
LE COSE: bea e le mestruazioni
IL CARDIOLOGO: bea va dal dottore
MI PIACE CHE SIA: l'amore
MOSCA CONCERTO: la musica
EGREGIO DIO: bea e il Padreterno

LUCIANO PAVAROTTI
Mamaioa - FIORELLA MANNOIA - Onda TropicaleC’era una coccinella sul lavandino, agonizzante. La stessa coccinella l’avevo vista più volte in giro per casa e ogni volta mi aveva dato come il sentore di un dono celestiale e futuro, il presentimento di una qualche leggerezza, che fosse per me, appena fuori di casa. Prima l’ ho mossa con un dito e poi, con un pezzo di carta perché le zampine facessero presa sui pori, l’ ho sollevata. Cosa mangeranno le coccinelle? Ho pensato che essendo un animale anche lei, potesse avere sete e allora, bagnato appena il polpastrello, le ho dato da bere, così come usano bere le coccinelle. Non so se abbia bevuto davvero, ma poi l’ ho appoggiata sulla terra umida di una piantina. Non voglio sapere se sia morta. Non voglio vederla. Era la mia coccinella delle leggerezze, la mia coccinella della fortuna. Ho pensato che se qualcuno mi avesse raccontato da bambina che le cimici sono di buon auspicio, probabilmente mi sembrerebbero belle anche loro e ora le prenderei tra le mani nude e le salverei da me, che tento di lanciarle fuori dalla finestra munita di guanti e panni e giornali, per non sfiorarle nemmeno. Non riesco a credere che una coccinella possa essere anziana, per consolarmi, così come non può esistere una coccinella maschio. C’è una solitudine che cerco a volte. E’ quando sono piegata su qualche vita a guardare se si muove ancora. E’ il mio viaggio dentro le cose, lontana dal mondo. Il mio viaggio è distante e non so dove; tendo la mano verso di me, ma è proprio allora che non torno e non mi sveglio. C’è qualcosa di ovattante, a volte, in me, che non vuole che torni. Mi solleva a sprofondare. Mi affossa di leggerezza . E’ la bellezza. E’ così muta la bellezza che mi allontano per ascoltarla e non mi giro più al mio nome, in tutto quel silenzio. E’ un covare il dolore della vita, il male del bello senza voce. Si agita come un presagio di nulla che si strozzerà, morirà in se stesso. E’ la vita, il ripiegarsi della triste meraviglia che c’è nella meraviglia. E’ una grande ferita in me, che sento a volte, vivere. Perché l’amore che amo è più grande, la compassione che piango implode di carità, la passione che brucio è la più calda. Il colore non è solo colore, posso toccarlo. La musica –nient’altro che musica- come un rapimento, mi chiude gli occhi e mi lega le mani. Non c’è niente che mi consoli di più al mondo, di quello che per il mondo è niente. L’uscita di un nuovo disco, nuova musica. Così, per un nulla, un giorno sono scesa dalla macchina come la fretta; come lo scoppio imminente di una risata grandiosa. E dopo qualche passo –forse dopo una corsa- ho avuto fra le mani la voce che piace a me. Che per me è un miracolo. La mia liberazione volante. I capelli rossi e la maglia blu. Ho iniziato a scartare per strada l’involucro di plastica, la distanza. Gli occhi vacillavano fra i cappotti dei signori, più di un sorriso là giù in fondo, come il mio cane verso di me, a zampe levate, dalla cuccia alle braccia. Ho teso le orecchie con la paura che non mi piacesse, la trepidazione del rischio di una caduta. Ferma e librata. Liberata. Come ho potuto non fidarmi? Era sempre lei. Ecco una preghiera di salvezza, strozzarsi in gola, disperante. E non c’era niente, non c’è niente che mi perseguiti e nessun riscatto per me , è solo che qualche volta vorrei le braccia più larghe, perché non so abbracciare e non so cosa. In quei momenti vorrei pregare. Perché la voce che piace a me non si può accarezzarla e nemmeno prenderla per un polso e riempirla di schiaffi. Ma il nuovo disco ha volato e mi ha stretto le scapole con forti artigli di gomma, nel vuoto abbraccio che mi fa piangere, se ci penso; e allora avrei voluto pregare o mangiare o forse niente, proprio niente. Ho canzoni e momenti, ha detto all’inizio. La sua voce è piena di canzoni. Ho pianto, se piangere è non sapere più che cosa fare. Si vorrebbe prendere fra le dita la cara cosa che è e sollevarla come fossi io sua madre, vorrei. E avrei voluto -e vorrei- saper raccontare le canzoni della voce che piace a me e liberarmi da questo non poter essere un’altra. Ho acceso la macchina e me ne sono andata svelta verso casa. Avevo paura di rovinare qualcosa, di sciupare il premio alla mia attesa, per un’ingordigia sciocca, un’avidità di sorprese. Volevo un rito, per non pentirmi poi di aver ascoltato in fretta e male. Perché là dove manca una legge, nel dubbio, si potrebbe portare rispetto. Bisognerebbe accendere una candela, a vedere se serve. C’è un niente vivo che agita questa voce e che agita me, la presenza a se stessa, immobile e immutabile. In mezzo alle altre voci, si mescola in una leggerezza di coccinella insalvata che fa piegare la testa. Quel viaggio lontano, allora mio, fra le pareti e il pigiama, sapeva di nulla, sapeva che un dio servirebbe qualche volta, fra le cose inutili che ci rapiscono. Ho visto bene il grande abbraccio di cui parla lei. L ’ho visto e volava, pieno di tristezza, anche se rideva, e di ritorno. Fiorella Mannoia, nuova, per le mie matite e le maniglie delle porte, la vedevo bene, con le sue belle mani magre, aperte a riempirmi gli occhi di cose. Una fusione di voci, ma la sua l’ ho riconosciuta, è la mia felpa comoda. L’ ho riconosciuta e proprio per questo me ne sono stupita. Io la riconoscerei tra milioni questa voce, ma mi ha sorpreso come me ne fossi ricordata tutto a un tratto. Ballava e quasi non era lei. Non c’era bene più grande e semplice, in quel momento, di quel pieno bene per la voce e le sue note. Mi ha parlato di un viaggio. E’ una voce che, prima ancora di ogni partenza, già vuole tornare. Per un attimo mi ha abbracciato forte e ho pensato alle mani di uno sconosciuto, da bambina, a strapparmi da una tempesta di sabbia, sulla spiaggia, al mare. Mi ha sollevata ed era un affossarsi nell’essere io, me. E lontana dal mondo. Mi ha piegato la testa, Fiorella, e forse ha visto che mi muovevo ancora. E ho bevuto.
BOLOGNA, GLI SEI MANCATAIo da piccola Lucio Dalla lo ammiravo. Mi ero fatta un'idea su di lui tutta personale. Nel mio immaginario, Lucio Dalla era un omone alto con la barba, una specie di Babbo Natale castano. E cantava. Lucio Dalla non era di Bologna, secondo me. A dire il vero, io credevo che tutti fossimo di Bologna. Le elementari le facevo anch'io -è vero-, studiavo la geografia, si parlava di Lazio, Veneto, Sicilia, ma per me quello che si diceva in classe e quello che succedeva fuori erano due cose diverse. La vita vera -mica stavamo a pettinar le bambole- era che tutti eravamo di Bologna e non si stesse a discutere. Naturalmente, Lucio Dalla non poteva essere da meno, non era una mosca bianca. Lucio lo stimavo. Era quello cha cantava Anna e Marco, Quale allegria, Futura, per non parlare di quella che è la mia preferita ma ora non mi viene in mente il titolo (tu corri dietro al vento e sembri una farfalla eccetera). Lo stimavo. Era un cantante barbuto, cosmopolita, che cantava delle belle canzoni. Poi venne il tempo dell'album Attenti al lupo. Ecco. Proprio in quel tempo, ricordo che andavo in giro con mia nonna in macchina. Mia nonna in versione automobilista era fonte di grande imbarazzo. Difatti guidava ai 20 km/h, in mezzo alla strada, creando lunghi cortei di macchine che suonavano. Andare in macchina con lei era come andare ad un Matrimonio. Io mi vergognavo così tanto che mi mettevo tutta piegata sulla pedanina, sotto il sedile, in modo tale che quelli che la sorpassavano da destra, mentre si voltavano verso di noi -interrogativi- per dire "Chi cazzo è 'st'idiota che mette la freccia per fare una curva obbligatoria", non mi riconoscessero e non pensassero che io avessi dei legami di parentela con l'idiota. In questi nostri viaggi interminabili ascoltavamo la cassetta Attenti al Lupo. Fu allora che iniziai a far convivere due immagini profondamente distinte dello stesso uomo. Fu allora che raggiunsi la maturità emotiva. Possibile che quel Lucio Dalla là, quello di Anna e Marco, abbia scritto una canzone sull'amore che dice per 7 minuti -mentre mia nonna tenta una partenza in salita- "ah l'amore asdrubaldì-asdrubaldà, storunti-Nasdak, ah l'amore Euribor sdrabladidu'"? Possibile? Sì. Da allora la mia idea su di lui iniziò a mutare in peggio, seppure fomentata parzialmente da quel riflesso condizionato che era la guida di mia nonna. Poi arriva il 2006. Canzone su Bologna. Ora voglio dire: a distanza di anni ed anni, ho capito molte cose. Ho avuto tempo per scoprire -con l'esperienza- che Lucio Dalla è bolognese come me, che mi arriva all'incirca all'altezza del coccige (e ho il culo basso), che è biondo tinto e che -accostato alla Nannini- è più femminile lui, ma non ho avuto tempo per meditare sul suo nuovo lavoro. La canzone è ignobile, ma parla di Bologna e le devo voler bene per forza. Non fosse altro per mia nonna che "lungo l'autostrada" (cito la prima strofa), lei l'autostrada la prendeva al contrario. Cara nonna. Ma io penso al testo:
Io 'sta canzone, nonostante tutto, nonostante l'apparenza, non riesco ad odiarla. Però Dalla è proprio basso e biondo. Mia nonna è bionda, ma almeno è una bella sgnacchera alta. Sbaradu'- Sbaradu'- Sbaraduldidoblo'.
IL NUOVO SINGOLO...Ché poi ti alzi un mattino che è il 20 di ottobre e, oltre al fatto che in quella data ti daranno la busta paga(?) di 9 euro (lordi) con cui potrai finalmente comprarti un Cristo in legno di abete da baciare al posto di mangiare, esce il singolo della tua cantante preferita e allora è proprio una bella giornata. Suona la sveglia che hai puntato appositamente per fare l'invasata che si appassiona di musica, ti metti seduta sul letto, prendi la spinta con le braccia, ti erigi in tutta la tua statura e accendi la radio con gli occhi sbarluccichini di speranza. In che stazione potranno mai trasmettere Fiorella Mannoia? Fai mente locale finché non ti dici "bea, ti ricordi di una volta che eri ad un concerto e uno ti ha avvicinata per porgerti uno yo-yo con su scritto Radio Capital?" Certo che te lo ricordi. "E che l'hai schifato indignata -girandogli alla larga facendo no con la testa- per poi ricercarlo disperatamente tra la folla quando hai letto sullo yo-yo di un altro che dietro c'era scritto anche Fiorella Mannoia, ma tanto poi erano finiti?" Te lo ricordi sì, son cose che rimangono. "Prova con Radio Capital, no?" Quale stazione, in effetti, più di Radio Capital, può trasmettere Fiorella, se proprio Radio Capital la mette persino sui suoi yo-yo? E allora ti sintonizzi su Radio Capital e ogni volta che parte una canzone, ricolleghi la prima nota alle nozioni che hai sul singolo che cerchi: Brasile, duetto, Fiorella, nuovo. Stai lì un'ora, di cui mezza a chinino come una disperata e mezza seduta per terra, cambiando stazione solo quando proprio hai un ampio margine di tempo per poi ritornarvici (si-ti-mi-ci-li); svolazzi zigzagando leggiadra da Radio Italia anni 60 a Radio KissKiss, da Radio deejay a Radio Maria, ma niente. Poi è tardi e bisogna mangiare, ti allontani diffidente appropinquandoti verso la cucina, apri il frigo e opti per una jocca che è veloce e che, per festeggiare, riporrai in un piatto vero e mangerai accompagnata da una fetta di salame. E' lì che, siccome sei in cucina e lo stereo è lontano, inizi ad avere le tue prime allucinazioni uditive. Hai paura che trasmettano Fiorella proprio mentre sei mezza sorda, piegata sul cacciatorino, allora stai tutta tesa. Di là senti che dicono blablablaMONDO e allora subito ti inventi retroattivamente la frase finché non diventa "Fiorella Mannoia si sposta dall'Italia, viaggia per il MONDO, arriva in Brasile: ecco il singolo". Corri come una pazza lungo il corridoio, arrivi allo stereo con un filo di fiato e: niente. Ritorni in cucina, ti ripieghi sulla vastità del piatto, nel frattempo ri-tendi le orecchie e senti che di là dicono blablablablablaFINITOblabla, allora ti ri-inventi retroattivamente la frase misteriosa finché non diventa "Fiorella Mannoia ha FINITO di cantare solo in italiano ora canta anche in portoghese: ecco il singolo". Ri-corri come una pazza lungo il corridoio, ri-arrivi davanti allo stereo e: niente. Poi torni in cucina e per un momento ti distrai sulla linguetta della CocaCola e allora ad un certo punto dicono blablablablablaATTRICE e siccome sei con la testa tra le nuvole ti rialzi e scappi di là perché hai capito BeATRICE e poi quando ti trovi davanti allo stereo ti ricordi che la parola magica doveva essere Fiorella Mannoia e non Beatrice. Beatrice sei tu. Fai così per un'ora buona, finché non ti viene il famoso "abbiocco post-prandiale" e -siccome stai dormendo tre ore circa per notte- decidi di approfittare del pomeriggio libero per sprofondare in quella metafora della perdizione che è Il Piumone. Ma metti la sveglia, altrimenti hai paura che non ti risvegli mai più. La radio non la spegni, per sicurezza. Ad un certo punto suona la sveglia e: blablablaCravo e Canela IL NUOVO SINGOLO DI FIORELLA MANNOIA e... Il miracolo si compie, la sua voce è tornata, Fiorella esiste, è lì, è lei con la sua voce blu, rossa, democratica, dispotica, intransignete, vasta, che s'incanala, che è spessa, che è un baratro, un abisso, che è fango, che è le due di notte, che segue la linea più dritta, ma si espande a macchia d'olio e: è lei, sì. E' anche ironica ed esplosiva e ha voglia di saltare. Ma la canzone? Ci devi pensare, l'hai sentita una volta sola. E adesso puoi anche andare a farti la doccia, toglierti quella specie di pigiama con cui hai traumatizzato il ragazzo dell'SDA e ritornare nel mondo, come fanno tutte le personcine a modo.
MARIA (Madonna Maria...)Ieri accendo la tv e vedo uno sparviero biondo di un metro e ottanta con un vestito dalla tonalità tenue del fucsia con striscione rosso sangue sotto al ginocchio ad intonarsi armonicamente con il viola azzurrato di un paio di scarpe ortopediche con tacco da viados: possibile sia Maria De Filippi quel coso lì? mi dico. Sì, è lei. E' proprio lei. Profondamente toccata, non riesco più a cambiare canale, perché con Maria è come con gli incidenti stradali. Maria gioca sul principio che regge le "code per curiosi" nelle nostre autostrade. Guardare C'è posta per te è come rimanere davanti ad un groviglio di lamiere in attesa di un'ambulanza che non arriverà mai. Ieri sera CREDO che Maria abbia toccato il limite della decenza. Dico "CREDO", perché io non son sicura di aver visto bene, io spero di non aver visto bene. Magari quando sono vicina al ciclo mi invento le cose, ma mi pare di aver visto uno dei suoi postini indossare, sopra ad una tutina attillata con bollino rosso "ad altezza pistolino", un gonnellino fatto di banane e una signorina, invitata da qualcuno al programma, cercare di staccarglielo a morsi. Mi è sembrato di aver visto Maria sorridere e per un momento mi è parso di intravedere persino una gengiva.
Io, da bambina, volevo bene a Maria, la rispettavo. Le volevo bene così com'era: la accettavo quando diceva "se farei, potessi"; quando le usciva fuori quella voce da tredicenne durante lo sviluppo, quella voce che sembra un rutto improvviso; quando si presentava in trasmissione con un grembiule sopra ai jeans, perché lei si sentiva bella; le volevo bene anche quando camminava in studio avanti e indietro e mi rievocava gli allevamenti odiosi di pollame fuoriporta, quelli dove ci sono galli e galline che si inseguono. Io l'ho sempre rispettata anche quando diceva "Questa è la storia di Silvana che ha una grande passione per il cucito" e c'era Silvana che si metteva a piangere con i singhiozzi e Maria che, spietata, andava avanti. Le volevo bene quando ad Amici , se c'era un ragazzo che non possedeva né un piccolo bagaglio di delusioni, né un'infanzia traumatica, lei trovava comunque il modo di risolvere il problema:
-se riusciva a rintracciare una simil-fonte di commozione all'interno di quella giovane esistenza, allora la cosa scatenava immediatamente il filmato: il ragazzo che, davanti ad un pioppo, lacrimava per allergia alle graminacee con, come sottofondo, l'Ave Verum.
-se non riusciva a rintracciare una simil-fonte di commozione, il ragazzo, sotto l'imbarazzo disgustato di tutta la redazione, era costretto ad uscire dalla scuola.
Io le volevo bene anche in quelle occasioni, ma ieri sera non ce l'ho fatta. Forse erano le scarpe.