, cos’è sta confusione?

  • c’è una puttana, anzi no: è un busone (...Tu? Trattasi di via fatta di specchi.)

  • Bologna, sai mi sei mancata un casino

  • chissà se in questa strada si può entrare oppure no? (Leggi i cartelli)

  • ah no, c’è Sirio, ma che due maroni

  • così cammino per la piazza (Ma non eri in macchina?)

  • con una merda sul paletot

  • ma perché anche col buio volano i piccioni? (E te non vai mai a letto?)

  • voglio andarmene sui colli (Ecco, bravo. Vacci)

  • voglio andarmene a vedere il temporale

  • tra i fulmini coi tuoni mi sembra di volare (Coi fulmini?)

  • nel tempo dei ricordi perdermi e affogare

  • figurine, piedi sporchi e ancora i compiti da fare

  • le pugnette sui tetti, che belli quei cieli (Penso a quello che è venuto a mettermi la parabolica per SKY.Pover'uomo)

  • seduti lì insieme con le nuvole che cambiano colore

  • bocche rosse d’estate, cocomeri in fiore (Cocomeri in fiore?)

  • come è buono nei viali il profumo dei tigli (Questo è vero)

  • con della benzina l’odore

  • certe notti stellate nei cine all’aperto

  • e le lucciole che si corrono dietro,(Le lucciole non le vediamo più dal 1948. Causa inquinamento, le lucciole muoiono ancor prima di essere concepite)

  • si corrono dietro per fare l’amore (Ma tu stai sempre a pensare a quello? Boh.)

  • com’è bello andar a fare l’amore (Ecco, vedi?!)

  • c’è un tuono più forte che la notte svanisce

  • mi sveglio di colpo più stanco più solo

  • mentre il cielo schiarisce

  • accendo il motore, guardo nello specchietto

  • e vedo riflessa con un po' di dolore

  • Bologna col rosso dei muri alle spalle

  • che poco a poco sparisce

  • metto la freccia e vado sulla luna

  • vado a trovare la luna.


Io 'sta canzone, nonostante tutto, nonostante l'apparenza, non riesco ad odiarla. Però Dalla è proprio basso e biondo. Mia nonna è bionda, ma almeno è una bella sgnacchera alta. Sbaradu'- Sbaradu'- Sbaraduldidoblo'.

martedì, 24 ottobre 2006

MISERICORDIA CON I GUANTI

L'oggetto




Come di consueto, siccome facciamo sempre tutti finta di leggermi (me compresa), vi faccio il riassunto di quello che ho scritto. Così voi dite "Fico", "A pperò!" E non avete letto, ma tanto io non lo so e non me ne accorgo, grazie al magico



Riassunto: c'ero io che ero in campagna anche se non sono una bestia e c'erano pure le tette però pioveva pure.




Sentivo un raschiare continuo, un pianto, uno sbuffare. Ho fatto entrare un cane: c’erano i tuoni. C’erano i lampi. Che buio stare qui in campagna. Che umido stare sulla soglia della porta della tua casa di campagna. Il cane bruttissimo e magro tremava e aveva un pelo irsuto di nodi e di sporcizia randagia, tanto che abbiamo riso. Ma il cane piangeva a suo modo, con il terrore sotto la coda.



Potevo io non amare la sua tristezza di bestia? Ho amato tristezze più trascurabili. E allora mi sono commossa, mentre ridevo. Volevo amarlo così che mi vedesse, che lo sentisse e capisse, ma puzzava tanto e altrettanto temevo le zecche che mi sono messa i guanti per accarezzarlo, ché sentisse che lo amavo. Ridevamo come piangendo perché il cane era brutto, puzzava ma -ad un tempo- tremava. Ridevo disperata. Mi faceva ridere di riflesso pensare che a te per prima facesse ridere quella mia misericordia con i guanti, quella mia crudeltà piena di carezze. Ridevo di tristezza. E ho continuato e ho cercato guanti da giardino per ridere di più di quella bestia. Ed era sempre più una pena ridere così. Sentivo la disperazione ed il riso divorarmi, perché –capisci- volevo salvarlo con i guanti. Ridevi ridevi ridevi anche tu.



Il cane si è nascosto in un angolo accanto al divano: tuonava ancora. Sentivamo l’odore forte di un animale sporco e bagnato. Che guanti che servono per amarci tutti.



Il cane non voleva più uscire. Sono rimasta con lui davanti al camino e tu te ne sei andata a fare un bagno solo per averlo amato a mani nude.



Rimasti da soli, non ridevo più. Si era sistemato tremante, con gli occhi sgranati, davanti ad una pila di dischi di quando eri ragazza. Così, ricordandomene, ho provato un improvviso desiderio di musica, di musica tua, per aspettarti. Volevo si spostasse. Gli ho detto vieni, per allontanarlo. Non si muoveva, dalla paura. Mi sono incantata a guardare, dietro l’ispido dei peli, un disco abbandonato a testa in giù: due seni nudi, un bambino, piume, ed un uomo avvolto nella carta di giornale, sotto un cielo d’erba. Il cane sporco e bagnato.



Rimasti da soli, avevo paura. Rimasti da soli, non volevo avvicinarmi più. Due seni nudi, carta di giornale, piume.



Che silenzio la tua casa di campagna. Il cane tremava e mi guardava. Non avevo il coraggio di avvicinarmi ai tuoi dischi, perché fuori tuonava anche per me. Allora ho pensato, per averlo scoperto, che quando ci sei ho più coraggio. Quando ci sei, ogni cane spaventato può sbranarmi, mentre lo accarezzo, compatisco e derido.



Sentivo rimbombare l’acqua nella vasca. Pensavo alla tua pelle che cambia e alla tua età, a quanto tempo c’è voluto per non farti avere più gli anni che ho io: ci sono voluti venti anni. Una nuvola di capelli, due seni nudi, carta di giornale, l’ispido dei peli, il cane.



Ti ho aspettata, con la furia di coprire quella solitudine con il coraggio.



La mia musica era sentire il cane che tremava, l’acqua della tua vasca e la copertina capovolta che chissà quante volte tu hai guardato diritta. Ascoltavo musica a modo mio, con l’odore del cane nelle narici. Perché immaginavo potesse essere un cantante lontano, biondo e folle, figlio dei fiori, che ti faceva da sfondo mentre fumavi spinelli, vent’anni fa. Due seni nudi, dietro l’ispido dei peli di un randagio. Inclinavo un po’ la testa, a vedere se capivo chi fosse a cantare così muto.



Rimasti da soli -il cane ed io-, la musica era non poterla ascoltare, per paura di niente: non ho paura dei cani, infatti. Ho paura dei gatti, quando sei con me, ma mentre tu ti immergevi nel sapone e tuonava, ho scoperto che con certi randagi non ho voglia di rischiare, che preferisco che tu ritorni comunque.



Il cane si è spostato: lingua fuori (di angoscia), unghie a strisciare sul pavimento, gli occhi da bestia sperduta incosciente. “Il nostro caro angelo” ho letto. E ha cantato. Il tuo disco, dentro al cartone, ha cantato. L’ho sentito e non parlava e non fiatava. Due seni, carta di giornale, peli randagi, piume, l’acqua del tuo bagno. Niente a che vedere con le tue canne di ragazza, nulla di lontano, nulla di biondo: Lucio Battisti, dentro al cartone rivoltato a testa in giù. Il ritornello sulla carta di giornale, sul bambino nudo, sui peli del cane mi ha seguita e ha suonato per farti tornare ragazza. Mi ha seguita e ha suonato finché non sei tornata da me, quarantenne, davanti al tuo camino e hai detto, come a svegliarmi, “facciamolo uscire”. Il cane, intendevi. E ha smesso di cantare. Il disco ha smesso di cantare, le piume hanno smesso di cantare, ha smesso di cantare l’uomo avvolto nella carta di giornale. Ho sentito tornare il dolore e la pietà del tuo giardino oltre la porta. È tornato il coraggio. Mentre tu ti portavi addosso una scia di mirra e di calore, ho risentito l’odore del cane che ci faceva ridere. Non è tornato il riso. Che tristezza e coraggio servono per amarsi meno, a volte. E che umido stare sulla soglia della porta della tua casa di campagna. Fallo uscire, mi hai detto, non piove più.

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sabato, 21 ottobre 2006

FIORELLA MISCELLANEA

E' con ponderata copia-incollatura che oggi, 21 ottobre 2006, riesumo un testo del 2003 e lo metto qui, perché credevo di averlo già fatto e invece no e poi  qui dentro ci metto tutto perché a volte sono  come il maiale e non  mi butto via per niente.  Trattasi di una specie di recensione sulla voce di Fiorella Mannoia.  Ehm ehm.


Voglio capire cosa mi piace della tua voce. Voglio decifrarla, schematizzarla, categorizzarla, spogliarla, scarnificarla. Hai una voce ferma. Questo mi piace: la fermezza, ma una fermezza che vibra, scossa intimamente da una sorta di languore. Sì, mi piace che non sia assolutamente ferma, come invece la sua  fermezza starebbe a dimostrare. E' solida, irremovibilmente solida, tuttavia estremamente lasciva nel farsi modellabile e sinuosa, sì: "sinuosa". Ed è profonda:  un baratro, un abisso; trapassa la terra, la penetra come un tuffo. E' la notte, è l' Oscuro la tua voce: soave e trasparente. E quanto più s' oscura, tanto più fa mostra dei suoi stessi bagliori. Perché è notte fonda la tua voce, le due di notte, per l' esattezza, di notte assolata. Mi piace la tua voce perché conserva un mistero e  nostalgia e, soprattutto, rimpianto - "rimorso" no!- "rimpianto", malinconia; nasconde lacrime e un lamento e non ha nulla da nascondere, fa mostra di sé, senza pudore, perché è decisa la tua voce, è dispotica, ferrea, non transige, ma umilissimevolmente non si dà vanto, peso, importanza. La tua voce democratica. La tua voce  è tonda ed è blu. Mi piace  perché è vasta, s'espande (a macchia d' olio?!) eppure rimane circoscritta, spessa, si incanala, per seguire, senza scampo, il binario più dritto. Praticamente è una linea retta ed è rossa. E' un qualche infinito la tua voce, ma non dura mai abbastanza. E' una disperazione, struggente, dolorosa, folle come la pace dei sensi, un dormire senza sogni. La tua voce fa sognare. E' dura la tua voce, ma ci sbatterei la faccia, e sarebbe come  sprofondare in un pantano. O in una nuvola, di quelle bianche.

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conto: musica, recensioni, riflessioni, 03 conto blu