
LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

La pipì, ottobre 2008
SilenzioAbbiamo costruito talmente tanto attorno al silenzio che l’abbiamo fatto parlare, che ora è riuscito a diventare un piccolo silenzio, un silenzio che abbiamo sporcato.
Quando dici che le parole hanno un peso, così che tu ricordi le mie, temo che tu lo faccia con una falsa idea di me.
Non mi sono mai sprecata in parole e Ti amo l’ ho detto ad una persona al mondo. Non avrei sprecato parole, se la seconda volta l'avessi detto a te, ma pur esplodendo e con tutte le ragioni per farlo e le certezze, non sono riuscita a dirtelo.
In parte non mi avresti creduto, in parte sarebbe stata una rottura di quel silenzio che già poco sapevo darti. Avevo paura di perderti, proprio con le uniche parole che faticavo veramente a tacere, proprio anche quando avevo capito che, senza amore tuo, ti avrei perso comunque.
E ho provato un dolore da cui mi riesce difficile riavermi; perché se si può amare con tutto l’amore una creatura, ecco che così io ti ho amato e mi vergogno persino a dirlo e mi meraviglio del mio coraggio, perché non l’ho detto mai.
Il mio silenzio era una sera, al telefono, fuori da un bar, quando ti avevo detto, per averti, che ti avevo preso in giro, che non era vero niente; cercavo l’amore in un dispiacere che avresti dovuto mostrarmi, vivo di desiderio e di paura. Ero gelosa, forse, della tua sofferenza, volevo tu mi amassi con una sofferenza maggiore di quella che a te dava il mondo. E invece era il mio dirti Ti amo, come non ho saputo dirlo mai, come non ho saputo dirlo un pomeriggio che tu soffrivi e non volevi sentire nessuno e nella profondità di un letto, forse, avevi pianto.
Ti amo, volevo dirti. Ma non come tutti dicono, ma con l’amore di una madre, di una figlia, di un’amante, la disperazione di amarti al di sopra delle parole. Che esagerazione, avresti detto. Come hai detto sulla soglia di una porta, dopo un bacio, il primo, che mi aveva spezzato le ginocchia e per cui, in cambio, non avrei desiderato null’altro al mondo. Mi ero sentita mancare e avevo dovuto cercare un appoggio, per non cadere.
Non lo sapevo si potesse amare così e non sapevo si potesse così tanto non essere amati, tanto da pregare tu cambiassi e mi volessi. Dopo tanto indicibile dolore, bevuto negli anni, mi pareva persino sciocco ed elementare che proprio il tuo amore potesse salvarmi, come un semplice antidoto al mio veleno. E lo avrebbe fatto sul serio. Il tuo sciocco amore qualunque. Il tuo e di nessun altro.
Non so se ho sofferto mai così, così come molti hanno sofferto per via di me; ho provato un dolore diverso, non era il dolore pungente e travolgente di una catastrofe, ma ne erano –male ben peggiore- i segni e l’eco.
Una tristezza che era un baratro infinito, un pianto continuo alla vita. Una malattia insanabile. Senza te, non essere felici mai più.
E avrei voluto dirti Ti amo altre mille volte, perché fosse una parola e non silenzio, perché tu la stampassi bene nella mente, come bastasse amare davvero e dirlo, per essere riamati. E non avere paura di te.
Non ho rotto un silenzio, con le parole, chissà quali, che ti rimangono impresse di me, l’ ho solamente sporcato.
E tu, che sei sempre tu, starai in silenzio, persino ora.
E' Natale, amcici miei. So di avervi un po' trascurato e che mi mancano secoli delle vostre vite per mettermi in pari, ma vi penso. Siete creature respiranti e vive e mi manca non poter recapitarvi un abbraccio e l'augurio di ottenere quello che desiderate. Vi auguro di riuscire ad essere felici con la semplicità dell'essere felici e con la libertà dell'esserlo per ciò che viene, ancor prima che per ciò a cui andate in contro. Un bacio
So che siete lì
IL ROTARI CLUB
DIRE e NON DIRLO
Come un ciottolo in gola, dirti ti amo sarebbe sopravvivere improvvisamente, un fiotto rotondo d’aria, da inghiottire svelta nel dirtelo, perché quanto più eccede il cuore, tanto più mi scarseggia il fiato. Ti amo come a inventarlo ad un tratto, un lanciare contro di te, a schiantarti in mille pezzi, una pietra dura e fredda. Dalla punta delle dita, lungo i segni delle calze, persino sul naso o in un’alzata tua di spalle, dirlo e lasciartelo lì. O scrivertelo, tanto non capisci niente. E poi anch’ io ti sono niente.
Camminavo oggi e ti amavo sopra ai lacci delle scarpe e dentro l’orlo dei pantaloni; ti amavo anche nel vetro di una pizzeria d’asporto, ma “dirtelo –pensavo- sarebbe come condannarsi, perché so come sei e a maggior ragione ormai che non serve a niente, dirtelo è più lento che spararsi e tanto varrebbe, allora, fare in fretta”.
Sì, perché tu –checché se ne dica- non mi ami per niente e nessuno mai al mondo riuscirebbe ad amarmi così poco (forse un nano miniaturista) come tu mi ami, io invece ti amo tanto da schiantarmi nel non dirtelo, e a sufficienza amo me da non dirtelo mai.
Mentre faccio questi pensieri, lungo Via Rizzoli, tre cani neri taglia gigante, mi si fiondano addosso. Cerco di scrollarmeli, ma non c’è verso.
<<Di chi cazzo sono ‘sti cani?>>- dico io, piena di grazia allo stesso modo, se non di più, di Maria, I cani continuano a sbranarmi.
A dieci passi da me, un punkabbestia vino-munito con braga a vita bassa e spaccatura verticale in zona anale, mi si palesa senza dire niente. I cani sono inequivocabilmente i suoi, ma lui non ne rivendica la paternità.
Dietro di me, nel frattempo, un punkabbestia donna, con degli stivali rossi con frange a forma di frecce, due millimetri di calza a rete attorno a due buchi color carne di settantacinque centimetri a gamba, i capelli impiastricciati di alcune fra le prime tre sostanze da motore più unte ed inquinanti al mondo, seconde solo a quelle del mio scooter, saluta il padrone delle simpatiche bestie.
<<Ti hanno scambiata per la mia ragazza>> mi dice lui, indicando la giovane alle mie spalle.
Ecco perché non mi ami.
MANETTEMia nonna dice che sono bella. Mi avrà scambiata per la nipote di un’altra.
Ho i capelli in disordine, il mio cuore scandisce l’eterogeneità degli eventi e impallidisce sulle guance, gonfia le palpebre. Non fuggo da lei, dalla malattia che le disperde parole e memoria per le stanze e sul divano, decido di deglutire altrove –non qui- il mio pianto. Fuggo dal dovuto saper che fare, dall’inerzia del solito. E non so più che fare di me, in cambio. Ma spero e provo.
Il mio cane è la mia allegria e ci accompagna fino alla soglia, come una cerniera fra le cose che da molto ho amato lì e le stesse cose che fra poco continuerò ad amare non so dove.
I passi dal portone alla mia stanza sono solenni, porto sulle spalle la noia dell’aspettarmi chissà per quanto e l’obbedienza alla vita e già penso a tutto il passato che potrò distillare da un atto così presente e senza ritorno.
Il trasloco da un posto vivo: come un amore che finisce e rimane da qualche parte a farsi ricordare incompiuto e provvisorio, indimenticato e infinito, tanto quanto l’andarsene, demolendo la casa, assomiglia al lutto, col dolore circoscritto che in esso punge, della fine.
La musica che dovrò ricordare, quando penserò ad oggi, non è nulla di più dell’ultima sopravissuta, per sei minuti ancora, alla bocca ordinata degli scatoloni. Come certe vite, vive, per via di un poco, di un acaro in più, di un colpo di tosse. La musica che suona ora è l’ultima fra le dita, prima di chiudere tutto. Casta diva.
E’ il mio addio alle cose, non voluto. Con il cacciavite a svitare e l’impressione premonitrice di non tornare più, il cuore rapito.
Passo le casse con i fili tra le mensole, lungo gli stipiti, la musica mi passa da una mano all’altra e si dispera e urla come se a fuggire fosse tutta la vita, senza di me.
Mia nonna è una piccola creatura della mia fuga. Non stessi fuggendo, sarebbero meno profonde le rughe e la deficienza del sorriso, meno affilata. Comprende solo musica e non me, che vado via e con questa speranza che soffia intorno, dalle note conosciute, mi fa piangere pensare che -morisse fra breve, mia nonna- oggi potrebbe essere l’ultima volta che non mi riconosce più.
Il mio cane mi guarda a lungo, mentre trovo un paio di manette in un cassetto e le metto via. Comincia a scodinzolare con tutta la gioia e l’amore che non so ancora, ma saprà bene la memoria. Fra otto mesi morirà, il mio amore di cane e scodinzola ora davanti alle manette con i suoi occhi canini.
Credeva fossero un guinzaglio.
LUCIANO PAVAROTTI
LA FORCHETTA
LA PRESTAZIONE
All'amica F., che ha il mio bene.Avrei voluto, ad un certo punto, dirti di mangiare e assicurarmi non ti mancasse niente. Perché se hai fame o se qualcosa ti manca, io piango. La distanza delle cose che hai visto e delle mani che hai stretto e di tanti baci che hai dovuto dare e della faccia – bellissima- sui muri e dei capelli da riconoscere e fermarli e degli anni (se vogliamo), la distanza non c’era. Tu non lo sai, non sai niente, ma da qui, da una poltrona blu, in mezzo a molto velluto e a molti respiri, ti dicevo grazie, come una briciola o una lacrima sciocca. Perché una volta mi hai fatto ridere, d’estate, e mi hai distratto il cuore con l’idea di te. Distante e amabile com’eri –e sei- tu. Tu guardi sempre un po’ di sbieco e io, che ho sempre paura della tua fretta lontana, non so mai trovare il tempo per spiegare, per darti lo specchio di quello che sei a volte, senza saperlo.
Io credevo che i desideri fossero futuri e che si aspettassero perlopiù a lungo e qualche volta per sempre e senza averli mai. Che vani e vanescenti come i desideri, fossero i desideri. Grazie a te, poi, non era vero. O almeno uno no, era di carta. E grazie al cielo , così, sono stata felice anch’io. E lo sarò ancora, si spera. E quando ti ho detto “ è come se tu, a vent’ anni, con il tuo caro Fabrizio…” , ti ho guardata ben bene e avevi un sorriso così arreso e stanco e due occhi così azzurri e accesi, che sembravi una madre e una sorella e forse una figlia e amica mia, una dolce creatura da ringraziare, mentre respira, sorda su di sé, il suo spazio corrucciato. E poi avrei voluto, ad un certo punto, dirti “che buona che sei”, anche sbagliando su di te, magari. E salvarti la voce e le mani e le guance dal tempo e abbracciarti con le braccia più leggere e forse piangere senza piangere, piangerti in faccia un po’ di bene.
E avrei voluto, no, “vorrei” che nessuno ti facesse male, che fossi eterna, con quegli avambracci che ballano per l’aria e con quel sorriso che fai quando ti si apre il cuore sulla folla. E ad un certo punto ho pensato che non è detto mai che tutto quel battere di mani sia proprio quello la tua felicità e te ne avrei augurata, non fosse quella, una diversa e più grande e gialla. E tutta la mia ti avrei dato, solo per come hai detto che “C’è un tempo bellissimo”, solo per come hai volato e sei stata vana, con tutti i carrelli della spesa e gli attaccapanni e le persiane e i succhi di frutta ai mirtilli che ci sono nell’universo, in questo universo. Solo per come sei stata vana. E umana. Per le mie pantofole.
E vorrei per questo, anche ora, come allora, tu fossi felice e sempre, ma non come si fa per dire, ma come uno schiaffo a spettinarti. E –scusa se lo dico- io vorrei e avrei voluto che la tua pelle fosse sempre così tua e bianca e non riconoscere in te nessun cambiamento. Perché ne piangerei ad accorgermene. Fosse sempre come lo immagino io, bello, il tuo cuore da bambina. Perché mi ricorda i salti e il ghiacciolo all’amarena sulle scale, giù in cortile e la torta di riso e la notte. Avrei voluto dirti grazie perché sei piccola a volte, piccola come una che non si accorge di nulla. Ma a volte sì. E mentre canti non sai che io dico sul serio e non tanto per dire. Ma adesso sì.
