In comode rate

Anche i ricchi piangono


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La cassiera

Utente: beaUtrice
Nome: Bea

i titoli di bea ©

LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

conto su di me

-perche' non sono solo un conto-
incomoderate@hotmail.it

allo sportello




Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.
Chiedo alla signora davanti a me
di che coda si tratta.
"E' per metterci in un'altra coda"
mi spiega.
"Non ha senso" dico
"me ne vado".
Mi indica un'altra coda.
"Allora deve mettersi in fila".
Mi metto in coda.
Scorriamo velocemente.

-Roger McGough-



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Kira'stickers
mercoledì, 17 ottobre 2007

Al corpo

Ciao corpo. Ti auguro di stare bene  fino alla fine dei tuoi giorni, anche se capisco non sia sempre facile vivere con me e difficile tener duro. E' vero. A volte non ti dò da mangiare, altre volte te ne dò troppo, ti sbatto contro gli spigoli; certe volte, ti mangio le pelliccine. Lo so, non dovrei. Ma ti metto le creme e ti depilo. E' capitato che, per pietà di te (che non capisci che è per il tuo bene) ti depilassi una gamba sola: non volevo tu stessi male, male fisicamente. Una gamba sì, una no. Capita altre volte che io non abbia piena cura di te e magari, mettendo un tappo alla penna e mancando il bersaglio, ti macchi le dita con antiestetici segni neri. Ma ti trucco con i migliori fondotinta e ti rigo piano gli occhi. E uso il rimmel per le tue ciglia. Se ricordi, e  se sei onesto, ti ho fatto baciare dei grandi amori e tu ti sei sbriciolato, hai mescolato il dolore all'allegria e non l'hai sentito più. Ti ho soffiato il naso quando piangevi, ti ho fatto dare più di mille carezze, ti ho slacciato i pantaloni, sotto al tavolo, durante cene esagerate, in gran segreto; ti ho sgranchito le gambe, fatto fare l'amore. E' vero che ti ho fatto anche prendere delle sberle e pizzicotti e spinte e pestate di piedi, ma non volevo e forse, a dirla tutta, un po' è stata colpa della tua lingua. Io ti chiedo di non voler ammalarti mai, di portarmi dove voglio e di non lasciarmi mai senza fiato a metà corsa. Da parte mia, mi impegnerò a darti un ascensore dove ci sono scale e una sedia quando si sta in piedi. Ti voglio bene, ricordalo sempre e scusami se ti ho ingrassato un po' negli ultimi tempi, ma a volte, per troppo amore, si sbaglia e a te piace il formaggio e quando mi guardi con quella pancia così tenera, non sempre so dirti di no. A volte, perché tu stia meglio, ti snodo persino il patema e il pianto, penso al mio caro amore e a quattro baci sudati e abbracciati e tu sorridi. Non è colpa nostra se non si è fatto amare per quanto è lungo il nostro amore, non perdere l'appetito, ma non mangiare nemmeno di più. Ti prego, se puoi, non morirmi mai e sii sano, attento a te, alle mie ed alle tue debolezze. Perché, vedi, potrai non credermi, ma io giurerei: che se stai male tu, corpo mio, sto male anch'io.
giovedì, 13 settembre 2007

LA TRACHEITE

La tracheite è una brutta bestia. Devi portarla fuori la sera, andarci a letto senza amore, farla uscire al mattino, parlarci al pomeriggio. Non è mal di gola. La tracheite è falsa e subdola, si insinua lungo il collo, dall’altra parte della pelle e se apri la bocca, non ti dà l’impressione di nascondersi dietro la base della lingua, lei se ne sta al piano di sotto e non ti brucia nemmeno, ti toglie la voce, ti trasforma, ti segue ombrosa.
Ad un certo punto però, in fase calante di carriera, si manifesta, in tutta la sua secca perfidia, in quartine di cortei di tosse da tredici minuti di apnea cadauno.
L’altra mattina mi sveglio con un trattore lungo la trachea, con una dozzina di pallet in ferro conficcati in gola.  E una tosse da far bussare i vicini per tutta la lunghezza delle pareti. Capisco che devo intervenire, pena il soffocamento.
Mi alzo e attanagliata da un mutismo forzato, mi ricordo di una conversazione avvenuta la sera prima con la mia amica dottoressa nonché coinquilina:
G. <<Un informatore farmaceutico mi ha dato un nuovo farmaco che può farti bene. Prendilo, si chiama Vea>>
Bea <<…>> (Ah, Vea. Tipo Bea)
G. <<Ce l’ ho in camera, te lo ricordi perché è Vea. Tipo Bea>>
Bea <<… Ckofhhhh Ckofhhhh  Ckofhhhh …>>
Vado in camera di G. e lo trovo lì, in tutta la sua beltà. Il Vea.
Il Vea si presenta come una bomboletta spray, identica per forma, a quella del bea-dorante  Byblos. Di colore bianco, con scritte arancioni, è uno dei medicinali con il nome più in rima al mio che farmacia abbia mai conosciuto. Lo osservo circospetta. Brandisco la bomboletta con coraggio, apro la bocca e spruzzo un po’ perplessa. E’ unto, mi nebulizza la faccia quasi interamente e  mi chiedo perché non ci sia l’applicatore. Sarebbe tutto molto più semplice, mi dico. Leggo bene le scritte che circondano il flacone. Certi farmaci fanno bene a tutto. Leggo ancora meglio.
Prendo il telefono.
Bea <<G. , il Vea è untuoso>>
G. <<Ma, Bea, non avrai mica preso il Vea alla destra della mia scrivania?>>
Bea <<…>>
G. <<Ti sei spruzzata in gola il lenitivo del prurito per cute secca e zone pilifere? Che può prevenire o limitare le smagliature? Ma non hai visto che non c’era l’applicatore?>>
Bea <<Sì.>>


(... 24 ore dopo: G.<<E se lasciavo in camera il Vea-crema per il viso cosa facevi?>> Bea <<Cosa, il collirio?>> G. <<...>>)


finanziato da: BEA alle ore 22:54 | link |commenti (28)
conto: pensieri, vita, diario, aneddoti, salute, 05 conto frivolo
mercoledì, 01 novembre 2006

ALMANACCO

31 di ottobre, Santa Brutta Giornata (vergine), Bologna 2006


Camera da letto. Stamattina, alle 5:58, mi sono svegliata. La sveglia era alle 6:00, ma il mio orologio biologico è più furbo e stamattina l'ha fregata, quella bastarda. In altre occasioni, siccome io mi accontento di quel che viene, mi sarei rimessa a dormire, cadendo in un sonno profondo, per i due minuti restanti, ma siccome oggi era il 31 di ottobre e si vede che il 31 di ottobre bisogna svegliarsi spontaneamente due minuti prima altrimenti il fisico si offende, mi sono alzata. Era un dispetto alla consuetudine.

Cucina. Ho preso la macchinetta del caffé, l'ho riempita, ho stritolato la macchinetta con tutta la forza che avevo in corpo -ricordardandomi nel mentre che l'animale più forzuto al mondo è (sorprendentemente) la formica che riesce a sollevare pesi superiori di tre volte al proprio (letto su Focus in quinta elementare e rimasto tra le nozioni inutili, ma indelebili del cervello insieme a Trebbia-Taro-Secchia-Panaro, formula propiziatoria rimata, recentemente da me rivisitata, per sentito dire, come "serie di affluenti del Po")-. Ho messo la macchinetta Bialetti sul fornello. Mentre aspettavo il cruuusch-crrrrshaaaashh-schhhhh-guruk-cruk-ffffffff del caffé pronto, ho preparato i vestiti del giorno: pantalone verde con tasche e rispettive cuciture arancioni, maglia grigia a maniche lunghe, felpa blu con cappuccio a bordi arancioni e richiamo grigiastrino per giustificare la maglia. Il tutto impreziosito da un paio di Adidas scalcagnate, lavate per l'ultima e definitiva volta da M., nell'estate del 2004 (il bagno è da quella parte).

Bagno. Fatto doccia cospargendomi di bagnoschiuma al mughetto, truccata con rimasuglio agognato e sudato di fondotinta del quale già da un paio di mesi rimane solo un vago odore, ma non colora nemmeno più. Mi sono cosparsa di tre kg di terra color Amadeus, inrimmellata, immatitata, vestita. Sono uscita.

Scale condominio. Fatto scale del condominio di corsa, rallentando all'altezza del piano della proprietaria per timore riverenziale.

Macchina. Ho trovato la macchina, prestata ieri ad un'amica, insolitamente pulita. Sì, non c'era che dire: la mia amica me l'aveva lavata.

Strada. Oggi c'era lo sciopero dei semafori. Centinaia di semafori manifestavano per le strade di Bologna con le tutine arancioni e allora ho pensato che anch'io dovrei fare qualcosa per la mia categoria, anch'io dovrei manifestare, imbottirmi di coscienza sociale, essere figlia del mio tempo. Sì, perché: è giunto il momento di svelare il misterioso nuovo lavoro di bea.

Lavoro. Non ora.

Strada. Uscita dal lavoro, i semafori non scioperavano più e nemmeno io mi sentivo di fare qualcosa per la società.

Vuoto.

Terrazzo di un'amica. Dopo una giornata iniziata con due minuti di anticipo, l'ho fatto. Ero troppo disperata. Ho fumato. Camel. Pioveva. Ho vanificato i sacrifici di sei mesi. Ho pensato che non ha senso fare sacrifici, perché poi succede qualcosa che vanifica tutto.

Casa dell'amica del terrazzo(interno). Ho pensato che -sì- c'è sempre qualcosa che distrugge l'impegno e lo schernisce.


Quel qualcosa sono io.

Oggi ero io. Perché io devo sempre essere forte, continuare a lottare, perché devo tenere duro quando non ci sono più le mezze stagioni e Venezia è una bella città ma non ci abiterei? Perché? Perché devo mantenere la calma? Ma -a me- chi mi mantiene? A me.


<<Non posso continuare. Continuerò>> Samuel Beckett

finanziato da: BEA alle ore 13:26 | link |commenti (16)
conto: vita, diario, salute, fumo
lunedì, 09 ottobre 2006

LE COSE

Mie care cose, dette anche "ciclo", "marchese", "faccende",
eravate "mestruazioni" sulla linea tratteggiata dei documenti ufficiali,  eravate "menopausa" decedute,  "gravidanza" in coma vigile. Che brutto nome che avete. Mi fate vergognare solo a pronunciarvi.  Io vengo, con questa mia, a dirvi solo: perché? Perché in 10 anni e passa di vita vostra, proprio questo mese e non -che so?- nel  gennaio del 1999, vi siete presentate in ritardo di una settimana al mio cospetto? Bastarde. Siete sempre state puntuali. Dopo 28 giorni, sicure come la morte, siete sempre venute da me, dalla vostra mamma a dirle "ecco perché eri nervosa, l'altro giorno". Perché questo mese no? Perché questo mese siete arrivate solo ora con un ritardo di una settimana? Chi lo ha deciso? Vi ho fatto qualcosa? Vi dò fastidio?  Io mi ricordo ancora oggi della vostra entrata nel mondo; mi ricordo  quando avete fatto di me una donna. Siete così simpatiche che è stato proprio  l'8 marzo, per la Festa della donna. Io avevo 12 anni. Mi sono svegliata ed eccovi lì. Vi ho viste e mi è venuto un accidente e ho pianto.  Vostra nonna, che ha la delicatezza di una trebbiatrice,  ha chiamato subito il nonno (a cui, ovviamente,  non gliene poteva fregare di meno) e gli ha detto, con mille malizie e faccine,  che c'era una sorpresina, che io ero diventata una donna e me lo ha passato al telefono (stronza): una delle più gorsse vergogne della mia vita, ché io a mio padre manco gli dicevo ciao, figuriamoci traumatizzarlo così e dirgli che non ero un maschio. Tse. Ma veniamo a noi: io mi fidavo. Regolavo l'orologio sulla vostra epifania, ogni mese; spiegavo al mio cervello che non si trattava di un miracolo la faccenda del seno bello grossettino e sodo, ma che eravate voi; vi compravo pure i vestitini con le ali.  Questo mese vi siete comportate in modo scorretto verso la mamma che vi ha sempre trattate con premura (anche se provo spesso -confesso-  il desiderio di soffocarvi nel sonno, di gettarvi in un cassonetto, di annegarvi). D'accordo che non c'è un patto tra di noi, ma almeno per rispetto della nostra convivenza forzata decennale, potevate fare come fate sempre, senza colpi di scena. Vi ricordate quelle volte che siete arrivate che io ero fuori e avevo paura ad alzarmi e  che qualcuno vi vedesse e sono stata seduta con i sudori freddi per ore ed ore? E quelle che mi avete lasciata distesa su un letto a contorcermi nel dolore? Ricordate? Bene. Dopo tutti i sacrifici che faccio sempre per voi, vi sembra l'ora di arrivare? Questo corpo non è un albergo.  Per punizione, quasi quasi, vi "incinto", così non vedete più la luce del sole. Almeno per un po'.

finanziato da: BEA alle ore 22:52 | link |commenti (26)
conto: vita, diario, salute, mestruazioni for dummies