In comode rate

Anche i ricchi piangono


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La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



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Abbiamo rapinato

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Kira'stickers
mercoledì, 16 gennaio 2008

Moltiplica

Posto qui un mio testo senza fissa dimora spazio-temporale.

Così, di colpo, alle nove del mattino, come uno spavento, mi sveglio perché ti amo già. Così. Di colpo. Di mattina.
Bologna ha un colore grasso. Cammino sotto i portici e me ne riempio gli occhi a tratti. Ho fretta di amare, tra il bar e la colonna scrostata. Io che non amo mai nessuno. Io che ho un cuore che è un calzino bucato, che è uno spillo. Ci sono delle volte che non mangio, d'amore. Altre volte che non dormo. Sempre "d'amore". Oggi ne ho la fretta. "D'amore" intendo. Anche tra la striscia pedonale e la "Graziella" arrugginita. Ho una qualche musica da amare, una qualche voce da abbracciare. E non lo dico qual è la mia canzone. Perché non posso. O ci si sente sempre soli ad amare - nell'amore - o non si ama abbastanza.
Fumo, mentre ti amo. La gente mi osserva come se amassi chissà chi.                                                             
Qualcuno ha appena gridato “Anna” per strada ed è stato un chiamare così fermo e volenteroso che mi sono girata, anche se, alla fine, non mi chiamo mica “Anna”.
E mi srotolo lungo il marciapiede come se non avessi nemmeno un nome. Anna…
Anna, io non so parlare, come fai tu, da qualche parte del mondo, dove ti immagino che ridi. Io mi esaurisco, mi spengo, “mi muoio” nelle grandezze. Nella grandezza di non essere te, né tu me. Nella grandezza di non capirci mai e di finire così, scivolando distinte.
Io, Anna, non vado leggera.
Anna, ho paura.
Anna, senti questa musica! Senti che io me ne innamoro e ne piango profondamente, di un altro pianto che non so dire! Non è il tuo. Perché è il pianto di non essere, noi due, le stesse labbra e gli stessi occhi. La musica mi abbandona. Lo sento mentre ti parlo e ad un tempo, non posso parlarti, perché non so farlo. Io non lo so. Io non so raccontarlo il silenzio che ho. Non mi resta che buttarmi a terra, Anna. E vedere se sopravvivo, così, all’amore. Alla Musica. Facendo finta di essere morta, mentre continuo a bruciare.
Ma non posso, perché è freddo, qui che piastrellano il cemento sotto il palazzo del Signor T… È freddo che non possano più pattinare i bambini. E’ fredda questa gravezza presunta, questo esserci e così, essendoci, “saperlo” che non si potrà più pattinare. Così fredda che ne impazzirei maggiormente a stendermici. Me ne ammalerei di più.
Te lo darei il mio cuore pieno di questa musica, per curarmelo tu, se puoi… Se puoi raccontarmelo. Ma si sprofonda, con questa canzone, in una caduta tesa e non so più esistere ed essere qualcosa, nemmeno per te. Musica. Mi lascia incompiuta. Non mi uccide del tutto. Mi esaurisco, mi spengo e “mi muoio” nella sua grandezza. Come dirtelo, Anna?! Si potrebbe aprire i pugni, per vedere cosa succede. Non succede niente. La musica mi sconvolge, mi stipa le mani di niente. È amare non amati. È il non poter parlare. Solitudine di noi due, Anna -che-non-sei-me.  E allora canto, che è la mia voglia di correre. La mia voglia ferma di correre. La mia paralisi.
Di correre.
Musica. La desidero con l’azzurro delle vene. Con tutto l’azzurro. Come un’infanzia
E piango, di un altro pianto. Che potrebbe essere lui la felicità. Se solo potessi chiamarlo. Ma si srotola dentro di me come se non avesse un nome. E chissà se anche tu, Anna, hai qualcosa da non chiamare?! Chissà se ce l’hai un tacere tutto tuo che non posso capirti, che non posso scontarti io, con pietà di te?!
Ho pena di noi due che ascoltiamo, desolate, la bellezza e il turbamento. Imprigionate nelle nostre distanze. In una reclusione di spazio incoercibile. Troppo spazio. Troppa musica, Anna. Ho troppo da amare... E mi volto al tuo nome, a una speranza o a un inganno. E continuo a camminare. Di un colore grasso, a tratti.
Ma muoio da me, come il silenzio di una stanza.


finanziato da: BEA alle ore 23:45 | link |commenti (46)
conto: parole, pensieri, musica, poesia, amore, riflessioni, 03 conto blu
domenica, 30 dicembre 2007

Dialogo non dialogato - una soluzione

B: - Devo chiederti un favore.

X: - Beh, dimmi. (svogliatamente)

B: - Non è un favore facile, non è uno dei soliti piaceri che si chiedono…

X: - Senti, elimina i preamboli, dimmi di che cosa si tratta e, se riesco, ti aiuto.

B: - Non mettermi fretta, mi agito, mi inibisci e poi non riesco più a parlare.

X: -Seh. Tu che ti inibisci. Devo ancora vederla.

B: - Beh.

X: - … (in silenzio, incrocia le braccia)

B: -Vorrei chiederti una cosa che solitamente non si dovrebbe chiedere…

X: - Sentiamo!

B: -…una cosa che ti chiederei anche in ginocchio, ma non mi pare il caso ora.

X: -Oddio, devo preoccuparmi?

B: - No, nulla di preoccupante, se non puoi, non importa.

X: - Però dimmelo, perché altrimenti parliamo per niente

B: - Per niente… Speravo che almeno ci fosse quel minimo di empatia che ti rendesse minimamente piacevole il parlare con me.

X: - Non siamo tutti uguali, non è che fare o non fare quello che hai in mente tu significa provare meno piacere o più piacere nel parlare con te. Vuoi che tutti si comportino come te.

B: - No, ho semplicemente supposto che se una persona ha fretta di concludere un discorso, non ha voglia di continuarlo. Mi sembra che si possa essere tutti d’accordo.

X: -Va bene. (svogliatamente e senza convinzione)

B: - Non devi dire va bene per fare piacere a me.

X: - Va bene. (con falsa  diplomazia, mostrando volutamente  disinteresse, e totale assenza di  credibilità)

B: - A questo punto, mi sembra anche inutile chiederti questo favore, tanto non me lo faresti, è evidente…

X: - D’accordo (senza insistere)

B: - …ormai, ché ho parlato, te lo chiedo, ma sbaglio.

X: - Fa’ come credi (alzando le spalle, senza sorridere)

B: -…

X:- .

B: -Vorrei chiederti di amarmi.

B: - Devi amarmi, avere voglia di vedermi, devo mancarti ed essere un tuo desiderio. Non importa tu mi dia una grande passione, andrà benissimo anche solo che tu mi ami.

B: - Se puoi, tornando indietro nel tempo, convincimi che mi hai sempre amato e che se mi ami non lo fai per farmi un favore.

X: -? (con gli occhi ben aperti, senza lasciar trasparire emozione)

B: - Dovresti solo tornare da me e amarmi; facciamo che mi hai sempre amata e non se ne parli più. Io, da parte mia, continuo ad amarti.

X: -Non credo sia il caso…

B: - Perché fai così? Ti chiedo solo un favore, cosa ti costa? Tanto, se non te ne importa nulla di me, ti sarà facile amarmi, la cosa non ti disturberà affatto, ti lascerà completamente indifferente.

X: -Facciamo così: tu lo fai un favore a me?

B: - Tutto quello che vuoi, morirei per te, ti darei tutto, non voglio nient’altro al mondo, niente mi darebbe più felicità dell’avere il tuo amore e tutto farei… Tutto.

X: - Ti chiedo di non amarmi più.

B: -…

X: -…

B: -Ma…

X: -Non amarmi più!

B: - Lo sai che non riuscirei. Neanche se tu mi amassi.

finanziato da: BEA alle ore 17:54 | link |commenti (37)
conto: parole, pensieri, amore, vita, diario, disamore
martedì, 25 dicembre 2007

Silenzio

Abbiamo costruito talmente tanto attorno al silenzio che l’abbiamo fatto parlare, che ora è riuscito a diventare un piccolo silenzio, un silenzio che abbiamo sporcato.
Quando dici che le parole hanno un peso, così che tu ricordi le mie, temo che tu lo faccia con una falsa idea di me.
Non mi sono mai sprecata in parole e Ti amo l’ ho detto ad una persona  al mondo. Non avrei sprecato parole, se la seconda volta l'avessi detto a te, ma pur esplodendo e con tutte le ragioni per farlo e le certezze, non sono riuscita a dirtelo.
In parte non mi avresti creduto, in parte sarebbe stata una rottura di quel silenzio che già poco sapevo darti. Avevo paura di perderti, proprio con le uniche parole che faticavo veramente a  tacere, proprio anche quando avevo capito che, senza amore tuo, ti avrei perso comunque.
E ho provato un dolore da cui mi riesce difficile riavermi; perché se si può amare con tutto l’amore una creatura, ecco che così io ti ho amato e mi vergogno persino a dirlo e mi meraviglio del mio coraggio, perché non l’ho detto mai.
Il mio silenzio era una sera, al telefono, fuori da un bar, quando ti avevo detto, per averti, che ti avevo preso in giro, che non era vero niente; cercavo l’amore in un dispiacere che avresti dovuto mostrarmi, vivo di desiderio e di paura. Ero gelosa, forse, della tua sofferenza, volevo tu mi amassi con una sofferenza maggiore di quella che a te dava il mondo. E invece era il mio dirti Ti amo, come non ho saputo dirlo mai, come non ho saputo dirlo un pomeriggio che tu soffrivi e non volevi sentire nessuno e nella profondità di un letto, forse, avevi pianto.
Ti amo, volevo dirti. Ma non come tutti dicono, ma con l’amore di una madre, di una figlia, di un’amante, la disperazione di amarti al di sopra delle parole. Che esagerazione, avresti detto. Come hai detto sulla soglia di una porta, dopo un bacio, il primo, che mi aveva spezzato le ginocchia e per cui, in cambio, non avrei desiderato null’altro al mondo. Mi ero sentita mancare e avevo dovuto cercare un appoggio, per non cadere.
Non lo sapevo si potesse amare così e non sapevo si potesse così tanto non essere amati, tanto da pregare tu cambiassi e mi volessi. Dopo tanto indicibile dolore, bevuto negli anni, mi pareva persino sciocco ed elementare che proprio il tuo amore potesse salvarmi, come un semplice antidoto al mio veleno. E lo avrebbe fatto sul serio. Il tuo sciocco amore qualunque. Il tuo e di nessun altro.
Non so se ho sofferto mai così, così come molti hanno sofferto per via di me; ho provato un dolore diverso, non era il dolore pungente e travolgente di una catastrofe, ma ne erano –male ben peggiore- i segni e l’eco.
Una tristezza che era un baratro infinito, un pianto continuo alla vita. Una malattia insanabile. Senza te, non essere felici mai più.
E avrei voluto dirti Ti amo altre mille volte, perché fosse una parola e non silenzio, perché tu la stampassi bene nella mente, come bastasse amare davvero e dirlo, per essere riamati. E non avere paura di te.
Non ho rotto un silenzio, con le  parole, chissà quali, che ti rimangono impresse di me, l’ ho solamente sporcato.
E tu, che sei sempre tu, starai in silenzio, persino ora.

 

E' Natale, amcici miei. So di avervi un po' trascurato e che mi mancano secoli delle vostre vite per mettermi in pari, ma vi penso. Siete creature respiranti e vive e mi manca non poter recapitarvi un abbraccio e l'augurio di ottenere quello che desiderate. Vi auguro di riuscire ad essere felici con la semplicità dell'essere felici e con la libertà dell'esserlo per ciò che viene, ancor prima che per ciò a cui andate in contro. Un bacio


finanziato da: BEA alle ore 01:37 | link |commenti (16)
conto: parole, pensieri, amore, racconti, vita, diario, disamore
sabato, 15 dicembre 2007

Un'attesa

Stavo seduta, spesso di spalle, tesa al tuo arrivo come la sete, e non sentivo i tuoi passi, troppo poco rumorosi, ma aspettavo che qualcuno ti salutasse per capire, finalmente, che finalmente eri lì, e voltarmi.
Rimanevo in silenzio, quasi sempre, perché tu non mi guardavi e la lontananza di qualche metro diventava, così, un abisso che non sapevo volare, né dire. Ridevi con gli altri e mi sentivo muta nella mia scarnita condizione di non essere io la causa di quel tuo ridere, così pieno di salvezza, com'è lui.
Vederti all'improvviso era allentare il cuore e sbrigliarlo al nuovo peso di  sperare tu mi guardassi, allora, perché tu vedessi che non ti guardavo, perché non ti avevo visto, perché non ti stavo aspettando.
finanziato da: BEA alle ore 21:05 | link |commenti (15)
conto: parole, pensieri, amore, vita, diario, 03 conto blu
lunedì, 22 ottobre 2007

La tua casa

Ti vedo mentre sali qualche gradino. A casa tua,  qualche volta sono cento, su fino all’ultimo piano, altre volte solo tre, sull’ammezzato. Ma tu ti appoggi, in ogni caso, al corrimano ed io ti vedo, sento che respiri forte e raccogli il braccio, incurvi la schiena, petto proteso, la testa indietro,come a riempirsi di cielo la fronte e il mento.  Quanto fiato, fossi io uno scalino, ti regalerei. Ed è solo un piano terra, quel tuo quarto o quinto, questo tuo secondo piano. Quando infili la chiave, hai forse non felicità, ma leggerezza. Apri la porta, con  il passo ciondolante che hai un po’ tu, chiudi (e mi è parso di vederti sorridere). Io prego, per te, tu possa arrivare in cucina o in soggiorno o in una stanza e appoggiare le chiavi sul tavolo, su un tavolo, sul sofà, sentire il silenzio, come un ghiaccio a sciogliersi. La scoperta del “meglio”, il tuo –s’intende. Se fosse poco umida la tua casa, le pareti chiare, si prestasse ad intonarsi con il bianco e con il nero, o con i grigi che tu hai (e io…), fosse così, ecco allora guardarti intorno, le pupille più allentate,  ecco le tue labbra dischiuse: ecco che fai così. I capelli più lunghi, le mani a scrivermi.
Mi scrivi, per l’appunto, che mi vedi mentre salgo i gradini, che li immagini a milioni. O magari due. Che io mi appoggio al corrimano: mi vedi. Ecco che ti sembro sorridere. Preghi per me che io sia felice. Pensi –e non lo dici- che vorresti che ti amassi ancora.
Non è vero che mi vedi. Ma mi scrivi anche tu così, e anche tu mi accompagni fino all’uscio. Così che, a leggerti, io so che mi ami molto.
Così a sognare uguale a me, che non so nemmeno più dove abitiamo.

finanziato da: BEA alle ore 23:56 | link |commenti (21)
conto: parole, pensieri, poesia, riflessioni, vita, diario, 03 conto blu
mercoledì, 17 ottobre 2007

Al corpo

Ciao corpo. Ti auguro di stare bene  fino alla fine dei tuoi giorni, anche se capisco non sia sempre facile vivere con me e difficile tener duro. E' vero. A volte non ti dò da mangiare, altre volte te ne dò troppo, ti sbatto contro gli spigoli; certe volte, ti mangio le pelliccine. Lo so, non dovrei. Ma ti metto le creme e ti depilo. E' capitato che, per pietà di te (che non capisci che è per il tuo bene) ti depilassi una gamba sola: non volevo tu stessi male, male fisicamente. Una gamba sì, una no. Capita altre volte che io non abbia piena cura di te e magari, mettendo un tappo alla penna e mancando il bersaglio, ti macchi le dita con antiestetici segni neri. Ma ti trucco con i migliori fondotinta e ti rigo piano gli occhi. E uso il rimmel per le tue ciglia. Se ricordi, e  se sei onesto, ti ho fatto baciare dei grandi amori e tu ti sei sbriciolato, hai mescolato il dolore all'allegria e non l'hai sentito più. Ti ho soffiato il naso quando piangevi, ti ho fatto dare più di mille carezze, ti ho slacciato i pantaloni, sotto al tavolo, durante cene esagerate, in gran segreto; ti ho sgranchito le gambe, fatto fare l'amore. E' vero che ti ho fatto anche prendere delle sberle e pizzicotti e spinte e pestate di piedi, ma non volevo e forse, a dirla tutta, un po' è stata colpa della tua lingua. Io ti chiedo di non voler ammalarti mai, di portarmi dove voglio e di non lasciarmi mai senza fiato a metà corsa. Da parte mia, mi impegnerò a darti un ascensore dove ci sono scale e una sedia quando si sta in piedi. Ti voglio bene, ricordalo sempre e scusami se ti ho ingrassato un po' negli ultimi tempi, ma a volte, per troppo amore, si sbaglia e a te piace il formaggio e quando mi guardi con quella pancia così tenera, non sempre so dirti di no. A volte, perché tu stia meglio, ti snodo persino il patema e il pianto, penso al mio caro amore e a quattro baci sudati e abbracciati e tu sorridi. Non è colpa nostra se non si è fatto amare per quanto è lungo il nostro amore, non perdere l'appetito, ma non mangiare nemmeno di più. Ti prego, se puoi, non morirmi mai e sii sano, attento a te, alle mie ed alle tue debolezze. Perché, vedi, potrai non credermi, ma io giurerei: che se stai male tu, corpo mio, sto male anch'io.
lunedì, 08 ottobre 2007

NIENTE DI SPECIALE

Non sei proprio niente di speciale.
Specialmente quando imbronci il mento e giri la testa.
Uno scatto di ingranaggi, lo sbuffo di un accento.
Quando ridi, non c’è niente oltre quel suono, non sono gradini
a corrermi in contro, non è maggior felicità, la tua felicità.
Non è la mia, la nostra.
Non sei nulla di speciale. Di bellezze più belle  ne ho viste molte,
ho riso a simpatie più sciolte.
Lo sguardo, il tuo, non mi arriva al cuore liquefacendosi sulle palpebre come quello di sguardi che arrivano al cuore liquefatti, già fin dalle palpebre.
Arriva, a mala pena, agli occhi.
Di mani ne ho conosciute di più magre, le tue dita non sono poi così lunghe.
Non sei nulla di speciale.
Amare te è uno spreco,
che tu non mi voglia è una privazione così indifferente e scarna,
un’assenza così ovvia, una carta così incenerita e per errore,
che spesso mi viene voglia di morire dal niente.
E che cos’hai tu in più dell’altra gente è niente.
Che non mi ami, hai.
E se è questo il prezzo…
Ma tante persone, sai, non mi amerebbero gratis.
Per un dolore minore, molta e miglior gente
saprebbe non amarmi con maggior non amore.

-Anche questa poesia non è niente di speciale. Per fortuna-

finanziato da: BEA alle ore 20:40 | link |commenti (20)
conto: parole, pensieri, poesia, amore, riflessioni, vita, diario, disamore
giovedì, 20 settembre 2007

DIRE e NON DIRLO

 

Come un ciottolo in gola, dirti ti amo sarebbe sopravvivere improvvisamente, un fiotto rotondo d’aria, da inghiottire svelta nel dirtelo, perché quanto più eccede il cuore, tanto più mi scarseggia il fiato. Ti amo come a  inventarlo ad un tratto, un lanciare contro di te, a schiantarti in mille pezzi, una pietra dura e fredda. Dalla punta delle dita, lungo i segni delle calze, persino sul naso o in un’alzata tua di spalle, dirlo e lasciartelo lì. O scrivertelo, tanto non capisci niente. E poi anch’ io ti sono niente.
Camminavo oggi e ti amavo sopra ai lacci delle scarpe e dentro l’orlo dei pantaloni; ti amavo anche nel vetro di una pizzeria d’asporto, ma “dirtelo –pensavo- sarebbe come condannarsi, perché so come sei e a maggior ragione ormai che  non serve a niente, dirtelo è più lento che spararsi e tanto varrebbe, allora, fare in fretta”.
Sì, perché tu –checché se ne dica- non mi ami per niente e nessuno mai al mondo riuscirebbe ad amarmi così poco (forse un nano miniaturista) come tu mi ami, io invece ti amo tanto da schiantarmi nel non dirtelo, e a sufficienza amo me da non dirtelo mai.


Mentre faccio questi pensieri, lungo Via Rizzoli, tre cani neri taglia gigante, mi si fiondano  addosso. Cerco di scrollarmeli, ma non c’è verso.
<<Di chi cazzo sono ‘sti cani?>>- dico io, piena di grazia allo stesso modo, se non di più, di Maria, I cani continuano a sbranarmi.
A dieci passi da me, un punkabbestia vino-munito con braga a vita bassa e spaccatura verticale in zona anale,  mi si palesa senza dire niente. I cani sono inequivocabilmente i suoi, ma lui non ne rivendica la paternità.
Dietro di me, nel frattempo, un punkabbestia donna, con degli stivali rossi con frange a forma di frecce, due millimetri di calza a rete attorno a due buchi color carne di settantacinque centimetri a gamba, i capelli impiastricciati di alcune fra le prime tre sostanze da motore più unte ed inquinanti al mondo, seconde solo a quelle del mio scooter, saluta il padrone delle simpatiche bestie.
<<Ti hanno scambiata per la mia ragazza>> mi dice lui, indicando la giovane alle mie spalle.
Ecco perché non mi ami.