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Anche i ricchi piangono


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La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



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Kira'stickers
mercoledì, 05 novembre 2008

La pipì, ottobre 2008

L'altro giorno mi trovavo in una ridente frazione di Bologna: Corticella. Ero in macchina. Dopo aver parcheggiato, mi è venuto il sospetto di avere la pipì. Scesa dalla macchina, ho iniziato a riflettere sullo stimolo, nonché a guardarmi intorno in cerca di un bar. Nessun bar. Il fatto è che appena ho avuto la coscienza di trovarmi in una landa desolata, la pipì ha iniziato a premere più forte, fino ad annebbiarmi la vista. Con i sudori freddi, ho tentato di fare qualche metro in cerca di un'alternativa.
La pipì, secondo me, ha un sistema a molla, grazie al quale per ogni passo che tu fai in sua compagnia, senti il bisogno impellente di tornare agli ambienti più familiari che ti ritrovi a disposizione.
Dopo aver escluso di suonare alla porta della caserma dei caribinieri, distante un centinaio di metri, il principio a molla della Pipì, ha  riportato il mio corpo irrigidito alla macchina. Appoggiata allo sportello, sono rimasta paralizzata per qualche minuto finché non ho avuto una visione: due signore sulla settantina in tenuta da passeggio.
Ho scelto quella con i capelli più bianchi: "Signora, mi scusi, sa se c'è un bar aperto in zona?". Sembrandomi una domanda troppo emotivamente debole, per trovare in lei comprensione e reale appoggio umano, dopo una brevissima pausa di riflessione, ho deciso di andare fino in fondo: "Mi scappa la pipì, credo che non resisterò".
La signora, capita l'urgenza, ha prontamente iniziato a guardarsi in giro: "No, i bar sono tutti chiusi, oggi".
La morte.

La signora, profondamente toccata dall'espressione di disperazione scesa sul mio volto, inizia a meditare. Nel frattempo, voltata la testa per perlustrare meglio il luogo, noto l'indicazione "ORATORIO". Perfetto, penso, andrò in oratorio. Ora et ura (da urina).
"Se non fosse così tardi, ti porterei a casa mia..."- mi dice intanto la nonnina. "A casa sua? Subito, anche nell'ingresso. Mi dia le chiavi e vado da sola" -vorei dirle. "Ma Signora è troppo gentile, non si preoccupi, ho visto che c'è un oratorio, posso andare lì". Cogliona. Mentre mi sento pronunciare queste parole, la pipì inizia ad urlare, sento che sta cercando di uscirmi dai gomiti. Ma ad un certo punto, una voce: "Ciao Franca!". La signora Franca, la nonnina dai capelli bianchi, riconosce un volto amico, si illumina e inizia a gridare in mezzo alla strada: "Fiorella, accompagna questa ragazza al bagno dell'oratorio: LE SCAPPA LA PIPì". Bene, fatta la mia porca figura, seguo la signora Fiorella che, a metà strada, mi dice "Beh, perché non vieni su a casa mia?". Sì, lo voglio.

La mia salvezza.
Aperta la porta di casa, mi indica una porticina in fondo al corridoio. BAGNO, c'è scritto.
Vado. Faccio una delle pipì più belle della mia vita, in sospensione su quei sanitari candidi e puliti (ma non si sa mai). Ne tengo anche un po' perché dura troppo e non voglio che la signora pensi che me ne approfitto.
Finalmente esco dal bagno che ho persino riacquistato colore. Cerco di raggiungere questa Fiorella per ringraziarla e giurarle devozione eterna, ma: lei è al telefono con il Comune di Piacenza. Rimango mezz'ora sulla soglia della porta della camera da letto, gli occhi bassi, a sentire lei che dà tutti i suoi dati anagrafici. E sono nata il *, e sono residente a *, e mio babbo era di *, ma la mamma però no. Un delirio. Quando finalmente riattacca, posso dedicarmi ai mille ringraziamenti: mi prostro ai suoi piedi, con danze e riti e mi congedo.
"Figurati, povero tesoro. Non preoccuparti. Ciao, bella. Poverina..."
Ciao Fiorella.
 
 
finanziato da: BEA alle ore 16:01 | link |commenti (17)
conto: racconti, vita, diario, aneddoti, grazie, 05 conto frivolo
martedì, 25 dicembre 2007

Silenzio

Abbiamo costruito talmente tanto attorno al silenzio che l’abbiamo fatto parlare, che ora è riuscito a diventare un piccolo silenzio, un silenzio che abbiamo sporcato.
Quando dici che le parole hanno un peso, così che tu ricordi le mie, temo che tu lo faccia con una falsa idea di me.
Non mi sono mai sprecata in parole e Ti amo l’ ho detto ad una persona  al mondo. Non avrei sprecato parole, se la seconda volta l'avessi detto a te, ma pur esplodendo e con tutte le ragioni per farlo e le certezze, non sono riuscita a dirtelo.
In parte non mi avresti creduto, in parte sarebbe stata una rottura di quel silenzio che già poco sapevo darti. Avevo paura di perderti, proprio con le uniche parole che faticavo veramente a  tacere, proprio anche quando avevo capito che, senza amore tuo, ti avrei perso comunque.
E ho provato un dolore da cui mi riesce difficile riavermi; perché se si può amare con tutto l’amore una creatura, ecco che così io ti ho amato e mi vergogno persino a dirlo e mi meraviglio del mio coraggio, perché non l’ho detto mai.
Il mio silenzio era una sera, al telefono, fuori da un bar, quando ti avevo detto, per averti, che ti avevo preso in giro, che non era vero niente; cercavo l’amore in un dispiacere che avresti dovuto mostrarmi, vivo di desiderio e di paura. Ero gelosa, forse, della tua sofferenza, volevo tu mi amassi con una sofferenza maggiore di quella che a te dava il mondo. E invece era il mio dirti Ti amo, come non ho saputo dirlo mai, come non ho saputo dirlo un pomeriggio che tu soffrivi e non volevi sentire nessuno e nella profondità di un letto, forse, avevi pianto.
Ti amo, volevo dirti. Ma non come tutti dicono, ma con l’amore di una madre, di una figlia, di un’amante, la disperazione di amarti al di sopra delle parole. Che esagerazione, avresti detto. Come hai detto sulla soglia di una porta, dopo un bacio, il primo, che mi aveva spezzato le ginocchia e per cui, in cambio, non avrei desiderato null’altro al mondo. Mi ero sentita mancare e avevo dovuto cercare un appoggio, per non cadere.
Non lo sapevo si potesse amare così e non sapevo si potesse così tanto non essere amati, tanto da pregare tu cambiassi e mi volessi. Dopo tanto indicibile dolore, bevuto negli anni, mi pareva persino sciocco ed elementare che proprio il tuo amore potesse salvarmi, come un semplice antidoto al mio veleno. E lo avrebbe fatto sul serio. Il tuo sciocco amore qualunque. Il tuo e di nessun altro.
Non so se ho sofferto mai così, così come molti hanno sofferto per via di me; ho provato un dolore diverso, non era il dolore pungente e travolgente di una catastrofe, ma ne erano –male ben peggiore- i segni e l’eco.
Una tristezza che era un baratro infinito, un pianto continuo alla vita. Una malattia insanabile. Senza te, non essere felici mai più.
E avrei voluto dirti Ti amo altre mille volte, perché fosse una parola e non silenzio, perché tu la stampassi bene nella mente, come bastasse amare davvero e dirlo, per essere riamati. E non avere paura di te.
Non ho rotto un silenzio, con le  parole, chissà quali, che ti rimangono impresse di me, l’ ho solamente sporcato.
E tu, che sei sempre tu, starai in silenzio, persino ora.

 

E' Natale, amcici miei. So di avervi un po' trascurato e che mi mancano secoli delle vostre vite per mettermi in pari, ma vi penso. Siete creature respiranti e vive e mi manca non poter recapitarvi un abbraccio e l'augurio di ottenere quello che desiderate. Vi auguro di riuscire ad essere felici con la semplicità dell'essere felici e con la libertà dell'esserlo per ciò che viene, ancor prima che per ciò a cui andate in contro. Un bacio


finanziato da: BEA alle ore 01:37 | link |commenti (16)
conto: parole, pensieri, amore, racconti, vita, diario, disamore
martedì, 30 ottobre 2007

So che siete lì

Vorrei spendere due parole, senza pretese, su quelli che si fermano davanti alle porte. So che mi leggete in silenzio e fate finta di niente. Voi che vi fermate alle entrate (o alle uscite) dei bar, delle librerie, dei negozi di abbigliamento, dei bagni pubblici, a parlare. Organizzate vere e proprie Cerimonie. In uno slargo di venti ettari, se c’è una porta, voi rimarrete a sostarvi in branchi di 12 impalcando conversazioni fittissime da consumarsi tutte lì, ad ostruire il passaggio a chi deve entrare e a chi deve uscire che poi –lo sappiamo- sono sempre io.
Bene. Vorrei chiedervi, con la più sentita delle mie curiosità quali migliori risonanze, quale  ameno stanziarsi, porti in sé uno spazio di 20 cm entro il quale festeggiare in gruppo, ricorrenze e commemorazioni. Io vorrei chiedervi solo perché lo fate. Senza polemica, per curiosità. Voi siete gli stessi che si fermano in mezzo alle scale, quando c’è una fila di gente che ha uniformato a fatica il passo, costringendo alla sosta il corteo, siete quelli che camminano al centro della strada carrabile quando se non sono due, i marciapiedi sono tre. Sono sicura che siate gli stessi che spingono quando si è in fila, soprattutto quando per la biologia, la fisica, l’educazione fisica,  la geografia, la matematica, la filosofia e per  la storia delle religioni, è impossibile un seppur minimo avanzamento dei corpi. Quelli che se c’è un ristorante vuoto, decidono di sedersi nel tavolo accanto all’unico occupato, costringendo i primi avventori a spostare una sedia, qualche volta il tavolo. Siete voi. Lo so che state leggendo.  Siete quelli che non fanno passare, fermi al semaforo, le macchine che si immettono sulla via, gli stessi che, a semaforo verde, indugiano fino all’arancione, per passare con il rosso e lasciare gli altri ad aspettare un altro verde. Siete quelli che alle poste arrivano dopo ma poi si affiancano all’ultimo e si appiccicano al penultimo, che è proprio quello che è prima di noi, quello che dopo ci siamo noi e non voi. Quelli che, in macchina,  se li sorpassi da sinistra, si spostano tutti a sinistra, se tenti la destra, ritornano a destra. Io vorrei conoscervi e chiedervi tante cose. Tra le tante, perché non mettete le frecce quando fate una rotonda, perché se fumate puntate la sigaretta, con la brace infuocata contro i vestiti degli altri, specialmente lana e, se siete alti, contro gli occhi. Chiedervi perché sorpassate per poi andare più piano e costringere al sorpasso il sorpassato, perché vi strusciate contro il mio zaino nei negozi, quando sono vuoti, perché guardate la cosa esposta che sto guardando e toccando io e me la strappate di mano, ma soprattutto perché, quando non siete in macchina o in posta o al ristorante, vi ritrovate tutti davanti alle entrate (o uscite) a chiacchierare.
finanziato da: BEA alle ore 23:40 | link |commenti (51)
conto: riflessioni, racconti, vita, 05 conto frivolo
martedì, 25 settembre 2007

IL ROTARI CLUB

Caro diario –nel senso di “costoso”-,
tu sai che mia nonna Anna Grazia è stata campionessa italiana di tennis e che ha vinto la Mille Miglia per l’eleganza e sai anche tante altre cose su di lei, cose che -se le vedessi in giro io delle cose del genere- mi farebbero parlare di chiccheria (leggi sciccheria) e di vera classe.
Ma sai anche che l’altra nonna, Virginia detta Gigna, era una di quelle nonne che si alzano alle sei per fare la sfoglia e, se ti ricordi, lei mi comprava le mutanTe (così le chiamava) al mercato e urlava –sorda com’era- che Ti ho comprato le mutantine, in mondovisione, davanti a milioni di Very Important Persons.
Detto questo, non ti sarà difficile immaginare come sia stato il mio ingresso, qualche sera fa,  all’aperitivo del Rotari. 
G. ed io, consapevoli (ma non troppo) dell’ambiente esclusivo in cui stavamo per imbatterci, iniziamo i preparativi alle due del pomeriggio. Per l’occasione, decidiamo persino di lavarci. E, sempre per l’occasione, di lavare anche i capelli.
Dopo una serie di preparativi a base di maschere di fango per il viso e maschere in gommalacca per le occhiaie, alle diciannove e quarantacinque, usciamo. Siamo vestite a metà strada tra la Madonna di Medjugorje e Renato Zero negli anni ’80.
Saliamo sulla bea-mobile, soddisfatte.
L’appuntamento è sui colli bolognesi, in una villa che troveremo senz’altro perché delimitata da un corteo di fiaccole. Così dicono.
Dopo un’ora di viaggio, vediamo, in lontananza uno zampirone. E’ lei.
Parcheggiamo la smarta accanto ad un trionfo di Audi, BMW e porsche  e ci appropinquiamo alla villa.
In un giardino ai piedi di un parco, una moltitudine di personaggi eterei sorseggia un nettare ultraterreno da calici di cristallo. Noi, da parte nostra, ci buttiamo sul tavolo del buffet.
Ad attenderci, una tavolata piena di ogni delizia. Al centro, una forma di parmigiano reggiano, delle dimensioni di camera mia, sostiene oltre ad un tripudio di  bocconcini di formaggio, grappoli d’uva e frutti estinti; tutt’attorno, oltre a vassoi argentei di salumi e tartine,  terrine di porcellana  Limonge piene di funghi porcini fritti fumanti, zucchine fritte tiepide, nuvole di panzerotti soffici e filanti, mozzarelle  temperate e abbracci di olive all’ascolana. Mentre noi ci abbuffiamo, in perfetto stile Biafra, tre principesse con tacco di ventidue centimetri cadono rovinosamente, facendo di culo tutta la scalinata d’accesso alla villa. Tre meraviglie dell’eleganza mondiale, sdraiate per terra sotto gli sguardi altezzosi degli altri commensali.
E’ lì che ci viene l’idea –rimasta, per decenza, incompiuta- di distrarre nuovamente gli invitati con una finta caduta, per riempirci la borsa di barattoli di marmellate e salame. Non lo facciamo perché non è bello, ma l’importante è il pensiero.
Caro diario, non ti dico la fatica che hanno fatto a staccarci dal tavolo delle vivande, per scambiare un ciao con chi ci aveva invitate. Solo i dolci ci hanno allontanate dal tavolo numero uno. Sul tavolo numero due, c’erano infatti freschezze di frutti prelibati, tiramisù e torte al cioccolato tagliate a coriandoli romboidali, mascarpone su cui adagiare mini-cubi di gelatina di Martini.
Più larghe che alte, preso il mascarpone e fatta la nostra porca figura, ci siamo dileguate. Ripresa la macchina in tutta fretta, siamo tornate in città come due cenerentole obese, allo scoccar delle nove e mezza.
giovedì, 20 settembre 2007

DIRE e NON DIRLO

 

Come un ciottolo in gola, dirti ti amo sarebbe sopravvivere improvvisamente, un fiotto rotondo d’aria, da inghiottire svelta nel dirtelo, perché quanto più eccede il cuore, tanto più mi scarseggia il fiato. Ti amo come a  inventarlo ad un tratto, un lanciare contro di te, a schiantarti in mille pezzi, una pietra dura e fredda. Dalla punta delle dita, lungo i segni delle calze, persino sul naso o in un’alzata tua di spalle, dirlo e lasciartelo lì. O scrivertelo, tanto non capisci niente. E poi anch’ io ti sono niente.
Camminavo oggi e ti amavo sopra ai lacci delle scarpe e dentro l’orlo dei pantaloni; ti amavo anche nel vetro di una pizzeria d’asporto, ma “dirtelo –pensavo- sarebbe come condannarsi, perché so come sei e a maggior ragione ormai che  non serve a niente, dirtelo è più lento che spararsi e tanto varrebbe, allora, fare in fretta”.
Sì, perché tu –checché se ne dica- non mi ami per niente e nessuno mai al mondo riuscirebbe ad amarmi così poco (forse un nano miniaturista) come tu mi ami, io invece ti amo tanto da schiantarmi nel non dirtelo, e a sufficienza amo me da non dirtelo mai.


Mentre faccio questi pensieri, lungo Via Rizzoli, tre cani neri taglia gigante, mi si fiondano  addosso. Cerco di scrollarmeli, ma non c’è verso.
<<Di chi cazzo sono ‘sti cani?>>- dico io, piena di grazia allo stesso modo, se non di più, di Maria, I cani continuano a sbranarmi.
A dieci passi da me, un punkabbestia vino-munito con braga a vita bassa e spaccatura verticale in zona anale,  mi si palesa senza dire niente. I cani sono inequivocabilmente i suoi, ma lui non ne rivendica la paternità.
Dietro di me, nel frattempo, un punkabbestia donna, con degli stivali rossi con frange a forma di frecce, due millimetri di calza a rete attorno a due buchi color carne di settantacinque centimetri a gamba, i capelli impiastricciati di alcune fra le prime tre sostanze da motore più unte ed inquinanti al mondo, seconde solo a quelle del mio scooter, saluta il padrone delle simpatiche bestie.
<<Ti hanno scambiata per la mia ragazza>> mi dice lui, indicando la giovane alle mie spalle.
Ecco perché non mi ami.

martedì, 18 settembre 2007

MANETTE

Mia nonna dice che sono bella. Mi avrà scambiata per la nipote di un’altra.
Ho i capelli in disordine, il mio cuore scandisce l’eterogeneità degli eventi e impallidisce sulle guance, gonfia le palpebre. Non fuggo da lei, dalla malattia che le disperde parole e memoria per le stanze e sul divano, decido di  deglutire altrove –non qui- il mio pianto. Fuggo dal dovuto saper che fare, dall’inerzia del solito. E non so più che fare di me, in cambio. Ma spero e provo.
Il mio cane è la mia allegria e ci accompagna fino alla soglia, come una cerniera fra le cose che da molto ho amato lì e le stesse cose che fra poco continuerò ad amare non so dove.
I passi dal portone alla mia stanza sono solenni, porto sulle spalle la noia dell’aspettarmi chissà per quanto e l’obbedienza alla vita e  già penso a tutto il  passato che potrò distillare da un atto così presente e senza ritorno.
Il trasloco da un posto vivo: come un amore che finisce e rimane da qualche parte a farsi ricordare incompiuto e provvisorio, indimenticato e infinito, tanto quanto l’andarsene, demolendo  la casa, assomiglia al  lutto, col dolore circoscritto che in esso punge,  della fine.
La musica che dovrò ricordare, quando penserò ad oggi,  non è nulla di più dell’ultima sopravissuta, per sei minuti ancora, alla bocca ordinata degli scatoloni. Come certe vite, vive, per via di un poco, di un acaro in più, di un colpo di tosse. La musica che suona ora è l’ultima fra le dita, prima di chiudere tutto. Casta diva.
E’ il mio addio alle cose, non voluto. Con il cacciavite a svitare e l’impressione premonitrice di non tornare più, il cuore rapito.
Passo le casse con i fili tra le mensole, lungo gli stipiti, la musica mi passa da una mano all’altra e si dispera e urla come se a fuggire  fosse tutta la vita, senza di me.
Mia nonna è una piccola creatura della mia fuga. Non stessi fuggendo, sarebbero meno profonde le rughe e la deficienza del sorriso, meno affilata. Comprende solo musica e non me, che vado via e con questa speranza che soffia intorno, dalle note conosciute, mi fa piangere pensare che -morisse fra breve, mia nonna- oggi potrebbe essere l’ultima volta che non mi riconosce più.
Il mio cane mi guarda a lungo, mentre trovo un paio di manette in un cassetto e le metto via. Comincia a scodinzolare con tutta la gioia e l’amore che non so ancora, ma saprà bene la memoria. Fra otto mesi morirà, il mio amore di cane e scodinzola ora davanti alle manette con i suoi occhi canini.
Credeva fossero un guinzaglio.

lunedì, 10 settembre 2007

LUCIANO PAVAROTTI

Avevo paura, quando lo vedevo sudare, che si sciogliesse il nero della tinta. Gli grondasse dai capelli. Avevo già chiara l’immagine fittizia, come fosse stata un’abitudine, restavo tesa all’imbarazzo d’anticipo, tanto fasullo quanto palpabile, di vederlo come irrigato da un inchiostro. Alla fine, passava il bianco di un fazzoletto sulla fronte madida e non succedeva niente.
Ho anche cantato con lui, da bimba. Era la mia piccola infanzia canterina, piena di grandi cose e nomi non goduti, per via dei pochi anni e della distrazione, forse, di essere una bambina un po’ malinconica e preoccupata.
Non c’è più. Il mio non è il dolore di una perdita, ma piuttosto l’attaccamento ad un’epoca. Sento, come una valanga implosa da un’amnesia, la solitudine della vita, il passare, lo smottamento del tempo e dello spazio. Questa morte non si porta via solo un uomo e per me, tra l’altro, ha ben poco della morte di un uomo, ma si porta via –e dovrei vergognarmene- mia nonna in macchina,  con la cassetta a risuonare fra i sedili, dietro i finestrini, sul nostro coro vivace e sulla sua fierezza nell’insegnarmi quanto fosse buono  e dovuto amare Luciano.
E nel silenzio che abbiamo, tra noi, mia nonna malata ed io, vorrei dirle, fra tante cose, che è morto il suo bravo tenore, il nostro. Non capirebbe e non sarebbe una grande cosa raccontarle una  tristezza. E’ che non ci saremo mai più, noi tre, a cantare, e lo scopro oggi. Eravamo del mondo e non lo sapeva nessuno. Appartengo ad un cuore collettivo che ha respirato la stessa aria di un mito, così posso dire Luciano e siamo tutti a stringerci le mani in una comunione di pensieri. Siamo nostri e il collante è ricordare cose comuni, anche se su automobili diverse.
C’è il dolore di non poter dire  al mutismo di mia nonna che dentro un momento siamo state nostre e che non lo sapevo. E che Luciano è morto.

venerdì, 07 settembre 2007

LA FORCHETTA

10062007

Ma io dico – se ti chiedo se c’è un artista che ti fa venire in mente un bidet, puoi tu rispondermi che l’opera è fruibile da parte del pubblico e che il quadro più bello del mondo è la Gioconda?!? Il mio è un esempio calzante, ma non ho chiesto la storia del bidet.

L’altra sera, per festeggiare non so bene cosa, vado con tre amiche alla festa dell’Umidità di Bologna. Ristorante ferrarese. La signora al carrello dei dolci, soprannominata Clark Gable, per via dei baffi, si aggira fra un tavolo e l’altro ingobbita e circospetta, mentre noi, giovani donne ignare, consumiamo, al  contempo, quattro piatti di supremi tortellacci di zucca e tre  di patatine fritte (perché lì ti portano il primo e il caffè insieme per fare prima).
Siccome sul menù non c’è scritto niente e lungo i tavoli, si dimena la presenza della  nonna ferrar-bolognese con insolita leggiadria, mi sorge la speranza, per un attimo, che i dolci li regalino, così alla fine del pasto, chiamo Clark che si precipita con il carrello, pronta a dare pace alle nostre voglie.
Si può scegliere tra diverse opzioni: pista di pattinaggio a rotelle beige con striature marroni, traslucida, di non identificabile composizione; gigantesco assemblaggio di sterco equino ripieno di simil-panna  giallognola; disastro di crema catalana in mescolanza di tutti i dolci presenti sul carrello; suicidio di ribes in gelatina, accompagnato da sentore di millefoglie.
Chiedo alla signora che cosa c’è dentro alla torta con il ribes e mi risponde che c’è della roba e poi degli ingredienti. Proprio quello che cerco. Ne chiedo una porzione. Siccome poi la signora dice che io sono una golosetta, per via del calore con cui ho accolto la sua epifania, mi fa dono di un pezzo in più, che sommato al Profiteroles delle altre commensali fanno 5 euro.
Mentre noi scegliamo la strategia mangereccia, Clark, brandendo un tovagliolo, inizia a pulire le palette con cui serve i dolci. L’effetto è identico -se non peggiore perché poi te lo devi mangiare- a quello di una merda, sotto alla suola liscia di un mocassino, tolta con il Kleenex. Sulla tavola scende il panico. I baffi di Clark e le scarse condizioni igieniche del carrello maledetto seminano il terrore. Finché… Lo fa.
La signora prende la forchetta al sabor di tortelli e patate di A., abbandonata all’estremità del piatto su cui ancora dimora l’ombra tiepida della sfoglia, e serve i dolci con quella. Finito il nostro tavolo, parte alla volta di nuove tavolate con la forchetta al ragù, a servire il Profiteroles a voialtri.
venerdì, 31 agosto 2007

LA PRESTAZIONE

Vivo all’insegna dell’ansia da prestazione. Il mondo è pieno di insidie e spesso mi sembra che la mia permanenza fra gli esseri umani sia predestinata, per incorreggibile conformazione, a non dare il massimo di se stessa.
Dovrei agire perennemente nel segreto della solitudine, lì potrei essere libera di fare di me la Giovanna D’Arco del coraggio, la Madre Teresa di Calcutta della bontà, la Dante dello scriver bene.
A volte mi riesce persino difficile camminare. E chi mi conosce cederebbe più volentieri alla tentazione di giurarmi stronza piuttosto che a quella di credermi timida. Seguendo le antiche usanze, secondo le quali è necessario rimanere fermi sulla pista da sci e, credendo di non essere improvvisamente più in grado di scendere, cercare fra gli amici qualcuno che ti assecondi nell’iniziativa di chiamare un elicottero, mi è capitato qualche volta di sentirmi osservata in strada e di non essere più capace di mettere i piedi uno davanti all’altro.
Certe donne si pavoneggiano allo sguardo marpione del maschio assatanato, io no .
Una volta, in autostrada, sentendo gli sguardi addosso, ho accostato, mi sono fermata in una piazzola di sosta e sono scesa dalla macchina sperando di trovare sulla fiancata il disegno di una chiave o una scritta anarchica, piuttosto che crollare nel dubbio indistricabile del perché si scegliesse, in quell’interminabile viaggio, di guardare proprio me.
La mia famosa e trita e ritrita amatriciana diventa pericolosamente insipida, nel mio pensiero, se qualcuno mi guarda cucinarla, la mano è impacciata mentre firma e il cervello a volte mi abbandona durante il calcolo più semplice, se l’occhio vigile di un altro si posa sul mio.
Anche il nocciolo d’oliva diventa estremamente difficile a sputarsi e il mio naso a soffiarsi, se qualcuno mi guarda.
A volte poi mi capita di dire cose davvero sconvenienti o di fare la figura del premio Nobel per la stupidità, solo per il desiderio troppo vivo di mostrare il contrario. Sono il classico tipo di persona che dice in gamba allo zoppo o si dedica ad un interminabile monologo sull’oscenità delle gondole in plastica fosforescenti al cospetto del nuovo conoscente che, collezionandole e brandendo un pacco infiocchettato, ti ha già garantito di essere in procinto di diventarne un’ imbarazzata posseditrice.
Così nel giro di due giorni, anche se non vorrei altro dalla vita e faccio di tutto per darmi questa possibilità, dovrei scrivere un articolo per una rivista e non c’è niente al mondo che mi pare, oggi, di sapere fare peggio  che scrivere articoli per quella rivista. Ho paura di non essere capace e vorrei hic et nunc che un elicottero  mi  riportasse sulle piste e che lì mi lasciasse.
09062007
bea
mercoledì, 08 agosto 2007

All'amica F., che ha il mio bene.

Avrei voluto, ad un certo punto,  dirti di mangiare e assicurarmi non ti mancasse niente. Perché se hai fame o se qualcosa ti manca,  io piango. La distanza delle cose che hai visto e delle mani che  hai stretto e di tanti baci che hai dovuto dare e della faccia – bellissima- sui muri e dei capelli da riconoscere e fermarli e degli anni (se vogliamo), la distanza non c’era.  Tu non lo sai,  non sai niente, ma da qui, da una poltrona blu, in mezzo a molto velluto e a molti respiri, ti dicevo grazie, come una briciola o una lacrima sciocca. Perché una volta  mi hai fatto ridere, d’estate, e mi hai distratto il cuore con l’idea di te. Distante e amabile com’eri –e sei- tu. Tu guardi sempre un po’ di sbieco e io, che ho sempre paura della  tua fretta lontana, non so mai trovare il tempo per spiegare, per darti lo specchio di quello che sei a volte, senza saperlo.
Io credevo che i desideri fossero futuri e che si aspettassero  perlopiù  a lungo e qualche volta per sempre e senza averli mai. Che vani e vanescenti come i desideri, fossero i desideri. Grazie a te, poi,  non era vero. O almeno uno no, era di carta.  E grazie al cielo , così, sono stata felice anch’io. E lo sarò ancora, si  spera. E quando ti ho detto “ è come se tu, a vent’ anni, con il tuo caro Fabrizio…”  , ti ho guardata ben bene e avevi un sorriso così arreso e stanco e due occhi così azzurri e  accesi, che sembravi una madre e una sorella e forse una figlia e  amica mia, una dolce creatura da ringraziare, mentre respira, sorda  su di sé, il suo spazio corrucciato. E poi avrei voluto, ad un certo punto, dirti “che buona che sei”,  anche sbagliando su di te, magari. E salvarti la voce e le mani e  le guance dal tempo e abbracciarti con le braccia più leggere e  forse piangere senza piangere, piangerti in faccia un po’ di bene.
E avrei voluto, no, “vorrei” che nessuno ti facesse male, che fossi eterna, con quegli avambracci che ballano per l’aria e con quel sorriso che fai quando ti si apre il cuore sulla folla. E ad un  certo punto ho pensato che non è detto mai che tutto quel battere  di mani sia proprio quello la tua felicità e te ne avrei augurata,  non fosse quella, una diversa e più grande e gialla. E tutta la mia  ti avrei dato, solo per come hai detto che “C’è un tempo bellissimo”, solo per come hai volato e sei stata vana, con tutti i  carrelli della spesa e gli attaccapanni e le persiane e i succhi di  frutta ai mirtilli che ci sono nell’universo, in questo universo. Solo per come sei stata vana. E umana. Per le mie pantofole. 
E  vorrei per questo, anche ora, come allora, tu fossi felice e  sempre, ma non come si fa per dire, ma come uno schiaffo a  spettinarti. E –scusa se lo dico- io vorrei e avrei voluto che la  tua pelle fosse sempre così tua e bianca e non riconoscere in te nessun cambiamento. Perché ne piangerei ad accorgermene. Fosse  sempre come lo immagino io, bello, il tuo cuore da bambina. Perché  mi ricorda i salti e il ghiacciolo all’amarena sulle scale, giù in  cortile e la torta di riso e la notte. Avrei voluto dirti grazie  perché sei piccola a volte, piccola come una che non si accorge di nulla. Ma a volte sì. E mentre canti non sai che io dico sul serio  e non tanto per dire. Ma adesso sì.

                                    F. & B.