Caro diario –nel senso di “costoso”-,
tu sai che mia nonna Anna Grazia è stata campionessa italiana di tennis e che ha vinto la Mille Miglia per l’eleganza e sai anche tante altre cose su di lei, cose che -se le vedessi in giro io delle cose del genere- mi farebbero parlare di chiccheria (leggi sciccheria) e di vera classe.
Ma sai anche che l’altra nonna, Virginia detta Gigna, era una di quelle nonne che si alzano alle sei per fare la sfoglia e, se ti ricordi, lei mi comprava le mutanTe (così le chiamava) al mercato e urlava –sorda com’era- che Ti ho comprato le mutantine, in mondovisione, davanti a milioni di Very Important Persons.
Detto questo, non ti sarà difficile immaginare come sia stato il mio ingresso, qualche sera fa, all’aperitivo del Rotari.
G. ed io, consapevoli (ma non troppo) dell’ambiente esclusivo in cui stavamo per imbatterci, iniziamo i preparativi alle due del pomeriggio. Per l’occasione, decidiamo persino di lavarci. E, sempre per l’occasione, di lavare anche i capelli.
Dopo una serie di preparativi a base di maschere di fango per il viso e maschere in gommalacca per le occhiaie, alle diciannove e quarantacinque, usciamo. Siamo vestite a metà strada tra la Madonna di Medjugorje e Renato Zero negli anni ’80.
Saliamo sulla bea-mobile, soddisfatte.
L’appuntamento è sui colli bolognesi, in una villa che troveremo senz’altro perché delimitata da un corteo di fiaccole. Così dicono.
Dopo un’ora di viaggio, vediamo, in lontananza uno zampirone. E’ lei.
Parcheggiamo la smarta accanto ad un trionfo di Audi, BMW e porsche e ci appropinquiamo alla villa.
In un giardino ai piedi di un parco, una moltitudine di personaggi eterei sorseggia un nettare ultraterreno da calici di cristallo. Noi, da parte nostra, ci buttiamo sul tavolo del buffet.
Ad attenderci, una tavolata piena di ogni delizia. Al centro, una forma di parmigiano reggiano, delle dimensioni di camera mia, sostiene oltre ad un tripudio di bocconcini di formaggio, grappoli d’uva e frutti estinti; tutt’attorno, oltre a vassoi argentei di salumi e tartine, terrine di porcellana Limonge piene di funghi porcini fritti fumanti, zucchine fritte tiepide, nuvole di panzerotti soffici e filanti, mozzarelle temperate e abbracci di olive all’ascolana. Mentre noi ci abbuffiamo, in perfetto stile Biafra, tre principesse con tacco di ventidue centimetri cadono rovinosamente, facendo di culo tutta la scalinata d’accesso alla villa. Tre meraviglie dell’eleganza mondiale, sdraiate per terra sotto gli sguardi altezzosi degli altri commensali.
E’ lì che ci viene l’idea –rimasta, per decenza, incompiuta- di distrarre nuovamente gli invitati con una finta caduta, per riempirci la borsa di barattoli di marmellate e salame. Non lo facciamo perché non è bello, ma l’importante è il pensiero.
Caro diario, non ti dico la fatica che hanno fatto a staccarci dal tavolo delle vivande, per scambiare un ciao con chi ci aveva invitate. Solo i dolci ci hanno allontanate dal tavolo numero uno. Sul tavolo numero due, c’erano infatti freschezze di frutti prelibati, tiramisù e torte al cioccolato tagliate a coriandoli romboidali, mascarpone su cui adagiare mini-cubi di gelatina di Martini.
Più larghe che alte, preso il mascarpone e fatta la nostra porca figura, ci siamo dileguate. Ripresa la macchina in tutta fretta, siamo tornate in città come due cenerentole obese, allo scoccar delle nove e mezza.