In comode rate

Anche i ricchi piangono


Creative Commons License
tutti i diritti riservati
(*loading* diritti)

La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



Black list

Berluscounter!

Servizi della Bea bank

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder


Elenco dei Blog italiani


Blog Aggregator 3.3 - The Filter



Image Hosted by ImageShack.us

Abbiamo rapinato

*loading* correntisti

Kira'stickers
mercoledì, 16 gennaio 2008

Moltiplica

Posto qui un mio testo senza fissa dimora spazio-temporale.

Così, di colpo, alle nove del mattino, come uno spavento, mi sveglio perché ti amo già. Così. Di colpo. Di mattina.
Bologna ha un colore grasso. Cammino sotto i portici e me ne riempio gli occhi a tratti. Ho fretta di amare, tra il bar e la colonna scrostata. Io che non amo mai nessuno. Io che ho un cuore che è un calzino bucato, che è uno spillo. Ci sono delle volte che non mangio, d'amore. Altre volte che non dormo. Sempre "d'amore". Oggi ne ho la fretta. "D'amore" intendo. Anche tra la striscia pedonale e la "Graziella" arrugginita. Ho una qualche musica da amare, una qualche voce da abbracciare. E non lo dico qual è la mia canzone. Perché non posso. O ci si sente sempre soli ad amare - nell'amore - o non si ama abbastanza.
Fumo, mentre ti amo. La gente mi osserva come se amassi chissà chi.                                                             
Qualcuno ha appena gridato “Anna” per strada ed è stato un chiamare così fermo e volenteroso che mi sono girata, anche se, alla fine, non mi chiamo mica “Anna”.
E mi srotolo lungo il marciapiede come se non avessi nemmeno un nome. Anna…
Anna, io non so parlare, come fai tu, da qualche parte del mondo, dove ti immagino che ridi. Io mi esaurisco, mi spengo, “mi muoio” nelle grandezze. Nella grandezza di non essere te, né tu me. Nella grandezza di non capirci mai e di finire così, scivolando distinte.
Io, Anna, non vado leggera.
Anna, ho paura.
Anna, senti questa musica! Senti che io me ne innamoro e ne piango profondamente, di un altro pianto che non so dire! Non è il tuo. Perché è il pianto di non essere, noi due, le stesse labbra e gli stessi occhi. La musica mi abbandona. Lo sento mentre ti parlo e ad un tempo, non posso parlarti, perché non so farlo. Io non lo so. Io non so raccontarlo il silenzio che ho. Non mi resta che buttarmi a terra, Anna. E vedere se sopravvivo, così, all’amore. Alla Musica. Facendo finta di essere morta, mentre continuo a bruciare.
Ma non posso, perché è freddo, qui che piastrellano il cemento sotto il palazzo del Signor T… È freddo che non possano più pattinare i bambini. E’ fredda questa gravezza presunta, questo esserci e così, essendoci, “saperlo” che non si potrà più pattinare. Così fredda che ne impazzirei maggiormente a stendermici. Me ne ammalerei di più.
Te lo darei il mio cuore pieno di questa musica, per curarmelo tu, se puoi… Se puoi raccontarmelo. Ma si sprofonda, con questa canzone, in una caduta tesa e non so più esistere ed essere qualcosa, nemmeno per te. Musica. Mi lascia incompiuta. Non mi uccide del tutto. Mi esaurisco, mi spengo e “mi muoio” nella sua grandezza. Come dirtelo, Anna?! Si potrebbe aprire i pugni, per vedere cosa succede. Non succede niente. La musica mi sconvolge, mi stipa le mani di niente. È amare non amati. È il non poter parlare. Solitudine di noi due, Anna -che-non-sei-me.  E allora canto, che è la mia voglia di correre. La mia voglia ferma di correre. La mia paralisi.
Di correre.
Musica. La desidero con l’azzurro delle vene. Con tutto l’azzurro. Come un’infanzia
E piango, di un altro pianto. Che potrebbe essere lui la felicità. Se solo potessi chiamarlo. Ma si srotola dentro di me come se non avesse un nome. E chissà se anche tu, Anna, hai qualcosa da non chiamare?! Chissà se ce l’hai un tacere tutto tuo che non posso capirti, che non posso scontarti io, con pietà di te?!
Ho pena di noi due che ascoltiamo, desolate, la bellezza e il turbamento. Imprigionate nelle nostre distanze. In una reclusione di spazio incoercibile. Troppo spazio. Troppa musica, Anna. Ho troppo da amare... E mi volto al tuo nome, a una speranza o a un inganno. E continuo a camminare. Di un colore grasso, a tratti.
Ma muoio da me, come il silenzio di una stanza.


finanziato da: BEA alle ore 23:45 | link |commenti (46)
conto: parole, pensieri, musica, poesia, amore, riflessioni, 03 conto blu
martedì, 30 ottobre 2007

So che siete lì

Vorrei spendere due parole, senza pretese, su quelli che si fermano davanti alle porte. So che mi leggete in silenzio e fate finta di niente. Voi che vi fermate alle entrate (o alle uscite) dei bar, delle librerie, dei negozi di abbigliamento, dei bagni pubblici, a parlare. Organizzate vere e proprie Cerimonie. In uno slargo di venti ettari, se c’è una porta, voi rimarrete a sostarvi in branchi di 12 impalcando conversazioni fittissime da consumarsi tutte lì, ad ostruire il passaggio a chi deve entrare e a chi deve uscire che poi –lo sappiamo- sono sempre io.
Bene. Vorrei chiedervi, con la più sentita delle mie curiosità quali migliori risonanze, quale  ameno stanziarsi, porti in sé uno spazio di 20 cm entro il quale festeggiare in gruppo, ricorrenze e commemorazioni. Io vorrei chiedervi solo perché lo fate. Senza polemica, per curiosità. Voi siete gli stessi che si fermano in mezzo alle scale, quando c’è una fila di gente che ha uniformato a fatica il passo, costringendo alla sosta il corteo, siete quelli che camminano al centro della strada carrabile quando se non sono due, i marciapiedi sono tre. Sono sicura che siate gli stessi che spingono quando si è in fila, soprattutto quando per la biologia, la fisica, l’educazione fisica,  la geografia, la matematica, la filosofia e per  la storia delle religioni, è impossibile un seppur minimo avanzamento dei corpi. Quelli che se c’è un ristorante vuoto, decidono di sedersi nel tavolo accanto all’unico occupato, costringendo i primi avventori a spostare una sedia, qualche volta il tavolo. Siete voi. Lo so che state leggendo.  Siete quelli che non fanno passare, fermi al semaforo, le macchine che si immettono sulla via, gli stessi che, a semaforo verde, indugiano fino all’arancione, per passare con il rosso e lasciare gli altri ad aspettare un altro verde. Siete quelli che alle poste arrivano dopo ma poi si affiancano all’ultimo e si appiccicano al penultimo, che è proprio quello che è prima di noi, quello che dopo ci siamo noi e non voi. Quelli che, in macchina,  se li sorpassi da sinistra, si spostano tutti a sinistra, se tenti la destra, ritornano a destra. Io vorrei conoscervi e chiedervi tante cose. Tra le tante, perché non mettete le frecce quando fate una rotonda, perché se fumate puntate la sigaretta, con la brace infuocata contro i vestiti degli altri, specialmente lana e, se siete alti, contro gli occhi. Chiedervi perché sorpassate per poi andare più piano e costringere al sorpasso il sorpassato, perché vi strusciate contro il mio zaino nei negozi, quando sono vuoti, perché guardate la cosa esposta che sto guardando e toccando io e me la strappate di mano, ma soprattutto perché, quando non siete in macchina o in posta o al ristorante, vi ritrovate tutti davanti alle entrate (o uscite) a chiacchierare.
finanziato da: BEA alle ore 23:40 | link |commenti (51)
conto: riflessioni, racconti, vita, 05 conto frivolo
lunedì, 22 ottobre 2007

La tua casa

Ti vedo mentre sali qualche gradino. A casa tua,  qualche volta sono cento, su fino all’ultimo piano, altre volte solo tre, sull’ammezzato. Ma tu ti appoggi, in ogni caso, al corrimano ed io ti vedo, sento che respiri forte e raccogli il braccio, incurvi la schiena, petto proteso, la testa indietro,come a riempirsi di cielo la fronte e il mento.  Quanto fiato, fossi io uno scalino, ti regalerei. Ed è solo un piano terra, quel tuo quarto o quinto, questo tuo secondo piano. Quando infili la chiave, hai forse non felicità, ma leggerezza. Apri la porta, con  il passo ciondolante che hai un po’ tu, chiudi (e mi è parso di vederti sorridere). Io prego, per te, tu possa arrivare in cucina o in soggiorno o in una stanza e appoggiare le chiavi sul tavolo, su un tavolo, sul sofà, sentire il silenzio, come un ghiaccio a sciogliersi. La scoperta del “meglio”, il tuo –s’intende. Se fosse poco umida la tua casa, le pareti chiare, si prestasse ad intonarsi con il bianco e con il nero, o con i grigi che tu hai (e io…), fosse così, ecco allora guardarti intorno, le pupille più allentate,  ecco le tue labbra dischiuse: ecco che fai così. I capelli più lunghi, le mani a scrivermi.
Mi scrivi, per l’appunto, che mi vedi mentre salgo i gradini, che li immagini a milioni. O magari due. Che io mi appoggio al corrimano: mi vedi. Ecco che ti sembro sorridere. Preghi per me che io sia felice. Pensi –e non lo dici- che vorresti che ti amassi ancora.
Non è vero che mi vedi. Ma mi scrivi anche tu così, e anche tu mi accompagni fino all’uscio. Così che, a leggerti, io so che mi ami molto.
Così a sognare uguale a me, che non so nemmeno più dove abitiamo.

finanziato da: BEA alle ore 23:56 | link |commenti (21)
conto: parole, pensieri, poesia, riflessioni, vita, diario, 03 conto blu
mercoledì, 17 ottobre 2007

Al corpo

Ciao corpo. Ti auguro di stare bene  fino alla fine dei tuoi giorni, anche se capisco non sia sempre facile vivere con me e difficile tener duro. E' vero. A volte non ti dò da mangiare, altre volte te ne dò troppo, ti sbatto contro gli spigoli; certe volte, ti mangio le pelliccine. Lo so, non dovrei. Ma ti metto le creme e ti depilo. E' capitato che, per pietà di te (che non capisci che è per il tuo bene) ti depilassi una gamba sola: non volevo tu stessi male, male fisicamente. Una gamba sì, una no. Capita altre volte che io non abbia piena cura di te e magari, mettendo un tappo alla penna e mancando il bersaglio, ti macchi le dita con antiestetici segni neri. Ma ti trucco con i migliori fondotinta e ti rigo piano gli occhi. E uso il rimmel per le tue ciglia. Se ricordi, e  se sei onesto, ti ho fatto baciare dei grandi amori e tu ti sei sbriciolato, hai mescolato il dolore all'allegria e non l'hai sentito più. Ti ho soffiato il naso quando piangevi, ti ho fatto dare più di mille carezze, ti ho slacciato i pantaloni, sotto al tavolo, durante cene esagerate, in gran segreto; ti ho sgranchito le gambe, fatto fare l'amore. E' vero che ti ho fatto anche prendere delle sberle e pizzicotti e spinte e pestate di piedi, ma non volevo e forse, a dirla tutta, un po' è stata colpa della tua lingua. Io ti chiedo di non voler ammalarti mai, di portarmi dove voglio e di non lasciarmi mai senza fiato a metà corsa. Da parte mia, mi impegnerò a darti un ascensore dove ci sono scale e una sedia quando si sta in piedi. Ti voglio bene, ricordalo sempre e scusami se ti ho ingrassato un po' negli ultimi tempi, ma a volte, per troppo amore, si sbaglia e a te piace il formaggio e quando mi guardi con quella pancia così tenera, non sempre so dirti di no. A volte, perché tu stia meglio, ti snodo persino il patema e il pianto, penso al mio caro amore e a quattro baci sudati e abbracciati e tu sorridi. Non è colpa nostra se non si è fatto amare per quanto è lungo il nostro amore, non perdere l'appetito, ma non mangiare nemmeno di più. Ti prego, se puoi, non morirmi mai e sii sano, attento a te, alle mie ed alle tue debolezze. Perché, vedi, potrai non credermi, ma io giurerei: che se stai male tu, corpo mio, sto male anch'io.
lunedì, 08 ottobre 2007

NIENTE DI SPECIALE

Non sei proprio niente di speciale.
Specialmente quando imbronci il mento e giri la testa.
Uno scatto di ingranaggi, lo sbuffo di un accento.
Quando ridi, non c’è niente oltre quel suono, non sono gradini
a corrermi in contro, non è maggior felicità, la tua felicità.
Non è la mia, la nostra.
Non sei nulla di speciale. Di bellezze più belle  ne ho viste molte,
ho riso a simpatie più sciolte.
Lo sguardo, il tuo, non mi arriva al cuore liquefacendosi sulle palpebre come quello di sguardi che arrivano al cuore liquefatti, già fin dalle palpebre.
Arriva, a mala pena, agli occhi.
Di mani ne ho conosciute di più magre, le tue dita non sono poi così lunghe.
Non sei nulla di speciale.
Amare te è uno spreco,
che tu non mi voglia è una privazione così indifferente e scarna,
un’assenza così ovvia, una carta così incenerita e per errore,
che spesso mi viene voglia di morire dal niente.
E che cos’hai tu in più dell’altra gente è niente.
Che non mi ami, hai.
E se è questo il prezzo…
Ma tante persone, sai, non mi amerebbero gratis.
Per un dolore minore, molta e miglior gente
saprebbe non amarmi con maggior non amore.

-Anche questa poesia non è niente di speciale. Per fortuna-

finanziato da: BEA alle ore 20:40 | link |commenti (20)
conto: parole, pensieri, poesia, amore, riflessioni, vita, diario, disamore
giovedì, 20 settembre 2007

DIRE e NON DIRLO

 

Come un ciottolo in gola, dirti ti amo sarebbe sopravvivere improvvisamente, un fiotto rotondo d’aria, da inghiottire svelta nel dirtelo, perché quanto più eccede il cuore, tanto più mi scarseggia il fiato. Ti amo come a  inventarlo ad un tratto, un lanciare contro di te, a schiantarti in mille pezzi, una pietra dura e fredda. Dalla punta delle dita, lungo i segni delle calze, persino sul naso o in un’alzata tua di spalle, dirlo e lasciartelo lì. O scrivertelo, tanto non capisci niente. E poi anch’ io ti sono niente.
Camminavo oggi e ti amavo sopra ai lacci delle scarpe e dentro l’orlo dei pantaloni; ti amavo anche nel vetro di una pizzeria d’asporto, ma “dirtelo –pensavo- sarebbe come condannarsi, perché so come sei e a maggior ragione ormai che  non serve a niente, dirtelo è più lento che spararsi e tanto varrebbe, allora, fare in fretta”.
Sì, perché tu –checché se ne dica- non mi ami per niente e nessuno mai al mondo riuscirebbe ad amarmi così poco (forse un nano miniaturista) come tu mi ami, io invece ti amo tanto da schiantarmi nel non dirtelo, e a sufficienza amo me da non dirtelo mai.


Mentre faccio questi pensieri, lungo Via Rizzoli, tre cani neri taglia gigante, mi si fiondano  addosso. Cerco di scrollarmeli, ma non c’è verso.
<<Di chi cazzo sono ‘sti cani?>>- dico io, piena di grazia allo stesso modo, se non di più, di Maria, I cani continuano a sbranarmi.
A dieci passi da me, un punkabbestia vino-munito con braga a vita bassa e spaccatura verticale in zona anale,  mi si palesa senza dire niente. I cani sono inequivocabilmente i suoi, ma lui non ne rivendica la paternità.
Dietro di me, nel frattempo, un punkabbestia donna, con degli stivali rossi con frange a forma di frecce, due millimetri di calza a rete attorno a due buchi color carne di settantacinque centimetri a gamba, i capelli impiastricciati di alcune fra le prime tre sostanze da motore più unte ed inquinanti al mondo, seconde solo a quelle del mio scooter, saluta il padrone delle simpatiche bestie.
<<Ti hanno scambiata per la mia ragazza>> mi dice lui, indicando la giovane alle mie spalle.
Ecco perché non mi ami.

lunedì, 10 settembre 2007

LUCIANO PAVAROTTI

Avevo paura, quando lo vedevo sudare, che si sciogliesse il nero della tinta. Gli grondasse dai capelli. Avevo già chiara l’immagine fittizia, come fosse stata un’abitudine, restavo tesa all’imbarazzo d’anticipo, tanto fasullo quanto palpabile, di vederlo come irrigato da un inchiostro. Alla fine, passava il bianco di un fazzoletto sulla fronte madida e non succedeva niente.
Ho anche cantato con lui, da bimba. Era la mia piccola infanzia canterina, piena di grandi cose e nomi non goduti, per via dei pochi anni e della distrazione, forse, di essere una bambina un po’ malinconica e preoccupata.
Non c’è più. Il mio non è il dolore di una perdita, ma piuttosto l’attaccamento ad un’epoca. Sento, come una valanga implosa da un’amnesia, la solitudine della vita, il passare, lo smottamento del tempo e dello spazio. Questa morte non si porta via solo un uomo e per me, tra l’altro, ha ben poco della morte di un uomo, ma si porta via –e dovrei vergognarmene- mia nonna in macchina,  con la cassetta a risuonare fra i sedili, dietro i finestrini, sul nostro coro vivace e sulla sua fierezza nell’insegnarmi quanto fosse buono  e dovuto amare Luciano.
E nel silenzio che abbiamo, tra noi, mia nonna malata ed io, vorrei dirle, fra tante cose, che è morto il suo bravo tenore, il nostro. Non capirebbe e non sarebbe una grande cosa raccontarle una  tristezza. E’ che non ci saremo mai più, noi tre, a cantare, e lo scopro oggi. Eravamo del mondo e non lo sapeva nessuno. Appartengo ad un cuore collettivo che ha respirato la stessa aria di un mito, così posso dire Luciano e siamo tutti a stringerci le mani in una comunione di pensieri. Siamo nostri e il collante è ricordare cose comuni, anche se su automobili diverse.
C’è il dolore di non poter dire  al mutismo di mia nonna che dentro un momento siamo state nostre e che non lo sapevo. E che Luciano è morto.

venerdì, 31 agosto 2007

LA PRESTAZIONE

Vivo all’insegna dell’ansia da prestazione. Il mondo è pieno di insidie e spesso mi sembra che la mia permanenza fra gli esseri umani sia predestinata, per incorreggibile conformazione, a non dare il massimo di se stessa.
Dovrei agire perennemente nel segreto della solitudine, lì potrei essere libera di fare di me la Giovanna D’Arco del coraggio, la Madre Teresa di Calcutta della bontà, la Dante dello scriver bene.
A volte mi riesce persino difficile camminare. E chi mi conosce cederebbe più volentieri alla tentazione di giurarmi stronza piuttosto che a quella di credermi timida. Seguendo le antiche usanze, secondo le quali è necessario rimanere fermi sulla pista da sci e, credendo di non essere improvvisamente più in grado di scendere, cercare fra gli amici qualcuno che ti assecondi nell’iniziativa di chiamare un elicottero, mi è capitato qualche volta di sentirmi osservata in strada e di non essere più capace di mettere i piedi uno davanti all’altro.
Certe donne si pavoneggiano allo sguardo marpione del maschio assatanato, io no .
Una volta, in autostrada, sentendo gli sguardi addosso, ho accostato, mi sono fermata in una piazzola di sosta e sono scesa dalla macchina sperando di trovare sulla fiancata il disegno di una chiave o una scritta anarchica, piuttosto che crollare nel dubbio indistricabile del perché si scegliesse, in quell’interminabile viaggio, di guardare proprio me.
La mia famosa e trita e ritrita amatriciana diventa pericolosamente insipida, nel mio pensiero, se qualcuno mi guarda cucinarla, la mano è impacciata mentre firma e il cervello a volte mi abbandona durante il calcolo più semplice, se l’occhio vigile di un altro si posa sul mio.
Anche il nocciolo d’oliva diventa estremamente difficile a sputarsi e il mio naso a soffiarsi, se qualcuno mi guarda.
A volte poi mi capita di dire cose davvero sconvenienti o di fare la figura del premio Nobel per la stupidità, solo per il desiderio troppo vivo di mostrare il contrario. Sono il classico tipo di persona che dice in gamba allo zoppo o si dedica ad un interminabile monologo sull’oscenità delle gondole in plastica fosforescenti al cospetto del nuovo conoscente che, collezionandole e brandendo un pacco infiocchettato, ti ha già garantito di essere in procinto di diventarne un’ imbarazzata posseditrice.
Così nel giro di due giorni, anche se non vorrei altro dalla vita e faccio di tutto per darmi questa possibilità, dovrei scrivere un articolo per una rivista e non c’è niente al mondo che mi pare, oggi, di sapere fare peggio  che scrivere articoli per quella rivista. Ho paura di non essere capace e vorrei hic et nunc che un elicottero  mi  riportasse sulle piste e che lì mi lasciasse.
09062007
bea
lunedì, 27 agosto 2007

UN MOSTRO

Il mio amore ha due braccia aliene.
E’ verde e poi blu e ancora verde,
sputa rosse fiamme rotonde, forse gocce.
Ha un muso cattivo, è un mostro gigante con mani a dozzine, acuminate.
Il mio amore fa piangere, ha pianto in me
nel corridoio, sul sedile,  con l’insalata sotto la  punta del coltello,
sulla soglia di una porta ha tremato e
ripianto
seduto, in piedi, sdraiato sul dorso o con la faccia a soffocarsi.
Il mio amore ha anche  riso come un pazzo ed è corso in contro ad un paio d’occhi e ha dato un bacio ed abbracciato,

all’ultimo piano
si è sciolto e ha pregato.
Ha guardato le stelle decappottabili, fatto viaggi, bevuto birra appena.
E ciò che me lo fa amare anche nel limbo
che detesto,
mentre sputa e bestemmia o mentre ama ed accarezza,
ciò che lo tiene vivo e lo perdona in me,
quando promette ed è un bugiardo o mi lusinga ed abbandona,
E’ che nonostante sia troppo sé  per taluni (o troppo poco per tal altri)
È stato sempre, per me,
In cuor suo,
vero amore,
E per te,
in cuor mio,
specialmente.

finanziato da: BEA alle ore 17:40 | link |commenti (37)
conto: pensieri, poesia, amore, riflessioni, vita, diario, 03 conto blu
sabato, 25 agosto 2007

I NOMI

Ai miei colleghi, nel mio ultimo giorno di lavoro.

Franca
, quando tu mi hai sorriso da lontano, volevo piangere. Vedevo gli occhi, come in un buio di caverne, così buoni –come li hai tu- guardarmi, da giù in fondo. E avrei voluto mettermi le mani in faccia  in un singhiozzo di dolore.  Ma ti ho salutato così che mi hai mandato un bacio con la mano, e io l’ ho preso e l’ ho ancora nella tasca. E qui rimane. Guarda.
E, Marta,  sulle mollette per stendere nelle foto (che sai fare tu),  ho lasciato il cuore. Lì c’è la disperazione della bellezza, come quando hai girato la faccia, oggi, verso il grigio della mia preoccupazione, e si è illuminato qualcosa. Forse io. L’ultima volta, Marta,  perché non esiste più tutta la larghezza di quel sorriso. E non ci sarà mai più, uguale, nelle nostre semplici vite.
Ho un dolore anche per te, Cinzia. Gli occhi azzurri come uno scoppio di risata, o le fontane da cui bevono i monelli, non li scordo e me li porto sulla strada,  se posso, mentre guido e penso che non ricordo se ho abbracciato anche te. Perché se no, avrei voluto farlo e se sì, vorrei farlo ancora, ora.
Antonio, mi è sembrato che ti tremasse la voce e di vedere le pupille più languide, così, finalmente, ho pianto anch’io o forse solo io, per la tua faccia di generoso appiglio e per quello che perdo. Che è molto e molto poco coraggio ho avuto di dirtelo. Per questo allora ho pianto e quello che non ti ho detto, lo hai visto da te, tu stesso.
Così come ho pianto, Roberta, a sederti davanti, perché ho raccolto un’ombra di sofferenza sulle tue labbra e ho pensato fosse vera; avrei voluto alzarmi subito e abbracciarti con tutta l’amicizia e tenerezza e l’umano e più che umano affetto che io ho qui, per darti tutto, come un’onda a sollevarci.
E Annalisa è così magra,  che se solo le avessi lanciato un bacio, dalla  porta, tanto pesa questo bene che sento, sarebbe crollata, crollata come me, negli abbracci ultimi, i primi che ho dovuto dare.
Rossella, così mora, bella come sei tu,  dovresti sfilare e se te lo dico mi sento una madre e allora te lo dico raramente, tra cui oggi, scrivendo, per l’ultima volta.
Me ne sono andata con le gambe vuote di allegria; nelle braccia, abbracci, a perdersi.
Elisa, solo tu,  tu mi hai detto io a te non ti saluto, ci vediamo lunedì. E nella dolcezza di quella finzione, la bugia concorde mi ha ferito l’anima e mi ha lasciato tanto amore qui da voi, che a tornare un lunedì  -tornassi-  nessuno direbbe mai che oggi è per sempre che me ne sono andata.