
LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

Mamaioa - FIORELLA MANNOIA - Onda TropicaleC’era una coccinella sul lavandino, agonizzante. La stessa coccinella l’avevo vista più volte in giro per casa e ogni volta mi aveva dato come il sentore di un dono celestiale e futuro, il presentimento di una qualche leggerezza, che fosse per me, appena fuori di casa. Prima l’ ho mossa con un dito e poi, con un pezzo di carta perché le zampine facessero presa sui pori, l’ ho sollevata. Cosa mangeranno le coccinelle? Ho pensato che essendo un animale anche lei, potesse avere sete e allora, bagnato appena il polpastrello, le ho dato da bere, così come usano bere le coccinelle. Non so se abbia bevuto davvero, ma poi l’ ho appoggiata sulla terra umida di una piantina. Non voglio sapere se sia morta. Non voglio vederla. Era la mia coccinella delle leggerezze, la mia coccinella della fortuna. Ho pensato che se qualcuno mi avesse raccontato da bambina che le cimici sono di buon auspicio, probabilmente mi sembrerebbero belle anche loro e ora le prenderei tra le mani nude e le salverei da me, che tento di lanciarle fuori dalla finestra munita di guanti e panni e giornali, per non sfiorarle nemmeno. Non riesco a credere che una coccinella possa essere anziana, per consolarmi, così come non può esistere una coccinella maschio. C’è una solitudine che cerco a volte. E’ quando sono piegata su qualche vita a guardare se si muove ancora. E’ il mio viaggio dentro le cose, lontana dal mondo. Il mio viaggio è distante e non so dove; tendo la mano verso di me, ma è proprio allora che non torno e non mi sveglio. C’è qualcosa di ovattante, a volte, in me, che non vuole che torni. Mi solleva a sprofondare. Mi affossa di leggerezza . E’ la bellezza. E’ così muta la bellezza che mi allontano per ascoltarla e non mi giro più al mio nome, in tutto quel silenzio. E’ un covare il dolore della vita, il male del bello senza voce. Si agita come un presagio di nulla che si strozzerà, morirà in se stesso. E’ la vita, il ripiegarsi della triste meraviglia che c’è nella meraviglia. E’ una grande ferita in me, che sento a volte, vivere. Perché l’amore che amo è più grande, la compassione che piango implode di carità, la passione che brucio è la più calda. Il colore non è solo colore, posso toccarlo. La musica –nient’altro che musica- come un rapimento, mi chiude gli occhi e mi lega le mani. Non c’è niente che mi consoli di più al mondo, di quello che per il mondo è niente. L’uscita di un nuovo disco, nuova musica. Così, per un nulla, un giorno sono scesa dalla macchina come la fretta; come lo scoppio imminente di una risata grandiosa. E dopo qualche passo –forse dopo una corsa- ho avuto fra le mani la voce che piace a me. Che per me è un miracolo. La mia liberazione volante. I capelli rossi e la maglia blu. Ho iniziato a scartare per strada l’involucro di plastica, la distanza. Gli occhi vacillavano fra i cappotti dei signori, più di un sorriso là giù in fondo, come il mio cane verso di me, a zampe levate, dalla cuccia alle braccia. Ho teso le orecchie con la paura che non mi piacesse, la trepidazione del rischio di una caduta. Ferma e librata. Liberata. Come ho potuto non fidarmi? Era sempre lei. Ecco una preghiera di salvezza, strozzarsi in gola, disperante. E non c’era niente, non c’è niente che mi perseguiti e nessun riscatto per me , è solo che qualche volta vorrei le braccia più larghe, perché non so abbracciare e non so cosa. In quei momenti vorrei pregare. Perché la voce che piace a me non si può accarezzarla e nemmeno prenderla per un polso e riempirla di schiaffi. Ma il nuovo disco ha volato e mi ha stretto le scapole con forti artigli di gomma, nel vuoto abbraccio che mi fa piangere, se ci penso; e allora avrei voluto pregare o mangiare o forse niente, proprio niente. Ho canzoni e momenti, ha detto all’inizio. La sua voce è piena di canzoni. Ho pianto, se piangere è non sapere più che cosa fare. Si vorrebbe prendere fra le dita la cara cosa che è e sollevarla come fossi io sua madre, vorrei. E avrei voluto -e vorrei- saper raccontare le canzoni della voce che piace a me e liberarmi da questo non poter essere un’altra. Ho acceso la macchina e me ne sono andata svelta verso casa. Avevo paura di rovinare qualcosa, di sciupare il premio alla mia attesa, per un’ingordigia sciocca, un’avidità di sorprese. Volevo un rito, per non pentirmi poi di aver ascoltato in fretta e male. Perché là dove manca una legge, nel dubbio, si potrebbe portare rispetto. Bisognerebbe accendere una candela, a vedere se serve. C’è un niente vivo che agita questa voce e che agita me, la presenza a se stessa, immobile e immutabile. In mezzo alle altre voci, si mescola in una leggerezza di coccinella insalvata che fa piegare la testa. Quel viaggio lontano, allora mio, fra le pareti e il pigiama, sapeva di nulla, sapeva che un dio servirebbe qualche volta, fra le cose inutili che ci rapiscono. Ho visto bene il grande abbraccio di cui parla lei. L ’ho visto e volava, pieno di tristezza, anche se rideva, e di ritorno. Fiorella Mannoia, nuova, per le mie matite e le maniglie delle porte, la vedevo bene, con le sue belle mani magre, aperte a riempirmi gli occhi di cose. Una fusione di voci, ma la sua l’ ho riconosciuta, è la mia felpa comoda. L’ ho riconosciuta e proprio per questo me ne sono stupita. Io la riconoscerei tra milioni questa voce, ma mi ha sorpreso come me ne fossi ricordata tutto a un tratto. Ballava e quasi non era lei. Non c’era bene più grande e semplice, in quel momento, di quel pieno bene per la voce e le sue note. Mi ha parlato di un viaggio. E’ una voce che, prima ancora di ogni partenza, già vuole tornare. Per un attimo mi ha abbracciato forte e ho pensato alle mani di uno sconosciuto, da bambina, a strapparmi da una tempesta di sabbia, sulla spiaggia, al mare. Mi ha sollevata ed era un affossarsi nell’essere io, me. E lontana dal mondo. Mi ha piegato la testa, Fiorella, e forse ha visto che mi muovevo ancora. E ho bevuto.
BOLOGNA, GLI SEI MANCATAIo da piccola Lucio Dalla lo ammiravo. Mi ero fatta un'idea su di lui tutta personale. Nel mio immaginario, Lucio Dalla era un omone alto con la barba, una specie di Babbo Natale castano. E cantava. Lucio Dalla non era di Bologna, secondo me. A dire il vero, io credevo che tutti fossimo di Bologna. Le elementari le facevo anch'io -è vero-, studiavo la geografia, si parlava di Lazio, Veneto, Sicilia, ma per me quello che si diceva in classe e quello che succedeva fuori erano due cose diverse. La vita vera -mica stavamo a pettinar le bambole- era che tutti eravamo di Bologna e non si stesse a discutere. Naturalmente, Lucio Dalla non poteva essere da meno, non era una mosca bianca. Lucio lo stimavo. Era quello cha cantava Anna e Marco, Quale allegria, Futura, per non parlare di quella che è la mia preferita ma ora non mi viene in mente il titolo (tu corri dietro al vento e sembri una farfalla eccetera). Lo stimavo. Era un cantante barbuto, cosmopolita, che cantava delle belle canzoni. Poi venne il tempo dell'album Attenti al lupo. Ecco. Proprio in quel tempo, ricordo che andavo in giro con mia nonna in macchina. Mia nonna in versione automobilista era fonte di grande imbarazzo. Difatti guidava ai 20 km/h, in mezzo alla strada, creando lunghi cortei di macchine che suonavano. Andare in macchina con lei era come andare ad un Matrimonio. Io mi vergognavo così tanto che mi mettevo tutta piegata sulla pedanina, sotto il sedile, in modo tale che quelli che la sorpassavano da destra, mentre si voltavano verso di noi -interrogativi- per dire "Chi cazzo è 'st'idiota che mette la freccia per fare una curva obbligatoria", non mi riconoscessero e non pensassero che io avessi dei legami di parentela con l'idiota. In questi nostri viaggi interminabili ascoltavamo la cassetta Attenti al Lupo. Fu allora che iniziai a far convivere due immagini profondamente distinte dello stesso uomo. Fu allora che raggiunsi la maturità emotiva. Possibile che quel Lucio Dalla là, quello di Anna e Marco, abbia scritto una canzone sull'amore che dice per 7 minuti -mentre mia nonna tenta una partenza in salita- "ah l'amore asdrubaldì-asdrubaldà, storunti-Nasdak, ah l'amore Euribor sdrabladidu'"? Possibile? Sì. Da allora la mia idea su di lui iniziò a mutare in peggio, seppure fomentata parzialmente da quel riflesso condizionato che era la guida di mia nonna. Poi arriva il 2006. Canzone su Bologna. Ora voglio dire: a distanza di anni ed anni, ho capito molte cose. Ho avuto tempo per scoprire -con l'esperienza- che Lucio Dalla è bolognese come me, che mi arriva all'incirca all'altezza del coccige (e ho il culo basso), che è biondo tinto e che -accostato alla Nannini- è più femminile lui, ma non ho avuto tempo per meditare sul suo nuovo lavoro. La canzone è ignobile, ma parla di Bologna e le devo voler bene per forza. Non fosse altro per mia nonna che "lungo l'autostrada" (cito la prima strofa), lei l'autostrada la prendeva al contrario. Cara nonna. Ma io penso al testo:
Io 'sta canzone, nonostante tutto, nonostante l'apparenza, non riesco ad odiarla. Però Dalla è proprio basso e biondo. Mia nonna è bionda, ma almeno è una bella sgnacchera alta. Sbaradu'- Sbaradu'- Sbaraduldidoblo'.
FIORELLA MISCELLANEAE' con ponderata copia-incollatura che oggi, 21 ottobre 2006, riesumo un testo del 2003 e lo metto qui, perché credevo di averlo già fatto e invece no e poi qui dentro ci metto tutto perché a volte sono come il maiale e non mi butto via per niente. Trattasi di una specie di recensione sulla voce di Fiorella Mannoia. Ehm ehm.
Voglio capire cosa mi piace della tua voce. Voglio decifrarla, schematizzarla, categorizzarla, spogliarla, scarnificarla. Hai una voce ferma. Questo mi piace: la fermezza, ma una fermezza che vibra, scossa intimamente da una sorta di languore. Sì, mi piace che non sia assolutamente ferma, come invece la sua fermezza starebbe a dimostrare. E' solida, irremovibilmente solida, tuttavia estremamente lasciva nel farsi modellabile e sinuosa, sì: "sinuosa". Ed è profonda: un baratro, un abisso; trapassa la terra, la penetra come un tuffo. E' la notte, è l' Oscuro la tua voce: soave e trasparente. E quanto più s' oscura, tanto più fa mostra dei suoi stessi bagliori. Perché è notte fonda la tua voce, le due di notte, per l' esattezza, di notte assolata. Mi piace la tua voce perché conserva un mistero e nostalgia e, soprattutto, rimpianto - "rimorso" no!- "rimpianto", malinconia; nasconde lacrime e un lamento e non ha nulla da nascondere, fa mostra di sé, senza pudore, perché è decisa la tua voce, è dispotica, ferrea, non transige, ma umilissimevolmente non si dà vanto, peso, importanza. La tua voce democratica. La tua voce è tonda ed è blu. Mi piace perché è vasta, s'espande (a macchia d' olio?!) eppure rimane circoscritta, spessa, si incanala, per seguire, senza scampo, il binario più dritto. Praticamente è una linea retta ed è rossa. E' un qualche infinito la tua voce, ma non dura mai abbastanza. E' una disperazione, struggente, dolorosa, folle come la pace dei sensi, un dormire senza sogni. La tua voce fa sognare. E' dura la tua voce, ma ci sbatterei la faccia, e sarebbe come sprofondare in un pantano. O in una nuvola, di quelle bianche.