Vivo all’insegna dell’ansia da prestazione. Il mondo è pieno di insidie e spesso mi sembra che la mia permanenza fra gli esseri umani sia predestinata, per incorreggibile conformazione, a non dare il massimo di se stessa. Dovrei agire perennemente nel segreto della solitudine, lì potrei essere libera di fare di me la Giovanna D’Arco del coraggio, la Madre Teresa di Calcutta della bontà, la Dante dello scriver bene. A volte mi riesce persino difficile camminare. E chi mi conosce cederebbe più volentieri alla tentazione di giurarmi stronza piuttosto che a quella di credermi timida. Seguendo le antiche usanze, secondo le quali è necessario rimanere fermi sulla pista da sci e, credendo di non essere improvvisamente più in grado di scendere, cercare fra gli amici qualcuno che ti assecondi nell’iniziativa di chiamare un elicottero, mi è capitato qualche volta di sentirmi osservata in strada e di non essere più capace di mettere i piedi uno davanti all’altro. Certe donne si pavoneggiano allo sguardo marpione del maschio assatanato, io no . Una volta, in autostrada, sentendo gli sguardi addosso, ho accostato, mi sono fermata in una piazzola di sosta e sono scesa dalla macchina sperando di trovare sulla fiancata il disegno di una chiave o una scritta anarchica, piuttosto che crollare nel dubbio indistricabile del perché si scegliesse, in quell’interminabile viaggio, di guardare proprio me. La mia famosa e trita e ritrita amatriciana diventa pericolosamente insipida, nel mio pensiero, se qualcuno mi guarda cucinarla, la mano è impacciata mentre firma e il cervello a volte mi abbandona durante il calcolo più semplice, se l’occhio vigile di un altro si posa sul mio. Anche il nocciolo d’oliva diventa estremamente difficile a sputarsi e il mio naso a soffiarsi, se qualcuno mi guarda. A volte poi mi capita di dire cose davvero sconvenienti o di fare la figura del premio Nobel per la stupidità, solo per il desiderio troppo vivo di mostrare il contrario. Sono il classico tipo di persona che dice in gamba allo zoppo o si dedica ad un interminabile monologo sull’oscenità delle gondole in plastica fosforescenti al cospetto del nuovo conoscente che, collezionandole e brandendo un pacco infiocchettato, ti ha già garantito di essere in procinto di diventarne un’ imbarazzata posseditrice. Così nel giro di due giorni, anche se non vorrei altro dalla vita e faccio di tutto per darmi questa possibilità, dovrei scrivere un articolo per una rivista e non c’è niente al mondo che mi pare, oggi, di sapere fare peggio che scrivere articoli per quella rivista. Ho paura di non essere capace e vorrei hic et nunc che un elicottero mi riportasse sulle piste e che lì mi lasciasse.