
LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

Moltiplica
MANETTEMia nonna dice che sono bella. Mi avrà scambiata per la nipote di un’altra.
Ho i capelli in disordine, il mio cuore scandisce l’eterogeneità degli eventi e impallidisce sulle guance, gonfia le palpebre. Non fuggo da lei, dalla malattia che le disperde parole e memoria per le stanze e sul divano, decido di deglutire altrove –non qui- il mio pianto. Fuggo dal dovuto saper che fare, dall’inerzia del solito. E non so più che fare di me, in cambio. Ma spero e provo.
Il mio cane è la mia allegria e ci accompagna fino alla soglia, come una cerniera fra le cose che da molto ho amato lì e le stesse cose che fra poco continuerò ad amare non so dove.
I passi dal portone alla mia stanza sono solenni, porto sulle spalle la noia dell’aspettarmi chissà per quanto e l’obbedienza alla vita e già penso a tutto il passato che potrò distillare da un atto così presente e senza ritorno.
Il trasloco da un posto vivo: come un amore che finisce e rimane da qualche parte a farsi ricordare incompiuto e provvisorio, indimenticato e infinito, tanto quanto l’andarsene, demolendo la casa, assomiglia al lutto, col dolore circoscritto che in esso punge, della fine.
La musica che dovrò ricordare, quando penserò ad oggi, non è nulla di più dell’ultima sopravissuta, per sei minuti ancora, alla bocca ordinata degli scatoloni. Come certe vite, vive, per via di un poco, di un acaro in più, di un colpo di tosse. La musica che suona ora è l’ultima fra le dita, prima di chiudere tutto. Casta diva.
E’ il mio addio alle cose, non voluto. Con il cacciavite a svitare e l’impressione premonitrice di non tornare più, il cuore rapito.
Passo le casse con i fili tra le mensole, lungo gli stipiti, la musica mi passa da una mano all’altra e si dispera e urla come se a fuggire fosse tutta la vita, senza di me.
Mia nonna è una piccola creatura della mia fuga. Non stessi fuggendo, sarebbero meno profonde le rughe e la deficienza del sorriso, meno affilata. Comprende solo musica e non me, che vado via e con questa speranza che soffia intorno, dalle note conosciute, mi fa piangere pensare che -morisse fra breve, mia nonna- oggi potrebbe essere l’ultima volta che non mi riconosce più.
Il mio cane mi guarda a lungo, mentre trovo un paio di manette in un cassetto e le metto via. Comincia a scodinzolare con tutta la gioia e l’amore che non so ancora, ma saprà bene la memoria. Fra otto mesi morirà, il mio amore di cane e scodinzola ora davanti alle manette con i suoi occhi canini.
Credeva fossero un guinzaglio.
LUCIANO PAVAROTTI
All'amica F., che ha il mio bene.Avrei voluto, ad un certo punto, dirti di mangiare e assicurarmi non ti mancasse niente. Perché se hai fame o se qualcosa ti manca, io piango. La distanza delle cose che hai visto e delle mani che hai stretto e di tanti baci che hai dovuto dare e della faccia – bellissima- sui muri e dei capelli da riconoscere e fermarli e degli anni (se vogliamo), la distanza non c’era. Tu non lo sai, non sai niente, ma da qui, da una poltrona blu, in mezzo a molto velluto e a molti respiri, ti dicevo grazie, come una briciola o una lacrima sciocca. Perché una volta mi hai fatto ridere, d’estate, e mi hai distratto il cuore con l’idea di te. Distante e amabile com’eri –e sei- tu. Tu guardi sempre un po’ di sbieco e io, che ho sempre paura della tua fretta lontana, non so mai trovare il tempo per spiegare, per darti lo specchio di quello che sei a volte, senza saperlo.
Io credevo che i desideri fossero futuri e che si aspettassero perlopiù a lungo e qualche volta per sempre e senza averli mai. Che vani e vanescenti come i desideri, fossero i desideri. Grazie a te, poi, non era vero. O almeno uno no, era di carta. E grazie al cielo , così, sono stata felice anch’io. E lo sarò ancora, si spera. E quando ti ho detto “ è come se tu, a vent’ anni, con il tuo caro Fabrizio…” , ti ho guardata ben bene e avevi un sorriso così arreso e stanco e due occhi così azzurri e accesi, che sembravi una madre e una sorella e forse una figlia e amica mia, una dolce creatura da ringraziare, mentre respira, sorda su di sé, il suo spazio corrucciato. E poi avrei voluto, ad un certo punto, dirti “che buona che sei”, anche sbagliando su di te, magari. E salvarti la voce e le mani e le guance dal tempo e abbracciarti con le braccia più leggere e forse piangere senza piangere, piangerti in faccia un po’ di bene.
E avrei voluto, no, “vorrei” che nessuno ti facesse male, che fossi eterna, con quegli avambracci che ballano per l’aria e con quel sorriso che fai quando ti si apre il cuore sulla folla. E ad un certo punto ho pensato che non è detto mai che tutto quel battere di mani sia proprio quello la tua felicità e te ne avrei augurata, non fosse quella, una diversa e più grande e gialla. E tutta la mia ti avrei dato, solo per come hai detto che “C’è un tempo bellissimo”, solo per come hai volato e sei stata vana, con tutti i carrelli della spesa e gli attaccapanni e le persiane e i succhi di frutta ai mirtilli che ci sono nell’universo, in questo universo. Solo per come sei stata vana. E umana. Per le mie pantofole.
E vorrei per questo, anche ora, come allora, tu fossi felice e sempre, ma non come si fa per dire, ma come uno schiaffo a spettinarti. E –scusa se lo dico- io vorrei e avrei voluto che la tua pelle fosse sempre così tua e bianca e non riconoscere in te nessun cambiamento. Perché ne piangerei ad accorgermene. Fosse sempre come lo immagino io, bello, il tuo cuore da bambina. Perché mi ricorda i salti e il ghiacciolo all’amarena sulle scale, giù in cortile e la torta di riso e la notte. Avrei voluto dirti grazie perché sei piccola a volte, piccola come una che non si accorge di nulla. Ma a volte sì. E mentre canti non sai che io dico sul serio e non tanto per dire. Ma adesso sì.

Maleducazione
Mamaioa - FIORELLA MANNOIA - Onda TropicaleC’era una coccinella sul lavandino, agonizzante. La stessa coccinella l’avevo vista più volte in giro per casa e ogni volta mi aveva dato come il sentore di un dono celestiale e futuro, il presentimento di una qualche leggerezza, che fosse per me, appena fuori di casa. Prima l’ ho mossa con un dito e poi, con un pezzo di carta perché le zampine facessero presa sui pori, l’ ho sollevata. Cosa mangeranno le coccinelle? Ho pensato che essendo un animale anche lei, potesse avere sete e allora, bagnato appena il polpastrello, le ho dato da bere, così come usano bere le coccinelle. Non so se abbia bevuto davvero, ma poi l’ ho appoggiata sulla terra umida di una piantina. Non voglio sapere se sia morta. Non voglio vederla. Era la mia coccinella delle leggerezze, la mia coccinella della fortuna. Ho pensato che se qualcuno mi avesse raccontato da bambina che le cimici sono di buon auspicio, probabilmente mi sembrerebbero belle anche loro e ora le prenderei tra le mani nude e le salverei da me, che tento di lanciarle fuori dalla finestra munita di guanti e panni e giornali, per non sfiorarle nemmeno. Non riesco a credere che una coccinella possa essere anziana, per consolarmi, così come non può esistere una coccinella maschio. C’è una solitudine che cerco a volte. E’ quando sono piegata su qualche vita a guardare se si muove ancora. E’ il mio viaggio dentro le cose, lontana dal mondo. Il mio viaggio è distante e non so dove; tendo la mano verso di me, ma è proprio allora che non torno e non mi sveglio. C’è qualcosa di ovattante, a volte, in me, che non vuole che torni. Mi solleva a sprofondare. Mi affossa di leggerezza . E’ la bellezza. E’ così muta la bellezza che mi allontano per ascoltarla e non mi giro più al mio nome, in tutto quel silenzio. E’ un covare il dolore della vita, il male del bello senza voce. Si agita come un presagio di nulla che si strozzerà, morirà in se stesso. E’ la vita, il ripiegarsi della triste meraviglia che c’è nella meraviglia. E’ una grande ferita in me, che sento a volte, vivere. Perché l’amore che amo è più grande, la compassione che piango implode di carità, la passione che brucio è la più calda. Il colore non è solo colore, posso toccarlo. La musica –nient’altro che musica- come un rapimento, mi chiude gli occhi e mi lega le mani. Non c’è niente che mi consoli di più al mondo, di quello che per il mondo è niente. L’uscita di un nuovo disco, nuova musica. Così, per un nulla, un giorno sono scesa dalla macchina come la fretta; come lo scoppio imminente di una risata grandiosa. E dopo qualche passo –forse dopo una corsa- ho avuto fra le mani la voce che piace a me. Che per me è un miracolo. La mia liberazione volante. I capelli rossi e la maglia blu. Ho iniziato a scartare per strada l’involucro di plastica, la distanza. Gli occhi vacillavano fra i cappotti dei signori, più di un sorriso là giù in fondo, come il mio cane verso di me, a zampe levate, dalla cuccia alle braccia. Ho teso le orecchie con la paura che non mi piacesse, la trepidazione del rischio di una caduta. Ferma e librata. Liberata. Come ho potuto non fidarmi? Era sempre lei. Ecco una preghiera di salvezza, strozzarsi in gola, disperante. E non c’era niente, non c’è niente che mi perseguiti e nessun riscatto per me , è solo che qualche volta vorrei le braccia più larghe, perché non so abbracciare e non so cosa. In quei momenti vorrei pregare. Perché la voce che piace a me non si può accarezzarla e nemmeno prenderla per un polso e riempirla di schiaffi. Ma il nuovo disco ha volato e mi ha stretto le scapole con forti artigli di gomma, nel vuoto abbraccio che mi fa piangere, se ci penso; e allora avrei voluto pregare o mangiare o forse niente, proprio niente. Ho canzoni e momenti, ha detto all’inizio. La sua voce è piena di canzoni. Ho pianto, se piangere è non sapere più che cosa fare. Si vorrebbe prendere fra le dita la cara cosa che è e sollevarla come fossi io sua madre, vorrei. E avrei voluto -e vorrei- saper raccontare le canzoni della voce che piace a me e liberarmi da questo non poter essere un’altra. Ho acceso la macchina e me ne sono andata svelta verso casa. Avevo paura di rovinare qualcosa, di sciupare il premio alla mia attesa, per un’ingordigia sciocca, un’avidità di sorprese. Volevo un rito, per non pentirmi poi di aver ascoltato in fretta e male. Perché là dove manca una legge, nel dubbio, si potrebbe portare rispetto. Bisognerebbe accendere una candela, a vedere se serve. C’è un niente vivo che agita questa voce e che agita me, la presenza a se stessa, immobile e immutabile. In mezzo alle altre voci, si mescola in una leggerezza di coccinella insalvata che fa piegare la testa. Quel viaggio lontano, allora mio, fra le pareti e il pigiama, sapeva di nulla, sapeva che un dio servirebbe qualche volta, fra le cose inutili che ci rapiscono. Ho visto bene il grande abbraccio di cui parla lei. L ’ho visto e volava, pieno di tristezza, anche se rideva, e di ritorno. Fiorella Mannoia, nuova, per le mie matite e le maniglie delle porte, la vedevo bene, con le sue belle mani magre, aperte a riempirmi gli occhi di cose. Una fusione di voci, ma la sua l’ ho riconosciuta, è la mia felpa comoda. L’ ho riconosciuta e proprio per questo me ne sono stupita. Io la riconoscerei tra milioni questa voce, ma mi ha sorpreso come me ne fossi ricordata tutto a un tratto. Ballava e quasi non era lei. Non c’era bene più grande e semplice, in quel momento, di quel pieno bene per la voce e le sue note. Mi ha parlato di un viaggio. E’ una voce che, prima ancora di ogni partenza, già vuole tornare. Per un attimo mi ha abbracciato forte e ho pensato alle mani di uno sconosciuto, da bambina, a strapparmi da una tempesta di sabbia, sulla spiaggia, al mare. Mi ha sollevata ed era un affossarsi nell’essere io, me. E lontana dal mondo. Mi ha piegato la testa, Fiorella, e forse ha visto che mi muovevo ancora. E ho bevuto.
Mille ancora
BOLOGNA, GLI SEI MANCATAIo da piccola Lucio Dalla lo ammiravo. Mi ero fatta un'idea su di lui tutta personale. Nel mio immaginario, Lucio Dalla era un omone alto con la barba, una specie di Babbo Natale castano. E cantava. Lucio Dalla non era di Bologna, secondo me. A dire il vero, io credevo che tutti fossimo di Bologna. Le elementari le facevo anch'io -è vero-, studiavo la geografia, si parlava di Lazio, Veneto, Sicilia, ma per me quello che si diceva in classe e quello che succedeva fuori erano due cose diverse. La vita vera -mica stavamo a pettinar le bambole- era che tutti eravamo di Bologna e non si stesse a discutere. Naturalmente, Lucio Dalla non poteva essere da meno, non era una mosca bianca. Lucio lo stimavo. Era quello cha cantava Anna e Marco, Quale allegria, Futura, per non parlare di quella che è la mia preferita ma ora non mi viene in mente il titolo (tu corri dietro al vento e sembri una farfalla eccetera). Lo stimavo. Era un cantante barbuto, cosmopolita, che cantava delle belle canzoni. Poi venne il tempo dell'album Attenti al lupo. Ecco. Proprio in quel tempo, ricordo che andavo in giro con mia nonna in macchina. Mia nonna in versione automobilista era fonte di grande imbarazzo. Difatti guidava ai 20 km/h, in mezzo alla strada, creando lunghi cortei di macchine che suonavano. Andare in macchina con lei era come andare ad un Matrimonio. Io mi vergognavo così tanto che mi mettevo tutta piegata sulla pedanina, sotto il sedile, in modo tale che quelli che la sorpassavano da destra, mentre si voltavano verso di noi -interrogativi- per dire "Chi cazzo è 'st'idiota che mette la freccia per fare una curva obbligatoria", non mi riconoscessero e non pensassero che io avessi dei legami di parentela con l'idiota. In questi nostri viaggi interminabili ascoltavamo la cassetta Attenti al Lupo. Fu allora che iniziai a far convivere due immagini profondamente distinte dello stesso uomo. Fu allora che raggiunsi la maturità emotiva. Possibile che quel Lucio Dalla là, quello di Anna e Marco, abbia scritto una canzone sull'amore che dice per 7 minuti -mentre mia nonna tenta una partenza in salita- "ah l'amore asdrubaldì-asdrubaldà, storunti-Nasdak, ah l'amore Euribor sdrabladidu'"? Possibile? Sì. Da allora la mia idea su di lui iniziò a mutare in peggio, seppure fomentata parzialmente da quel riflesso condizionato che era la guida di mia nonna. Poi arriva il 2006. Canzone su Bologna. Ora voglio dire: a distanza di anni ed anni, ho capito molte cose. Ho avuto tempo per scoprire -con l'esperienza- che Lucio Dalla è bolognese come me, che mi arriva all'incirca all'altezza del coccige (e ho il culo basso), che è biondo tinto e che -accostato alla Nannini- è più femminile lui, ma non ho avuto tempo per meditare sul suo nuovo lavoro. La canzone è ignobile, ma parla di Bologna e le devo voler bene per forza. Non fosse altro per mia nonna che "lungo l'autostrada" (cito la prima strofa), lei l'autostrada la prendeva al contrario. Cara nonna. Ma io penso al testo:
Io 'sta canzone, nonostante tutto, nonostante l'apparenza, non riesco ad odiarla. Però Dalla è proprio basso e biondo. Mia nonna è bionda, ma almeno è una bella sgnacchera alta. Sbaradu'- Sbaradu'- Sbaraduldidoblo'.
MISERICORDIA CON I GUANTIL'oggetto
Come di consueto, siccome facciamo sempre tutti finta di leggermi (me compresa), vi faccio il riassunto di quello che ho scritto. Così voi dite "Fico", "A pperò!" E non avete letto, ma tanto io non lo so e non me ne accorgo, grazie al magico
Riassunto: c'ero io che ero in campagna anche se non sono una bestia e c'erano pure le tette però pioveva pure.
Sentivo un raschiare continuo, un pianto, uno sbuffare. Ho fatto entrare un cane: c’erano i tuoni. C’erano i lampi. Che buio stare qui in campagna. Che umido stare sulla soglia della porta della tua casa di campagna. Il cane bruttissimo e magro tremava e aveva un pelo irsuto di nodi e di sporcizia randagia, tanto che abbiamo riso. Ma il cane piangeva a suo modo, con il terrore sotto la coda.
Potevo io non amare la sua tristezza di bestia? Ho amato tristezze più trascurabili. E allora mi sono commossa, mentre ridevo. Volevo amarlo così che mi vedesse, che lo sentisse e capisse, ma puzzava tanto e altrettanto temevo le zecche che mi sono messa i guanti per accarezzarlo, ché sentisse che lo amavo. Ridevamo come piangendo perché il cane era brutto, puzzava ma -ad un tempo- tremava. Ridevo disperata. Mi faceva ridere di riflesso pensare che a te per prima facesse ridere quella mia misericordia con i guanti, quella mia crudeltà piena di carezze. Ridevo di tristezza. E ho continuato e ho cercato guanti da giardino per ridere di più di quella bestia. Ed era sempre più una pena ridere così. Sentivo la disperazione ed il riso divorarmi, perché –capisci- volevo salvarlo con i guanti. Ridevi ridevi ridevi anche tu.
Il cane si è nascosto in un angolo accanto al divano: tuonava ancora. Sentivamo l’odore forte di un animale sporco e bagnato. Che guanti che servono per amarci tutti.
Il cane non voleva più uscire. Sono rimasta con lui davanti al camino e tu te ne sei andata a fare un bagno solo per averlo amato a mani nude.
Rimasti da soli, non ridevo più. Si era sistemato tremante, con gli occhi sgranati, davanti ad una pila di dischi di quando eri ragazza. Così, ricordandomene, ho provato un improvviso desiderio di musica, di musica tua, per aspettarti. Volevo si spostasse. Gli ho detto vieni, per allontanarlo. Non si muoveva, dalla paura. Mi sono incantata a guardare, dietro l’ispido dei peli, un disco abbandonato a testa in giù: due seni nudi, un bambino, piume, ed un uomo avvolto nella carta di giornale, sotto un cielo d’erba. Il cane sporco e bagnato.
Rimasti da soli, avevo paura. Rimasti da soli, non volevo avvicinarmi più. Due seni nudi, carta di giornale, piume.
Che silenzio la tua casa di campagna. Il cane tremava e mi guardava. Non avevo il coraggio di avvicinarmi ai tuoi dischi, perché fuori tuonava anche per me. Allora ho pensato, per averlo scoperto, che quando ci sei ho più coraggio. Quando ci sei, ogni cane spaventato può sbranarmi, mentre lo accarezzo, compatisco e derido.
Sentivo rimbombare l’acqua nella vasca. Pensavo alla tua pelle che cambia e alla tua età, a quanto tempo c’è voluto per non farti avere più gli anni che ho io: ci sono voluti venti anni. Una nuvola di capelli, due seni nudi, carta di giornale, l’ispido dei peli, il cane.
Ti ho aspettata, con la furia di coprire quella solitudine con il coraggio.
La mia musica era sentire il cane che tremava, l’acqua della tua vasca e la copertina capovolta che chissà quante volte tu hai guardato diritta. Ascoltavo musica a modo mio, con l’odore del cane nelle narici. Perché immaginavo potesse essere un cantante lontano, biondo e folle, figlio dei fiori, che ti faceva da sfondo mentre fumavi spinelli, vent’anni fa. Due seni nudi, dietro l’ispido dei peli di un randagio. Inclinavo un po’ la testa, a vedere se capivo chi fosse a cantare così muto.
Rimasti da soli -il cane ed io-, la musica era non poterla ascoltare, per paura di niente: non ho paura dei cani, infatti. Ho paura dei gatti, quando sei con me, ma mentre tu ti immergevi nel sapone e tuonava, ho scoperto che con certi randagi non ho voglia di rischiare, che preferisco che tu ritorni comunque.
Il cane si è spostato: lingua fuori (di angoscia), unghie a strisciare sul pavimento, gli occhi da bestia sperduta incosciente. “Il nostro caro angelo” ho letto. E ha cantato. Il tuo disco, dentro al cartone, ha cantato. L’ho sentito e non parlava e non fiatava. Due seni, carta di giornale, peli randagi, piume, l’acqua del tuo bagno. Niente a che vedere con le tue canne di ragazza, nulla di lontano, nulla di biondo: Lucio Battisti, dentro al cartone rivoltato a testa in giù. Il ritornello sulla carta di giornale, sul bambino nudo, sui peli del cane mi ha seguita e ha suonato per farti tornare ragazza. Mi ha seguita e ha suonato finché non sei tornata da me, quarantenne, davanti al tuo camino e hai detto, come a svegliarmi, “facciamolo uscire”. Il cane, intendevi. E ha smesso di cantare. Il disco ha smesso di cantare, le piume hanno smesso di cantare, ha smesso di cantare l’uomo avvolto nella carta di giornale. Ho sentito tornare il dolore e la pietà del tuo giardino oltre la porta. È tornato il coraggio. Mentre tu ti portavi addosso una scia di mirra e di calore, ho risentito l’odore del cane che ci faceva ridere. Non è tornato il riso. Che tristezza e coraggio servono per amarsi meno, a volte. E che umido stare sulla soglia della porta della tua casa di campagna. Fallo uscire, mi hai detto, non piove più.
FIORELLA MISCELLANEAE' con ponderata copia-incollatura che oggi, 21 ottobre 2006, riesumo un testo del 2003 e lo metto qui, perché credevo di averlo già fatto e invece no e poi qui dentro ci metto tutto perché a volte sono come il maiale e non mi butto via per niente. Trattasi di una specie di recensione sulla voce di Fiorella Mannoia. Ehm ehm.
Voglio capire cosa mi piace della tua voce. Voglio decifrarla, schematizzarla, categorizzarla, spogliarla, scarnificarla. Hai una voce ferma. Questo mi piace: la fermezza, ma una fermezza che vibra, scossa intimamente da una sorta di languore. Sì, mi piace che non sia assolutamente ferma, come invece la sua fermezza starebbe a dimostrare. E' solida, irremovibilmente solida, tuttavia estremamente lasciva nel farsi modellabile e sinuosa, sì: "sinuosa". Ed è profonda: un baratro, un abisso; trapassa la terra, la penetra come un tuffo. E' la notte, è l' Oscuro la tua voce: soave e trasparente. E quanto più s' oscura, tanto più fa mostra dei suoi stessi bagliori. Perché è notte fonda la tua voce, le due di notte, per l' esattezza, di notte assolata. Mi piace la tua voce perché conserva un mistero e nostalgia e, soprattutto, rimpianto - "rimorso" no!- "rimpianto", malinconia; nasconde lacrime e un lamento e non ha nulla da nascondere, fa mostra di sé, senza pudore, perché è decisa la tua voce, è dispotica, ferrea, non transige, ma umilissimevolmente non si dà vanto, peso, importanza. La tua voce democratica. La tua voce è tonda ed è blu. Mi piace perché è vasta, s'espande (a macchia d' olio?!) eppure rimane circoscritta, spessa, si incanala, per seguire, senza scampo, il binario più dritto. Praticamente è una linea retta ed è rossa. E' un qualche infinito la tua voce, ma non dura mai abbastanza. E' una disperazione, struggente, dolorosa, folle come la pace dei sensi, un dormire senza sogni. La tua voce fa sognare. E' dura la tua voce, ma ci sbatterei la faccia, e sarebbe come sprofondare in un pantano. O in una nuvola, di quelle bianche.